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15 Giugno 2016

Chi sono io? è la domanda fondamentale del soggetto quantificato nelle reti, dedito all’accountability digitale per adempiere la necessità di ribadire la verità di sé stesso. L’essere umano accountable è quindi colui che subentra all’essere umano disciplinato e a quello controllato.

Soggettività nella società dell’accountability

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I numeri dei social media hanno una vastità tale che solo per analogia l’uomo contemporaneo riesce ad attribuire un senso a essi. La piattaforma che ha il maggior numero di utenti attivi, con riferimento ai dati disponibili a marzo 2015, è Facebook, che totalizza più di un miliardo e quattrocentomilioni di users, cui si somma il mezzo miliardo di utenti del Facebook Messenger. Come sostiene il luogo comune, Facebook è la più grande nazione del mondo, sorpassando la Cina e l’India.

Secondo quanto affermato dal fondatore e CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, il 24 agosto 2015 la piattaforma ha avuto per la prima volta un miliardo di utenti attivi nello stesso giorno. Se per Hegel il quotidiano era la preghiera laica dell’uomo ottocentesco, Facebook sembra essere subentrato in questa funzione.

Il secondo social network al mondo è la piattaforma di instant messaging QQ, utilizzata soprattutto nel mondo sinofono, con circa 830 milioni di utenti. Bisogna arrivare alla decima posizione per trovare Instagram (instagram.com), piattaforma specializzata nella condivisione di immagini, con circa 300 milioni di utenti. Al dodicesimo posto si situa invece Twitter (twitter.com) con i suoi 288 milioni di utenti attivi. Questo elenco sarebbe arido se non si tenesse in considerazione che i social media sono diventati un elemento costitutivo, per buona parte del mondo occidentale, della banalità quotidiana, in cui per banale si intende il significato che a questa parola aveva tributato in primis da Friedrich Nietzsche: ciò che è tanto consueto che non spicca all’occhio, così da strutturare sottotraccia l’esistenza. Lo scrittore statunitense Dave Eggers nell’opera Il cerchio è uno dei primi autori ad avere narrativizzato, e quindi reso visibile, l’impatto dei social media nella vita quotidiana di una giovane white collar americana contemporanea.

Nella rapida ricostruzione di questo scenario digitale si intende affrancare ai social media una ulteriore nozione recentemente emersa: il “quantified self”, apparso massicciamente nella pubblicistica statunitense negli ultimi cinque anni. Swan definisce il quantified self come segue: “Il quantified self (QS) è ogni individuo impegnato nell’auto-tracciatura di ogni tipo di informazione biologica, fisiologica, comportamentale o ambientale. Si verifica un atteggiamento proattivo nell’ottenimento di informazione e nell’azione su di esso. Una varietà di aree può essere tracciata e analizzata, per esempio: peso, livello di energia, umore, tempi di utilizzo, qualità del sonno, salute, performance cognitiva, atleticità, e strategie di apprendimento”. Se è interessante notare la costruzione linguistica della definizione, per la quale il quantified self è un individuo proattivamente impegnato in ogni quantificazione possibile di se stesso, tuttavia si intende mettere in rilievo in che senso – come per altro è già stato teorizzato – il quantified self sia solo un passaggio intermedio nella costruzione del self futuro. Il self futuro è definito da Kevin Kelly, leader degli entusiasti digitali contemporanei, come segue: “Questo self futuro è quello che è espanso spazialmente, e dotato di un’ampia suite di exosensi: l’exoself”. Si avverte nella nozione di exoself una versione contemporanea di un’intuizione McLuhaniana datata almeno cinquanta anni, che ha già avuto brillanti trattazioni teoriche. Tuttavia quello che interessa qui è la visione e l’applicazione che ne viene data nel contesto contemporaneo, riportato in questa lunga ed esaustiva citazione:

L’exoself esteso potrebbe avere possibilità mai viste di regolazione e controllo. Una volta equipaggiato con dispositivi QS, un corpo individuale diviene un oggetto conoscibile, calcolabile e amministrabile. La tecnologia dell’exoself potrebbe essere una sorta di prospettiva di quarta persona che facilita il trapasso degli umani in un nuovo reame di sé estesi e, alla fine, in gruppi differenti di sé congiunti. È paradossale che, da una parte, gli umani stiano divenendo sempre più dipendenti dalla tecnologia per ogni aspetto della vita, inclusa l’interazione con il mondo esterno, mentre dall’altra parte la tecnologia stia fornendo una relazione con il mondo più ricca, dettagliata, controllabile. Ultimamente, la tecnologia QS dell’exoself sta favorendo la catalizzazione del progresso verso una società futura più avanzata, tramite l’aumento delle cose umane più utili e lodate: scelta, comprensione, coscienza, e libertà.

Mark Zuckerberg così commentava il miliardo di utenti giornalieri raggiunto da Facebook il 24 agosto 2015: “Un mondo più aperto e connesso è un mondo migliore. E porta relazioni più forti con chi amate, un’economia più forte, con più opportunità, e una società che riflette i nostri valori”. Kevin Kelly preconizza un futuro migliore generato da individui che donano la propria quantificazione alle reti. In entrambi i casi, alla base sia dei social media sia del quantified self, vi è un soggetto contemporaneo impegnato a offrire se stesso alla macchina digitale, in forma di parametri numerici, immagini, testi o qualsivoglia altra modalità di espressione.

Meno entusiasti rispetto a quello che sta accadendo rispetto alle due voci riportate sopra, si intende in questo testo in primo luogo definire accountability digitale il processo di soggettivazione proprio del soggetto contemporaneo impegnato a diffondere se stesso nelle reti. In secondo luogo si intende offrire una ricostruzione genealogica dell’accountability digitale. In conclusione si intende mostrare il potere e la pervasività dell’accountability digitale, tali che si possa delineare una nuova descrizione della società, alternativa alle società disciplinari e di controllo, che si intende definire società dell’accountability. […]

Si intende qui definire accountability digitale quello specifico di processo di soggettivazione in cui “having an account” e “giving an account” siano le due facce di una stessa medaglia. Se nell’accountability tradizionale è il sistema che impone all’agente la produzione di un account, nell’accountability digitale il dare conto di sé è momento immanente al processo. In altri termini, quando si apre un account e si entra in un processo di accountability digitale, vi è una accettazione implicita che si debba dare conto di sé. Il racconto che si fornisce è di fatto un racconto di sé, che conserva l’aspetto originario di ordinamento del mondo proprio del computare, in cui l’ordinamento riguarda sia se stessi rispetto alla propria esperienza sia il mondo che si esperisce.

L’analisi critica che si intende allora proporre dell’accountability digitale intende mostrare che essa trovi la propria genealogia nella confluenza, non dialettica ma semplicemente storica, di due processi immanenti al mondo occidentale: il discorso del padrone e il potere pastorale. Il discorso del padrone è, secondo Rovatti, “costruito sull’assoluta priorità del conoscere rispetto alle pratiche”. Entrambi i termini sono mutuati dalle ricerche avanzate da Foucault negli anni precedenti la morte, ed esposte nei corsi tenuti al Collège de France, soprattutto ne L’ermeneutica del soggetto. Il filosofo francese individua due peculiari processi di soggettivazione che hanno caratterizzato l’antichità greca e latina: lo “gnōthi seauton” (conosci te stesso) e l’“epimeleia heautou” (la cura di sé). Al mondo occidentale contemporaneo è stato consegnato come processo di soggettivazione fondamentale lo gnōthi seauton a discapito della cura di sé. Il soggetto occidentale è, prima di tutto, invitato a conoscersi. Per quale motivo? La risposta viene fornita da Foucault stesso in un passaggio celeberrimo:

possiamo dire che l’ingresso nell’età moderna è avvenuto – intendo dire che la storia della verità è entrata nella sua epoca moderna – solo il giorno in cui si è ammesso che è la conoscenza, e la conoscenza solamente, a consentire l’accesso alla verità e a fissare le condizioni in base alle quali il soggetto può avere accesso a essa. E quel che ho chiamato il “momento cartesiano” mi sembra che trovi posto e prenda un significato solo a partire da quel momento, senza con questo voler dire che si tratti solo di Descartes, o che ne sia stato proprio lui l’inventore, o che sia stato esattamente il primo a fare tutto ciò. Credo insomma che l’età moderna della storia della verità sia iniziata solo a partire dal momento in cui quel che consente di avere accesso alla verità è diventata la conoscenza stessa, ed essa sola. A partire, cioè, dal momento in cui il filosofo (o lo scienziato, o anche solo chi cerca la verità), è diventato capace di riconoscere la verità, e ha potuto avere accesso a essa, in se stesso, e in virtù dei suoi soli atti di conoscenza, senza che da lui si esiga più nient’altro, ovvero senza che il suo essere di soggetto debba essere modificato o alterato in alcun modo.

La conseguenza di questo approccio alla verità, che l’uomo moderno e quello contemporaneo hanno fatto proprio, è che l’uomo vero sia l’uomo di conoscenza. E questa sola dimensione – la conoscenza – conta per la costituzione dell’uomo vero. È l’unico processo di soggettivazione, la conoscenza, che legittima l’uomo. Con questo approccio si elimina il mondo delle pratiche, che per converso non dà accesso alla conoscenza. In un paradigma filosofico differente, è Husserl a sintetizzare l’essenza del momento cartesiano: “Così il mondo e, correlativamente, la filosofia assumono un volto completamente nuovo. Il mondo deve essere in sé un mondo razionale, razionale nel senso nuovo proprio della matematica e della natura matematizzata; corrispondentemente la filosofia, la scienza universale del mondo, deve poter essere costruita more geometrico come una teoria unitariamente razionale”. L’uomo che deriva dal momento cartesiano è comprensibile solo nei suoi aspetti quantificabili e matematizzabili. Tutte le caratteristiche umane che non siano inquadrabili secondo questo aspetto non sono meritevole di essere preso in considerazione. Ne consegue che relazionalità con gli altri viene declinata in puri termini astratti, quantificabili.

La domanda fondamentale rispetto alla relazione con gli altri si muove da: Come vivo con l’altro?, a: Quanto vivo con l’altro?, in cui il “quanto” deve essere quantificabile, matematizzabile. In un approccio alla vita basato sulla mathesis viene a mancare la dimensione del syn- di syzen e synousia, della condivisione con gli altri: in quanto questa condivisione deve essere ridotta ad astrazione per poter essere misurata. Quindi di fronte al soggetto non si pone più l’altro, ma un altro astratto da sé, quantificato. Un sé quantificato che tuttavia trova la propria legittimazione in quanto quantificato, in quanto conoscitore di se stesso e conosciuto a se stesso secondo la mathesis.

Il discorso del padrone è dunque quello che impone questa visione sostanzializzata del soggetto, basata su una visione dell’umano “scientifica” in quanto quantificabile. Visione che da un lato postula che la quantificazione sia l’unico regime di verità possibile nel contesto attuale, con tutte le implicazioni e le prese di principio etiche e politiche che ne possono derivare, e che dall’altro costituisce effettivamente lo sfondo epistemologico in cui si muovono sia il quantified self sia i social media. […]

Amazon, Google, Twitter, Facebook sono in primo luogo serbatoi immensi di dati, disponibili a qualsiasi ricerca per qualsiasi fine. E fra gli ambiti di utilizzo emerge prima di tutto il business: “‘Non puoi gestire quello che non misuri’. C’è molta saggezza in questo detto, che è stato attribuito a W. Edwards Deming a Peter Drucker, e spiega perché l’esplosione recente dei dati digitali è così importante. Messa in breve, grazie ai big data i manager possono misurare, e quindi conoscere, il loro business in misura radicalmente maggiore, e tradurre direttamente questa conoscenza in una performance e un decision making potenziati”.

Se tuttavia a questo punto del discorso lo sfondo epistemologico della accountability digitale è stato inquadrato, rimane tuttavia ancora irrisolto un problema: ovvero perché l’utente della macchina digitale volontariamente si offra alla quantificazione, si renda accountable. La risposta che si intende qui proporre è alternativa alla ricostruzione della genesi dell’accounting operata da Butler, la quale seguendo Nietzsche costruisce la scena di indirizzo a partire dalla domanda: Sei stato tu? Si ritiene qui che la ricostruzione del dare conto di sé operata da Butler non sia sufficiente per illustrare le ragioni dell’accountability digitale, in cui il soggetto fornisce un racconto di sé senza la necessità preliminare della chiamata in causa, e che sia necessario un cambiamento nella scena di indirizzo da cui nasce l’accounting. Non più allora un interpellante che chiede conto di un’azione in ambito giuridico o politico, ma: il pastore che chiede a un membro del gregge: Chi sei tu? Foucault dichiara:

Il pastorato cristiano implica una forma specifica di conoscenza del pastore su ciascuna delle sue pecore. È una conoscenza particolare. Essa individualizza. Non basta conoscere lo stato in cui si trovi in gregge. Occorre conoscere anche quello di ciascuna pecora. Questo tema esisteva ben prima del pastorato cristiano, ma venne considerevolmente amplificato in tre sensi diversi: il pastore deve essere informato dei bisogni materiali di ciascun componente del gregge e provvedervi quando è necessario. Deve sapere ciò che accade, ciò che fa ciascuno di loro – i suoi peccati pubblici. In ne, deve sapere che cosa accade nell’anima di ciascuno di loro, cioè i suoi peccati segreti, i suoi progressi sulla via della santità.

Nella citazione sopra riportata, si potrebbe sostituire il dispositivo digitale al pastore e l’utente al membro del gregge. Il dispositivo digitale infatti non quantifica la comunità degli utenti, ma cerca di arrivare alla profilazione il più accurata possibile dell’utente singolo. Del singolo utente interessano i bisogni materiali, perché gli si possa offrire la soddisfazione del bisogno just in time, secondo le buone prassi post-fordiste. Esistono algoritmi tanto sofisticati (quelli delle migliori piattaforme di e-commerce, quali ad esempio Amazon, Yoox o eBay) in grado di fornire suggerimenti d’acquisto del cui desiderio l’utente non era consapevole, ma che diventa necessario e urgente nel momento in cui viene visualizzato. Del singolo utente si sa poi non solo la sua posizione fisica nel pianeta (che prende il nome di accountability della presenza), ma cosa mangia, chi frequenta, chi appoggia politicamente, che musica ascolta, che libri legge e così via. E il dispositivo digitale è in grado di elaborare anche una figura fantomatica dell’utente, sconosciuta all’utente stesso, costituita dal processamento dei logs delle attività svolte dall’utente su internet: un racconto dell’utente che talvolta stride con la consapevolezza dell’utente ha di se stesso, il quale tende a rimuovere gran parte della propria della navigazione a favore di quello che ritiene significativo.

Aver inquadrato il dispositivo della scena di indirizzo nel potere pastorale, e aver individuato in esso la genesi dell’accountability digitale, non spiegano comunque ancora la questione dell’engagement dell’utente nell’accountability digitale. In altre parole, non si spiega ancora il passaggio dalla domanda propria del potere pastorale: Chi sei tu? alla domanda che risulta da un engagement perfetto: Chi sono io? Riprendendo le riflessioni foucaultiane sul tema della confessione, emerge che soggetto cristiano nel momento della confessione opera un processo di conoscenza che lo porta a “dire-il-vero-di-se-stesso”. Quale regime di verità è all’opera in questo dire il vero? Foucault nell’analisi della confessione cristiana individua una rivoluzione copernicana nell’analisi dei rapporto fra soggetto e verità. Rivoluzione che viene esposta chiaramente nel passaggio che segue:

Nell’esame cristiano la questione riguarda non il contenuto oggettivo dell’idea, ma la realtà materiale dell’idea nell’incertezza di ciò che sono, nell’incertezza di ciò che accade in fondo a me stesso, alla ricerca di che cosa? Se la mia idea è vera? Niente affatto. Se ho ragione ad avere questa o quella opinione? Assolutamente no. Non si tratta della verità della mia idea, ma della verità di me stesso che ho un’idea. A essere in questione non è la verità di ciò che penso, ma la verità di me che penso.

L’analisi operata da Foucault in questo passaggio è fondamentale per la comprensione dello statuto dell’uomo contemporaneo. Il regime di verità cui la confessione sottopone il soggetto cristiano non riguarda quello che il soggetto pensa, ovvero l’idea che il soggetto può avere rispetto a questo fatto o quest’altro. L’opinione del soggetto nella verità cristiana è del tutto irrilevante. Ciò che passa al vero non è il contenuto di conoscenza del soggetto cristiano. Ciò che passa al vero è il cristiano stesso. Come sintetizza Foucault: non è vero ciò che il cristiano pensa, è vero il cristiano che pensa se stesso nel momento della confessione. Con questa conclusione si trova una armonia calibrata fra confessione come processo di soggettivazione e verità come sottomissione del soggetto cristiano a un certo tipo di governamentalità.

La conseguenza è tranchant: se il soggetto cristiano si salva quando si soggettivizza nel processo di soggettivazione della confessione, questo momento genealogicamente è l’emergenza del soggetto moderno che invera se stesso nei regimi di verità imposti dalla governamentalità. Tuttavia questa emergenza sarebbe un classico strumento di analisi foucaultiana, indipendente dal caso della confessione, se nella confessione non si trovasse un elemento ulteriore, ovvero che il soggetto nella confessione dice il vero di se stesso. Traendo la conseguenza fondamentale da quanto appena esposto: l’uomo contemporaneo occidentale, genealogicamente cristiano, è vero nel momento in cui si qualifica, si predica, oggettivizza se stesso, narra se stesso, dice-il-vero di sé nei dispositivi governamentali che rimediano la confessione cristiana. Come sintetizza magistralmente Foucault: “questo obbligo di dire il vero su se stessi non è mai cessato nella cultura cristiana, e verosimilmente nelle società occidentali. Siamo obbligati a parlare di noi stessi per dire il vero su di noi”.

Nell’accountability digitale la confessione cristiana trova il proprio stato parossistico, tanto che la necessità della domanda: Chi sei tu? non ha più senso di esistere, venendo sostituita da un soggetto completamente coinvolto (“committed”, “engaged”) nel racconto di sé stesso come forma di inveramento di sé stesso. Chi sono io? è la domanda fondamentale del soggetto quantificato nelle reti, dedito all’accountability digitale per adempiere la necessità di ribadire la verità di sé stesso. L’essere umano accountable è quindi colui che subentra all’essere umano disciplinato e a quello controllato.

Nell’accountability scompare la paura come tonalità emotiva fondamentale, che era invece il motore del grande fratello orwelliano; tuttalpiù il soggetto accountable è condizionato da forme surrettizie di felicità, se si intende dare seguito ad Agamben (“Alla radice di ogni dispositivo sta dunque un fin troppo umano desiderio di felicità e la cattura e la soggettivazione di questo desiderio in una sfera separata costituisce la potenza specifica del dispositivo”). La modalità estetica fondamentale è la seconda lacrima kunderiana, ovvero il Kitsch. Al lasciapassare si sostituisce la forma più complessa dell’account. Se un giorno, nel mondo contemporaneo in cui la visibilità è divenuta il dato stesso, TruYou apparirà all’orizzonte della vita dell’uomo occidentale, si spera comunque che la lezione foucaultiana sulle pratiche non sia andata completamente dimenticata.

Come ha riassunto molto brillantemente Gros, le pratiche di sé “sono programmi di stilizzazione dell’esistenza che hanno senso solo entro l’orizzonte della libertà: di una libertà, tuttavia, non compresa come natura fondamentale ma come gioco di pratiche differenziate”. Se anonimato e anomia sono condizioni umane limite, che implicano de-soggettivazioni radicali e schizoidi, un libero gioco dell’entropia sembra ora essere l’unica strada praticabile come esercizio di libertà all’uomo contemporaneo perché non rimanga prigioniero di se stesso.


Immagine di copertina: ph. Saksham Gangwar da Unsplash

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