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Ripensare la soggettività: Persona di Claudio Paolucci, una lente per leggere il presente

Tutti noi sappiamo che i bambini giocano a essere qualcun altro: un pilota, un supereroe, un personaggio di fantasia o magari una ballerina o un animale giurassico. Le prime immedesimazioni si hanno già nei primi anni di vita. È un modo di giocare che non ci stupisce perché molto diffuso, d’altronde si tratta di qualcosa che abbiamo vissuto noi stessi in prima persona. Eppure dovremmo sorprenderci eccome, forse addirittura saltare sulla sedia con gli occhi sbarrati, perché quello è l’atto con cui sboccia negli esemplari della nostra specie la soggettività e, di conseguenza, l’autocoscienza. Solo il comparire di questo terzo personaggio che i più piccoli, a un certo punto della loro vita, iniziano a interpretare rompe il gioco binario della comunicazione degli infanti con il loro interlocutore (che, immaginiamo, le prime volte sarà quasi sempre un genitore).

Non importa quale sia questo personaggio, ciò che importa è che questo a un certo punto decida di palesarsi, immaginato, interpretato o, più tardi, raffigurato su un foglio di carta con i pastelli.

Sintetizzando succede così: l’arrivo di un elemento terzo (l’egli), che si aggiunge al sé (l’io) e al suo interlocutore (il tu), si innesca in noi e, da quell’attimo in poi, apre all’esistenza di un punto di vista esterno a sé stessi. Mica poco: da quel momento la nostra coscienza ha qualcuno con cui dialogare, a cui rapportarsi mentre pensa, prende decisioni, rimugina idee e si rapporta al mondo.

E il bello è che quel qualcuno siamo noi stessi e siamo coscienti di esserlo. Si tratta di un punto di vista esterno al nostro, ma che sappiamo appartenere a noi stessi. E non c’è da preoccuparsi, non siamo strani né malati, anzi i disturbi arriverebbero nel caso contrario: scrive il semiologo Claudio Paolucci nel suo nuovo libro intitolato “Persona” (Bompiani): “Essere “soggetti” significa sapere che la voce di “egli”, terza persona, che parla a “io”, prima persona, è la voce di “io” stesso. Quando questa autocoscienza non c’è, si è soggetti a malattie come la schizofrenia o l’allucinazione”.

Questa magia dell’arrivo di un terzo elemento nel nostro rapporto col mondo ha implicazioni così importanti da essere costitutive della nostra identità di specie umana: ci permette di maneggiare la finzione, ci introduce a come il linguaggio può descrivere un mondo diverso da quello percepito dai nostri sensi. Impariamo a pensare alternative a ciò che accade, ci ritroviamo a inventare, a programmare mondi possibili — e far dialogare questi mondi possibili immaginati con quello che esperiamo, testandone le possibilità applicative.

Con quel giocare a essere qualcun altro (l’egli) ci alleniamo a ingannare il nostro interlocutore (il tu) e diamo il via a un eccezionale processo di trasformazione di noi stessi. L’io, in altre parole, è forgiato da meccanismi che solo l’egli ha la possibilità di far procedere. Funziona come un innesco: il processo una volta iniziato va avanti da solo, proprio come gli algoritmi e, più nello specifico, i sistemi di Intelligenza Artificiale. Anzi, ancor meglio di un innesco, si può dire che si comporta come il triangolo di Tartaglia che, in matematica, ci mostra graficamente il proliferare di numeri da una semplice ripetizione di una somma di un binomio. Una volta scoccata la prima scintilla (la prima somma) il sistema (in questo caso il triangolo) va serenamente avanti da solo come se fino a quel momento non avesse aspettato altro. Sembra un fatto curioso eppure è connaturato in noi, che funzioniamo proprio così.

L’arrivo di un elemento terzo (l’egli), che si aggiunge al sé (l’io) e al suo interlocutore (il tu), si innesca in noi e, da quell’attimo in poi, apre all’esistenza di un punto di vista esterno a sé stessi.

La centralità dell’egli è una delle protagoniste del nuovo libro di Claudio Paolucci — dal quale l’esempio degli bambini fatto poco fa proviene — che però, a scanso di equivoci, non è dedicato all’intelligenza artificiale o alle capacità cognitive dell’infanzia. Semmai a tentare di mettere insieme una teoria completa dell’enunciazione, uno dei grattacapi più insidiosi e sfuggenti con cui linguisti, semiologi e filosofi del linguaggio si sono confrontati nelle loro fatiche accademiche, e non solo in quelle recenti. Si parte da qui, da una storia, e dalle caselle vuote che abitano ogni narrazione (in semiotica si chiamano “gli attanti”) in cui si insediano le possibilità dell’espressione e dell’enunciazione. Siamo in quel brodo primordiale semiolinguistico in cui coabitano, e da cui sin da subito si diramano, problemi come la significazione, il punto di vista, l’identità e, appunto, l’enunciazione. Ma attenzione a snobbare questi dilemmi come fossero materia esclusiva per accademici, perché in realtà hanno risvolti estremamente concreti e tangibili per le nostre vite.

Una delle teorie dell’enunciazione più longeve è quella che diede un celebre linguista francese, ma nato ad Aleppo in una famiglia sefardita, e cioè Émile Benveniste. Secondo Benveniste il linguaggio sarebbe “organizzato in modo da permettere a ogni parlante di appropriarsi dell’intera lingua designandosi come io”. Ed è vero, si entra nell’universo linguistico immersi all’interno del proprio punto di vista, e nelle lingue si dispone di lettere e vocaboli limitati, ma che permettono possibilità combinatorie infinite. Ma questo, dice Paolucci, non vuol dire che la soggettività deriva dall’io linguistico.

Il rapporto è semmai inverso. Scrive Paolucci che il linguaggio, attraverso l’enunciazione, “fa del soggetto un’istanza capace di porre sé stesso a oggetto della propria riflessione”. Insomma, Benveniste aveva visto giusto nell’osservare il meccanismo, ma ne aveva interpretato ingenuamente il rapporto di causalità facendosi sfuggire la centralità dello sguardo che permette al soggetto di farsi oggetto del mondo. A studiare la magia dell’enunciazione ci si ritrova con da una parte la “soggettalità” di un soggetto immerso nel reale (è da qui che nascono i pronomi e le “posizioni” che vi corrispondono nelle lingue), dall’altra l’“oggettalità” dell’enunciato: nella loro connessione scorgiamo l’enunciazione.

Umberto Eco, di cui Paolucci è allievo e biografo, concentrò molto del suo lavoro di semiologo sull’importanza della menzogna.

La bugia è il dettaglio che ci rende ciò che siamo, umani, e lo è proprio perché prevede l’immaginazione di mondi alternativi a quello percepito, la loro valutazione, e la loro considerazione in rapporto al reale. Le bugie sono ponti tra i mondi possibili e la realtà, che permettono di influenzare ciò che è con ciò che potrebbe essere. Ma la menzogna è anche quella degli artisti, che usano il colore per innescare in chi osserva le opere la percezione di un mondo che non c’è, una forma un volto o un paesaggio che non esistono.

E la stessa cosa si può dire degli attori che recitano, fingendo di essere qualcun altro, ingannando noi spettatori con trame, emozioni, amori e orrori che sono innanzitutto finzioni. E la finzione è quella che citavo all’inizio di questo articolo, quella dei bambini che cominciano sin da piccolissimi a “fare finta che”, a fingere il pianto per ottenere attenzioni, e più in là a immedesimarsi in personaggi ed eroi. I bambini fingono perché hanno appreso la capacità semiotica di ingannare, di filtrare la realtà con i loro sensi e maneggiarla per la loro convenienza. Anche la menzogna, insieme all’importanza dell’elemento terzo dell’“egli”, fa parte dei pilastri della teoria dell’enunciazione.

Secondo Benveniste il linguaggio sarebbe “organizzato in modo da permettere a ogni parlante di appropriarsi dell’intera lingua designandosi come io”.

Perché una teoria dell’enunciazione pretende chiarezza su cosa sia la soggettività, e a questo proposito la proposta che troviamo in Paolucci è che questa sia la capacità di diventare noi stessi “oggetto delle nostre riflessioni” e di elaborare pensiero strategico. Questo prevede l’onnipresenza della menzogna. Da qui il titolo Persona (film di culto diretto da Ingmar Bergman): la persona è per il teatro la cosiddetta maschera, il personaggio che sale sul palco, nell’accezione comune è l’individuo, cioè ognuno di noi, ma a voler indagare davvero cosa rende persone, cosa distingue ciò che è una persona da ciò che non lo è, ecco che “Persona” è chi può mentire e dare forma al proprio mondo attraverso il potere della menzogna.

Nelle vicende che portano a una teoria completa dell’enunciazione c’è spazio per guardare un attimo fuori dalla finestra e osservare, proprio a partire da questa teoria, a ciò che succede fuori. Perché se dalla soggettività impariamo che prendere coscienza di sé significa prima di tutto prendere coscienza dell’alterità, ecco che il clima sociale e politico che ci circonda assume una forma un po’ più chiara (anche se comunque avvilente). Se teniamo a mente questa complessità che si cela dietro alla persona e al soggetto, allora le polarizzazioni ideologiche, così come il populismo e l’ascesa della identity politics, rientrano in un quadro di banalizzazioni che possiamo leggere solo come mistificazioni.

Dalla teoria dell’enunciazione impariamo che ciò che ci rende persone è la coscienza del fatto che il mondo non è come lo si vorrebbe. Impariamo che l’identità è mutevole, che contiene una pluralità di voci e che questa complessità non è eccessiva ma essenziale per il nostro benessere, per il funzionamento della nostra mente come per quello della nostra società e del nostro universo comunicativo e informativo. In questi tempi di idee granitiche, scontri tanto livorosi da portare a cancellazioni e posizioni politiche incentrate su pilastri di carta come sesso, genere o colore della pelle, ci vorrebbe una sveglia che suona, un brusco risveglio, e la voglia improvvisa di rimettere mano all’idea di mutevolezza.