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13 Agosto 2018

La vita come assedio. I social dalla contemplazione all’enfatizzazione

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Una mattina, in Molise, sono uscito di casa e un uomo di mezza età mi è venuto incontro strepitando “Ti uccido”. Voleva, diceva lui, assolutamente uccidermi. Sua moglie lo esortava alla calma, ma lui diceva che ero un figlio di puttana e che quindi mi avrebbe accoltellato. In effetti, estrasse dalla tasca un coltello, ma non ebbi mai la sensazione che potesse davvero accoltellarmi. Io provavo a dirgli con calma che si era sbagliato, che non avevo fatto nulla, che non c’era alcuna ragione per cui lui avesse dovuto uccidermi, ma lui insisteva. Forse mi aveva confuso con qualcun altro. Mi tirò uno schiaffo ma mi sfiorò soltanto. Era chiaro che si riferisse a un fatto che non era mai accaduto, diceva che non avrei dovuto permettermi di fare il dito medio, e tantomeno di dirgli quanto gli avevo detto. Non ero che una merda umana. Non sapevo a cosa si riferisse. Riuscii a uscire da questa situazione senza alcuna conseguenza. Dieci minuti dopo incontrai mio cugino, che mi spiegò tutto: mi aveva scambiato per lui.

Non so cosa mio cugino – con cui peraltro non ho mai avuto alcuna somiglianza – avesse fatto per meritarsi un simile trattamento, ma senza dubbio la violenza del signore, per quanto io avessi reagito in maniera piuttosto sobria, mi rimase addosso per tutto il giorno. Rimanere addosso: cosa significa? Che il corpo, che pure non aveva subito alcun urto, era letteralmente scosso da un’aggressione gratuita e improvvisa. Per quanto un essere umano non sia il suo corpo, è il corpo il vero portatore dei nostri stati d’animo. E, come un cucciolo di cane abbandonato sull’autostrada, tremai per diverse ore.

Che cos’è la felicità

La felicità è pura utopia, se non per qualche istante. Questo non significa necessariamente che il mondo sia tremendo, ma che, semplicemente, la felicità è solo un concetto assai astratto, finché non la si vive sulla pelle. Quando la si vive sulla pelle?

Superiamo un esame all’università. 30 e lode. La felicità è massima. “Come sono felice!”. Come si esprime questa felicità? Anche la felicità passa attraverso il corpo e dunque la felicità non è che esistita in quell’esatto istante in cui la commissione vi assegnava il voto. La sua esistenza è stata vissuta attraverso delle sensazioni: un brivido, un peso sullo stomaco, un palpito sulle labbra. Superata questa sensazione corporea (nel nostro organismo avvengono una serie di processi biologici, fisici, chimici, elettrici, e processi che avvengono a livello molecolare: le sensazioni corporee sono una loro manifestazione) la felicità svanisce.

Potremmo continuare a dire, per tutto il giorno, di essere felici, ma piuttosto siamo privi di tensione. La felicità l’abbiamo vissuta in quel preciso istante, quello delle sensazioni. Per il resto, è rimasto un concetto astratto.

La felicità dell’origine

Chi ha avuto dei figli potrebbe obiettare che non è vero: che la gioia sia talmente immensa che è interminabile. Tecnicamente, le cose non stanno proprio così. I figli – e dunque l’amore – sono dei grandi coagulatori di sensazioni. Quale l’effetto della crescita di questi cuccioli? Le sensazioni piacevoli si centuplicano. Un loro sorriso, la dolcezza con cui si addormentano, la tenerezza che generano con un loro pianto; tutti fattori che ci fanno emozionare. Che cosa significa emozionare? Che sentiamo un brivido sulla pelle, un blocco allo stomaco. Che la nostra reazione emotiva ha attivato il sistema nervoso che, a sua volta, ha provocato l’attivazione del sistema lacrimale. A seguito del pianto di commozione, il nostro battito cardiaco è probabilmente aumentato, la respirazione ha rallentato. Si è formato il “nodo in gola”.

Conclusa la sensazione, torniamo a essere né più né meno esattamente come prima. Biologicamente vivi e incapaci di essere felici, in quanto, ora privi di sensazioni corporee.

L’amore – e l’amore per i figli ancor di più – non rende precisamente più felici: genera, soltanto, un maggiore numero di sensazioni positive del nostro corpo. Con la nascita di un figlio, dunque, non siamo più felici di prima. Viviamo un maggior numero di sensazioni positive, che ci fanno stare bene.

La gioia dell’origine/2

Quando sono nati i social network, tutti abbiamo vissuto esattamente come se avessimo avuto un bambino. Il bambino eravamo noi stessi.

Quando, da bambini, ci portavano al luna park, eravamo eccitatissimi. Perché? Ancora una volta: erano innumerevoli le sensazioni che provavamo sul nostro corpo e in pochi minuti. L’urlo di una voce inaspettata nella casa degli spiriti portava a una massiccia attivazione del sistema simpatico; il cuore aumentava immediatamente la forza e la frequenza contrattile. Cambiavamo gioco, e ancora diverse erano le sensazioni: era adrenalinico giocarsi all’ultimo istante una sfida di precisione con pistola a piombini e lattine; sentivamo un vuoto allo stomaco sul tappeto elastico, come fossimo in volo sul parapendio.

Quando abbiamo iniziato a passare – chi più, chi meno – ore e ore sui social network, abbiamo spesso rivissuto le stesse sensazioni.

Quel luna park garantiva molte sensazioni corporee, anche se a grado inferiore dei parco giochi che frequentavamo da bambini. Per la prima volta, tutti noi avevamo accesso a un palco – reale o sbilenco che fosse. A ogni post scritto si attendeva una reazione. La reazione provocava soddisfazione, delusione, il tutto tradotto in sensazioni fisiche. Si innescò presto il meccanismo della “ricompensa dell’attenzione”. Eravamo attentissimi che il maggior numero di persone possibile fosse attentissimo alle nostre attenzioni. Generavamo contenuti che donavamo al mondo. Costruivamo poetiche, ludiche o seriose che fossero.

Da bambini, al luna park, ci innamoravamo delle bambine in abito rosa. Ora ci innamoravamo di donne mai viste, o solo sfiorate, e provavamo, ancora una volta, a stimolare la loro attenzione dando loro attenzione.

Stavamo, dunque, rivivendo ancora quel sogno: era un nuovo luna park. Meno eccitante, ma pur sempre un luna park.

Uno spazio celeste

Se da una parte stavamo vivendo una nuova giovinezza, intrisi di sensazioni e di eccitazioni, dall’altra stavamo vivendo il culmine della vita contemplativa.

Secondo la Treccani, “contemplare”, forma collaterale del latino classico “contemplari”: “attrarre nel proprio orizzonte; osservare (il volo degli uccelli) entro uno spazio circoscritto detto templum”.

Quali le caratteristiche del nostro templum? Era nuovo, e sembrava essere perfetto. Era piccolissimo (lo spazio di uno schermo) e dunque potevamo contemplare in profondità; al tempo stesso era immenso (il numero enorme di persone che lo popolavano, miliardi di immagini, l’infinitudine delle possibilità.) Dunque potevamo viverlo in tutta la sua pienezza. Avevamo creato un nuovissimo spazio celeste.

L’esperienza della caducità

Spesso, i genitori dicono: “Vorrei che i nostri figli non crescessero mai”. La questione è puramente teorica. Apparentemente, sarebbe un sogno. Ma la condizione dell’infanzia è piena di meraviglia proprio in quanto caduca. Se dopo trent’anni di vita nostro figlio fosse ancora un lattante incapace di elaborare un discorso e di badare a se stesso, non ci emozioneremmo più, probabilmente, nel vedere il suo viso pieno di muco, o il suo pannolino assai sporco. Non proveremmo più tenerezza nel vederlo abbracciato a un peluche. Perché? Quelle emozioni, quelle sensazioni sentite sul proprio corpo, si originano proprio in quanto siamo consapevoli di vivere dei momenti irripetibili.

Il nostro primo giorno di lavoro in una nuova azienda può essere un’emozione: andremo incontro allo shock dell’ignoto. Lo stomaco sembra fibrillare. Forse, stando attenti a non renderlo evidente, il nostro corpo sta anche tremando. Se provassimo la stessa identica emozione dopo dodici anni nella stessa azienda, e semplicemente perché al mattino si sta andando al lavoro – senza dunque contingenze particolari – saremmo, quantomeno, davvero molto, molto emotivi.

In balia del flusso

Che cosa accadde con i social? Fummo talmente dentro a questo nuovo spazio celeste, che dopo poco le sensazioni iniziarono a macchiarsi.

Iniziarono, dunque, a essere non soltanto completamente scontate, e dunque meno autentiche. In quello spazio celeste, non soltanto non c’era più l’incanto della meraviglia, ma altro stava succedendo.

I bambini che erano in noi continuavano a essere bambini. Non crescevamo mai. Eravamo eternamente bimbi. E quindi, guardando noi stessi, non provavamo più alcuna sensazione. Se prima eravamo incantati, ora eravamo addormentati. Non eravamo più immersi nel flusso di post, immagini, link. Eravamo in balia di tutto questo. In balia: non come Moby Dick, però, capace di emozioni. Eravamo in balia di un sentimento privo di significati. Eravamo incapaci di provare sensazioni in quanto nostro figlio (noi stessi) continuava, dopo anni, ad abbracciare il peluche.

La colpa, naturalmente, non era dei social. Era nostra. I social semplicemente puntavano i riflettori sulle nostre incapacità.

Sui rischi che gli articoli sui social network hanno di apparire paternalistici (e banali e scontati e retorici e populisti) si è perfettamente espresso Giorgio Fontana. Alcuni punti banali, però, vanno sottolineati. Cosa stava accadendo?

Giorno dopo giorno, il discorso usciva fuori dalla scena e non per straniamento – come accade all’inizio di uno spettacolo di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, dove il performer, su un triciclo, finisce a essere in scena nel bagno del teatro, e noi spettatori lo sentiamo urlare a palco vuoto – bensì per caos, per angolature sbagliate, per binari sbagliati. Era come se guidando avessimo deciso tutti insieme che, invece di guardare la strada, avremmo dovuto guardare il cruscotto. Come chi, a una partita di tennis, non è dentro l’azione, ma con lo sguardo fisso sul tabellone.

Cos’altro stava accadendo? Stare in quello spazio celeste aveva frenato le sensazioni positive. Non eravamo però giunti, esattamente, a spegnere almeno le sensazioni negative. Quello spazio celeste, anzi, fungeva da potenziatore di negatività: eravamo, giorno dopo giorno, preda della sofferenza. Non bisognerebbe mai ambire ad avere delle sensazioni positive. Tantomeno negative. In quello spazio, però, eravamo assaliti solo da quest’ultime.

Era come se ogni giorno, in varie forme e in vari modi, a noi tutti potesse accadere, con probabilità assai piu alte che nella vita fuori dai social, quanto era accaduto a me in Molise. L’assedio del mondo era davvero a portata di mano, in mille forme possibili. Che cosa, anche, stava accadendo? Stavamo assistendo alla fine dell’esperienza di durata. Il tempo si era talmente atomizzato che aveva iniziato a scorrere molto più rapidamente di prima. Il tempo scorreva così velocemente! Ma scorreva invano in quanto non eravamo capaci di invecchiare. Eravamo ancora nell’incanto dell’origine, ma senza incanto. Eravamo intrappolati in un tempo immobile che sembrava velocissimo.

Non stavamo dunque più contemplando. Non avevamo mai contemplato.

Vita contemplativa

Nel Crepuscolo degli dei, Nietzsche elenca i compiti per i quali è necessario avere un educatore: imparare a vedere, a pensare, a parlare e scrivere. Cosa significa imparare a vedere: “assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, al lasciare-venire-a sé”. Così facendo, si dovrebbe imparare a “non reagire subito a uno stimolo, bensì padroneggiare gli istinti che inibiscono, che concludono”.

“Qui Nietzsche” scrive Byung-Chul Han nella Società della stanchezza “esprime la necessità di una rivitalizzazione della vita contemplativa. Questa non è un aprirsi passivo, che dice ‘sì’ a tutto ciò che viene e che accade. Al contrario, essa oppone resistenza agli stimoli che premono e si impongono. Invece di abbandonare lo sguardo all’impulso esterno, essa lo guida sovrana. Come fare sovrano che dice no, la vita contemplativa è più attiva di qualsiasi iperattività, che rappresenta allora un sintomo di esaurimento spirituale”.

Questo era, forse, il punto: eravamo convinti che il nostro templum fosse tutto ciò che ci venisse incontro. Eravamo convinti che bastava stare fermi, immobili, e avremmo vissuto, giorno dopo giorno, all’insegna della contemplazione. Non avevamo capito che per avere un nostro templum avevamo bisogno di molta più fatica: costruire uno spazio, rimodellarlo giorno dopo giorno. Andare incontro allo shock dell’ignoto, in orizzonti sconosciuti. Stando sui social, invece avevamo smarrito il templum. Ci era stato imposto – ce l’eravamo imposto – e dunque era tutt’altro che uno spazio celeste. Eravamo immobili.

Ed eravamo in preda alla sofferenza: eravamo attaccati ai piaceri dei sensi, compreso la mente; eravamo preoccupati di diventare questo o quello; avevamo il desiderio che le cose non fossero come erano. Essendo esseri umani, abbiamo innate queste caratteristiche; ma, convinti di aver trovato una zona di contemplazione, eravamo finiti in uno spazio che le enfatizzava.

Eravamo preda dell’attaccamento, dell’identificazione, dell’avversione e della paura: in quanto eravamo privi di contemplazione, eravamo, in altro modo, privi di meditazione: eravamo preda della sofferenza.

Il nostro templum

Pian piano, però, andavamo capendo quanto segue; che il nostro templum non è ciò che ci viene incontro, bensì, appunto, uno spazio da costruire e da rimodellare giorno dopo giorno, con lo scopo ultimo della contemplazione.

Contemplazione è: andare a vedere. Guidare il nostro sguardo verso l’ignoto. E poi, un passo in più: stare fermi. E stare ad ascoltare. La conseguenza – ma non lo scopo – potrà essere: la felicità.


Immagine di copertina: ph. Cristian Newman da Unsplash

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