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4 Febbraio 2020

Essere Susan Sontag: un pensiero e un corpo che parlano al nostro bisogno di presente

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Sontag è una delle intellettuali più peculiari del ventesimo secolo, non tanto per l’incisività di alcune sue osservazioni, il linguaggio tagliente, la natura sessuale del suo intelletto o la struttura intellettuale del suo desiderio fisico. Lo è per il segno che è stata in grado di lasciare, in modo diverso, su chiunque l’abbia letta. C’è chi l’ha incontrata negli anni di formazione accademica, chi si è rispecchiato nell’anatomia del desiderio e nella descrizione delle tappe dell’amore tra le pagine dei suoi diari, chi nell’incessante brulicare del suo intelletto, nei saggi sull’arte, nell’analisi dell’esperienza della malattia. Chi un po’ in ognuno di questi.

Il pensiero di Sontag si muove orizzontalmente sviluppandosi come un rizoma

Per la vastità dei suoi interessi, il pensiero di Sontag risulta eclettico e difficile da riassumere organicamente. Non solo, a volte attorno allo stesso tema può sembrare che manchi una reale coerenza d’insieme. Ciò perché Sontag nel corso della sua vita ha cambiato spesso idea, sebbene non lo abbia mai riconosciuto formalmente. Benché ciò possa essere confuso per arroganza – lettura a cui contribuirebbe un certo aplomb sontaghiano – in realtà si tratta della manifestazione di un’onestà intellettuale disposta a mettersi costantemente in dubbio e, se necessario, a ritrattare. Allo stesso tempo è il sintomo di una sensibilità nei confronti dell’evoluzione dei tempi, una predisposizione ad assorbirne le radiazioni.

Il pensiero di Sontag si muove orizzontalmente sviluppandosi come un rizoma, per cambi di rotta che nascono da un radice unica ma prendono direzioni imprevedibili. Ciò si vede particolarmente nelle pagine dei diari, dove spesso nella stessa giornata annota appunti per possibili saggi, idee per nuovi racconti, liste di film visti o romanzi da leggere, citazioni di amici, analisi dettagliate delle proprie emozioni e dei propri desideri, quasi tra questi non vi fosse alcuna distinzione.

Come si può allora mappare il pensiero di Sontag senza ridurlo a una lista bibliografica o a una futile cronologia? Credo si possano tentare due approcci. Il primo è rinunciare a raccontarlo complessivamente ed oggettivamente, cercando piuttosto di delinearlo attraverso degli incontri, ovvero raccontando come si è personalmente incontrata Sontag e quali tra le sue tante opere hanno risuonato per noi – d’altra parte lei stessa ha affermato che i lettori sono liberi di esperire i suoi testi a proprio modo. Il secondo potrebbe essere invece quello di tentare di distribuirlo in uno spazio tridimensionale che si appoggia su tre assi principali i cui estremi opposti sono saggio/opera d’arte, intelletto/passione e privato/pubblico e che altro non sono che le tensioni che si trovano all’interno di ogni singola sua opera. Si tratterebbe in altre parole di provare a creare una sorta di costellazione che è l’insieme di molteplici raggruppamenti tematici.

I due approcci non si escludono a vicenda. Anzi, paradossalmente, proprio perché a cavallo tra incontri personali e costellazioni pubbliche, potrebbero idealmente rappresentare, nel loro insieme, il modo di mettere in pratica in maniera metacritica quella dialettica tra privato e pubblico appresa proprio dalla lettura di Sontag.

20/11/1965
I testi sono oggetti. Voglio che abbiano un effetto sui lettori – ma in ogni modo possibile. Non c’è un modo giusto di esperire ciò che ho scritto. Io non “dico qualcosa”. Permetto a quel “qualcosa” di avere una voce, un’esistenza indipendente (un’esistenza indipendente dalla mia).

Asse 1: Saggio/Opera d’arte

Benché Sontag abbia sempre aspirato allo status di scrittrice e artista, il suo nome ha finito per essere associato prevalentemente alla sua opera critica e al suo ruolo di opinionista (che in più di una circostanza le procurò il biasimo pubblico).

Eppure, proprio per la freschezza del suo stile e del suo sguardo, la produzione critica e teorica è forse quella che più si avvicina all’opera d’arte. Basti leggere saggi rivoluzionari come Notes on Camp (1964) o Against Interpretation (1966).

Nel primo, anticipando l’avvento dei cultural studies, Sontag cerca di definire con una precisione quasi chirurgica la nuova sensibilità camp, ovvero quella forma di dandismo contemporaneo a cui era costantemente esposta nei circoli che frequentava.

In una lunga serie di micro-definizioni e specificazioni, cerca di spiegare dettagliatamente in cosa consista questa nuova sensibilità ineffabile, cercando di essere allo stesso tempo seria e leggera, precisa ma evanescente. Basta l’introduzione alla lista di note per comprendere la genialità e l’originalità di questo saggio per frammenti.

Bisogna ritrovare l’esperienza sensoriale, scrive, non darla per scontata, concentrarsi su forma e stile, imparare a vedere, ascoltare e sentire di più.

Nel secondo, ricostruendo storicamente le ragioni filosofiche che a partire da Platone e successivamente attraverso l’interpretazione delle sacre scritture hanno portato allo scollamento e infine al dominio del contenuto sulla forma, invita ad abbandonare la tirannia dell’interpretazione e a riscoprire le forme e le emozioni delle opere, ad abbandonare l’ermeneutica a favore di un’”erotica dell’arte” (nda. erotics of art). Bisogna ritrovare l’esperienza sensoriale, scrive, non darla per scontata, concentrarsi su forma e stile, imparare a vedere, ascoltare e sentire di più.

I romanzi (The Benefactor, Death Kit, The Vulcano Lover, In America), al contrario dei saggi, sono opere profondamente intellettuali e sperimentali, nati sulla scia della sua esperienza di lettrice e critica letteraria e dunque intrisi del desiderio di lasciare un segno e innovare, di competere – ai limiti dello sforzo – con i grandi maestri (farà sorridere sapere che già nell’adolescenza Sontag aspirava al Nobel). Proprio per questo, paradossalmente, risultano più affini a dei saggi, con lo svantaggio di essere allo stesso tempo, a dire dei più, troppo pretenziosi e a tratti noiosi.

Asse 2: Intelletto/Passione

Il rapporto tra saggi e opere d’arte mette in evidenza il rapporto tra intelletto e passione. L’erotics of art che invoca alla fine di Against Interpretation è infatti, come scrive a più riprese nei diari, il suo modo di esperire l’arte. A Sontag interessano lo stile delle opere, la loro materia e per questo nel saggio On Style (1966) auspica che il critico sia colui che è in grado di percepire e descrivere le vibrazioni emanate dalle opere. A questo si dedica essa stessa con passione raccontando ad esempio la sofferenza che trasuda dalle pagine di Pavese, lo stile dei film di Bresson, la serietà di Simon Weil, la forma delle idee nei film di Godard, o, in particolare, il ruolo che ha la fotografia sul nostro modo di guardare ed esperire il mondo.

On Photography (1977) è ad oggi, a tutti gli effetti, uno dei capisaldi del pensiero sociale sulla fotografia (anche se per certi versi superato, soprattutto con l’avvento della fotografia digitale). È un libro che dialoga, seppure a distanza, tanto con L’opera d’arte ai tempi della riproduzione tecnica di Benjamin quanto con La camera chiara di Barthes. Col primo condivide la riflessione sulla diffusione meccanica e mediatica delle immagini e sulle conseguenze della continua esposizione a immagini di atrocità sul nostro giudizio etico. Col secondo l’uso dall’esperienza personale della fotografia come base per una teoria generale di fruizione della stessa e del mondo per suo tramite.

Proprio perché sono la sua sensibilità ed esperienza personale a guidare le riflessioni contenute in questo lungo saggio (che è di fatto un insieme di più saggi), al modificarsi di queste, dovette rivedere anche le sue conclusioni. Pur auspicando infatti una nuova ecologia delle immagini che eviti di ottundere la nostra capacità di inorridire di fronte alle immagini di atrocità, in Regarding the Pain of Others (2003), generalmente considerato un’appendice di On Photography, Sontag ritratta parzialmente la sua tesi originaria accettando di fatto l’impossibilità di arginare la diffusione di immagini di violenza.

Con un’intensità iper-razionale, seppure a tratti quasi selvaggia, Sontag si pone allo stesso tempo come corpo osservato e osservatore

Mentre nei saggi emerge la passione che guida lo sguardo di Sontag sul mondo e sull’arte, nelle sue passioni amorose, in maniera quasi simmetrica, domina l’aspetto intellettuale.

Nei diari, dove queste passioni prendono forma più apertamente, Sontag seziona e microanalizza a più riprese il suo desiderio, anzi, i suoi desideri. Con un’intensità iper-razionale, seppure a tratti quasi selvaggia, ponendosi allo stesso tempo come corpo osservato e osservatore, delinea un’anatomia dell’amore, inteso come forza propulsiva e pulsante, costantemente teso tra la soddisfazione dei bisogni dell’intelletto e del corpo.

Sontag riempie le pagine dei diari di frammenti di vita e appunti di lavoro a dimostrazione della complementarietà della pratica del vivere e del pensare, del desiderare e dell’esaminare, ma anche del rapporto tra vita e creazione artistica (“Nel diario non mi limito a esprimere me stessa più apertamente di quanto potrei fare con un’altra persona; creo me stessa”).

Asse 3: Privato/Pubblico

Quella tra privato e pubblico è forse la relazione più inscindibile nell’opera di Sontag. Non è molto difficile infatti leggere in filigrana nei saggi il contesto, le urgenze o frequentazioni che li hanno originati. Si pensi a un saggio come Notes on Camp e al fatto che Sontag non fece mai coming out pubblicamente. O a Illness as Metaphor (1978) e AIDS and its Metaphors (1988) e ai cancri che ebbe nella vita e a causa dei quali morì.

In questi due testi, Sontag mette in relazione l’esperienza della malattia con il linguaggio, sottolineando come la prima sia plasmata dal secondo. Cancro, TBC, AIDS, sono malattie che a parità di (im)probabilità di sopravvivenza sono vissute in maniera diversa dal malato a causa del linguaggio che vi è associato, linguaggio che può, a seconda delle circostanze, diventare punitivo e moralista.

Sontag affronta la malattia come un oggetto di studio e non come una condizione di sofferenza

La malattia non è una lotta, non è una condanna per degli errori, è una condizione che si verifica e si dovrebbe poter vivere al di fuori delle costruzioni metaforiche. Per questo Sontag sceglie di affrontarla come un oggetto di studio e non come una condizione di sofferenza. Ma è davvero possibile non leggere dietro a queste opere destinate al largo pubblico, un dolore privato, un tentativo di processare l’esperienza personale della malattia e quella dei tanti amici e conoscenti morti di AIDS?

Leggendo cronologicamente le collezioni di saggi di Sontag – da Against Interpretation attraverso Styles of Radical Will, Under the Sign of Saturn, Where the Stress Falls fino a Regarding the Pain of Others – si vedranno emergere in trasparenza il palpitare della Storia politica, sociale e culturale della seconda metà del Novecento e l’intrecciarsi di questa con la sua storia personale. I saggi sono lo spazio in cui avviene la negoziazione tra Io e Storia, lo spazio dialettico in cui si manifesta l’evoluzione della coscienza e della sensibilità di quell’intellettuale “antagonista” (come amava lei stesso definirsi) in costante movimento tra interno ed esterno.

9/8/1967
Niente esiste se io non provvedo al suo sostentamento (attraverso il mio interesse, o il mio interesse potenziale). Questa è l’angoscia suprema, perlopiù subliminale. Perciò, devo sempre essere, sia in teoria che in pratica, interessata a tutto. Considerando tutta la conoscenza come un dominio di mia competenza.

Sontag è un’intellettuale complessa, dalle opinioni talvolta discutibili, dichiaratamente snob, ma profondamente onesta, che ha rifiutato la torre d’avorio per le sale buie dei cinema fumosi, l’accademia per la militanza culturale, le imposizioni sociali per la libertà personale. Il suo pensiero è inorganico ed eclettico, eppure vi sono delle linee che lo attraversano e le tengono assieme. Ho tentato di ricostruirle così come le ho percepite io, ma non è detto che per altri non possano assumere configurazioni diverse.

Illustrazione di copertina di Elisabetta Bianchi

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