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17 febbraio 2017

Start-Up: cosa vuole fare l’Italia da grande

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Si ragiona spesso, su queste pagine e altrove, sul futuro delle start-up, su cosa rappresentino per la nostra economia e su come si possa fare in modo che questo “fenomeno” acquisisca sempre più rilevanza o su come le start-up siano in realtà una moda, passeggera, non adatta all’economia dello stivale.

Tutte le posizioni hanno un margine di verità: chi ritiene che le start-up rappresentino l’evoluzione della nostra economia e l’adozione di strumenti che hanno avuto successo a livello internazionale ha ragione esattamente come chi invece ritiene che tali modelli internazionali non hanno sufficienti basi nel nostro Paese. Vediamo perché.

L’economia italiana, come tutte le economie sviluppate o sedicenti tali, ha subito negli ultimi anni un passaggio a quella che oggi si ama definire economia della conoscenza: economia composta soprattutto di servizi, con particolare attenzione agli aspetti più tecnologici e innovativi. Questa economia si è sviluppata soprattutto in contesti sociali fortemente liberalizzati, caratterizzati da una grande disponibilità di capitali sia reali che finanziari.

Mentre nel resto del mondo accadeva tutto ciò, l’Italia vedeva sempre più aumentare il proprio tasso di disoccupazione giovanile, dovuto da un lato ad un eccesso dei costi del lavoro, dall’altro dalle crisi economiche che i nostri sistemi economici e politici non hanno potuto (saputo) arginare.

Così, anche per far fronte a questo tipo di condizioni strutturali, lo Stato Italiano ha ben pensato di favorire queste forme di autoimpiego, finanziando imprese (che secondo molti, non sono poi così innovative) che mostravano i giusti requisiti di redditività.

Questo però non ha portato ai risultati sperati: sono poche le start-up che miravano a raggiungere scenari internazionali e ancor meno quelle che ci sono riuscite. Molte (ma non troppo) sono morte.
Allora cosa c’è che non va?

La risposta è semplice: l’economia italiana non è l’economia statunitense. Le start-up sono nate in un contesto in cui l’economia aveva già conosciuto una transizione forte verso il settore della conoscenza, e hanno percorso la scia di quelle che nel frattempo erano diventate imprese affermate internazionalmente.

In Italia invece pretendiamo che siano le start-up a fare questo cambiamento, e così non può essere. Non perché le start-up non possano influire così tanto su tutto il sistema economico (cosa tra l’altro vera), ma perché l’obiettivo di una start-up è quello di avviare un’impresa ad alto potenziale innovativo, crescere sul mercato e avviare una strategia di exit (possibilmente l’acquisizione da parte di un’altra impresa già ben posizionata) con dei ritorni sul capitale investito piuttosto elevati.

È questa la strategia che ha fatto sì che il fenomeno raggiungesse l’attenzione di investitori privati che vedevano nelle start-up la possibilità di differenziare il portafoglio investimenti con un’attività ad alto rischio ma anche ad alta remunerazione.

Chi sviluppa un particolare servizio per il web, magari un algoritmo di ricerca che rende i risultati degli attuali algoritmi più attendibili, non lo fa pensando di poter dominare il mercato dei motori di ricerca: gli investimenti in questo senso sarebbero troppo ingenti per poterlo soltanto immaginare. Lo fa per vendere a Google, Bing o Yahoo il proprio prodotto, e con esso, tutta l’impresa.

L’Italia però non ha Yahoo, non ha Google né Microsoft e questo è già un punto non poco importante a sfavore. È vero, non tutte le start-up sono state acquisite dai grandi colossi dell’economia digitale, e infatti all’estero è nato un nuovo modo di finanziare queste economie emergenti: l’equity crowdfunding. Allora anche in Italia abbiamo cercato di perseguire questa strada, ma ciò è stato impedito da una serie di regolamenti che ne hanno, a tutti gli effetti, scoraggiato l’utilizzo.

Questo è uno dei motivi per cui, da noi, le start-up non hanno alti rendimenti. Il ROI e il ROE delle start-up inserite all’interno del registro mostrano un valore inferiore a quello delle altre società di capitali e il tasso di immobilizzazioni rimane piuttosto alto.

L’altro è un motivo di carattere culturale: l’esperienza. In Italia, con start-up si identifica spesso un team giovane e smart che piuttosto che inviare il proprio cv in giro, decide di investire in una propria idea (dedicando risorse e tempo). All’estero non è necessariamente così: le start-up sono spesso formate da persone che hanno già fatto carriera all’interno di un’impresa esistente e che decidono di diventare imprenditori per sviluppare un prodotto/progetto che non esiste sul mercato. Questa differenza è sostanziale: in primo luogo perché chi fonda una start-up può contare su un know-how che spesso le nostre non hanno in termini di relazioni aziendali e conoscenza delle difficoltà di gestione del personale; in secondo luogo perché fondare una start-up perché non ci sono altre condizioni di lavoro è diverso dal fondare una start-up, lasciando il proprio lavoro.

Ora, non è detto che tutti lo facciano per questo motivo, così come non è vero che tutte le start-up sono in perdita, ma sicuramente questo è un aspetto che non va tralasciato, e i dati e gli elenchi di questo settore non sembrano contraddire questa impressione: al 6 Febbraio 2016, le start-up registrate sono 6.742 di cui 5.729 (l’85%) formato da imprese registrate nei settori J (Servizi di Informazione e Comunicazione, 2828 imprese), M (Attività professionali, Scientifiche e Tecniche, 1720 imprese) e C (Attività Manifatturiere, 1181 imprese). Guardando ai settori specifici, di quest’85% circa il 35% (2.048 imprese) sono registrate nel settore J63 (Attività dei Servizi di Informazione e altre attività di Informazione), il 16% (961 imprese) sono registrate nel settore M72 (Attività di Direzione Aziendale e di Consulenza Gestionale) e poco più del 4% (241 imprese) sono registrate nel settore C26 (Fabbricazione di Computer e Prodotti di Elettronica e Ottica).

Bassa esigenza di investimenti strutturali, alta concentrazione di conoscenza e servizi che non necessariamente sono “innovativi”. Da un campionamento casuale sull’elenco delle iscritte ai settori più numerosi sono state estratte:

Un’impresa di software (che non ha un sito attivo);
Un’impresa che applica software predittivi per la gestione del magazzino;
Un’impresa di Software per negozi o start-up;
Una Società di domotica (di successo);
Uno Spin-Off universitario (con una domanda di brevetto in attivo);
E un’altra impresa tecnologica il cui sito era in costruzione.

Da qui, certo non si deve necessariamente arrivare a paragonare le start-up con chi si apre una kebabberia gourmet (come fanno provocatoriamente Gerosa e Arviddson nel loro articolo su cheFare), ma queste condizioni sono necessarie perché chi decida di aprire una start-up oggi, lo faccia tenendo conto che il contesto è tutt’altro che favorevole, e che non basta vincere un bando, o trovare un equity (cosa di per se già molto rara), ma ci vuole qualcosa in più per riuscire a “vivere” di start-up

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