Ritratto critico di una giovane ribelle

Nel 1970 e per poco più di 10 anni Feltrinelli pubblicò una collana dal titolo “Franchi Narratori”, in cui comparvero testi “eterodossi” rispetto sia alla saggistica che alla narrativa, cioè di fatto resoconti di storie e punti di vista non comuni, poco televisivi o poco presenti nel discorso pubblico, su temi anche scabrosi. La conversazione con questa ragazza, di 20 anni, di cui rispettiamo l’anonimato, potrebbe stare forse in quella collana, per la radicalità del suo punto di vista, così profondamente insoddisfatto del mondo, ma in costante ascolto delle grandi questioni che lo attraversano, alla ricerca della verità. Forse non rappresenta un posizione comune nella sua generazione ma certamente testimonia una lucidità di analisi e una capacità critica di cui molti adulti non si sono accorti, rispetto alle ragazze che hanno di fronte.

Quando nasce in te una spinta politica, o una sensibilità spiccata verso le faccende del mondo?

Ero piuttosto piccola. Mi sono sempre interessata a tematiche non comuni fra i miei coetanei, già alle elementari ero molto concentrata su questioni ambientali, seguivo un po’ Greeenpeace, nella misura in cui potevo, ero molto sensibile su questi argomenti, lo sentivo anche in maniera emotiva, mi veniva da commuovermi e da piangere per situazioni ambientali, per i problemi dell’inquinamento. Poi in terza media c’è stato il turning point. Non so dire cosa sia scattato, ma è avvenuto per un evento specifico, in occasione di un telegiornale che ricordo bene: era il 28 novembre 2010 e Wikileaks pubblica il cablegate. Io avevo già cominciato qualche mese prima a guardare un po’ i telegiornali, a scuola si trattavano tematiche contemporanee, la professoressa di italiano ci spingeva a vedere film sul presente, per cui ero più vicina all’attualità. E poi c’è stato quel telegiornale, io ho sentito una scintilla, io non sapevo nulla di Wikileaks, ero semplicemente seduta, non ero nemmeno particolarmente attenta, poi la speaker del telegiornale ha cambiato tema e io l’ho seguita, ero piccola, deve esser stato qualcosa di irrazionale. Da lì ho cominciato a informarmi, su Wikileaks, su cosa fosse e che cosa facesse, certo in modo semplice, limitato, non conoscevo abbastanza l’inglese quindi consultavo solo i mezzi di informazione italiani. E così ho iniziato a sviluppare una passione forte, ci credevo davvero tanto alla missione di informare sulla verità.

Questa passione la condividevi con qualcuno?

No, ero sola, e questo è stato il leit motiv dei primi anni. Dopo quel telegiornale ho chiesto ai miei genitori e ai miei professori cosa ne pensassero di Wikileaks, avevo bisogno di sentire le opinioni degli altri per poi costruire la mia, non mi sentivo ancora pronta, erano cose nuove. Ed ero sola, i miei coetanei non se ne occupavano.

Ripensandoci oggi, puoi dire che forse allora tu avessi uno spiccato senso di giustizia, fossi più sensibile di altri alle questioni del potere e del contropotere?

Certo. Al tempo avevo 13 anni, non avevo concetti chiari di giustizia e potere, ma a quella notizia si è subito accesa dentro di me l’idea che tenere segrete alle persone delle cose, che riguardano le persone stesse, per garantirsi un vantaggio politico e di potere, fosse sbagliato. E ho subito capito che pubblicare la verità, diffondere integralmente la verità fosse giusto. Insomma un’idea di giusto e ingiusto io l’avevo ben chiara anche se non sapevo formularla. Ci tengo a sottolineare che oggi io non credo più in Wikileaks.

Tuo padre aveva fatto un po’ di attività politica, forse hai respirato in casa un’aria di attenzione e impegno in prima persona?

Il fatto che i miei genitori non fossero bigotti ha contribuito, ma quella passione era una cosa totalmente mia, nata in me e cresciuta in me, una cosa che si scollegava completamente da tutto q uello che riguardava la mia famiglia. Poi negli anni questa mia passione è diventa più aperta, cioè non riguardava più solo Wikileaks e la sua causa, si è allargata ad altri aspetti dell’attualità e della geopolitica, è diventata un’abitudine giornaliera e molto ampia.

Immagino la tua attenzioni sulle fonti: come ti sei mossa, cosa hai guardato e consultato, come ti sei costruita il tuo sapere in questi anni?

Io ho sempre usato tantissimo twitter come strumento di informazione, perché raggruppa in un posto solo tutti gli articoli attorno ad un tema dei vari media outlet che ci sono nel mondo, così riesco a seguire giornalisti che stimo e che so essere indipendenti. Leggo sempre più articoli provenienti da fonti diverse, perché mi aiuta a capire non solo il fatto di cronaca ma anche le caratteristiche della fonte da cui proviene, quindi in che misura pregiudizi e condizionamenti pesano su quella fonte.

Quindi tu non leggi tanto, per fare un esempio, il sito del “Guardian” ma segui piuttosto i singoli giornalisti?

Non c’è un media che va bene per tutto, Il Guardian è interessante su alcuni argomenti e non su altri, Russian Today è inattendibile per la politica interna, perché è asservito a Putin, ma su Wikileaks ha pubblicato articoli meno distorti degli altri.

E per capire l’Italia, cosa leggi?

Quando seguivo le vicende di Wikileaks leggevo Stefania Maurizi, una giornalista d’inchiesta che collabora con l’Espresso, ed è molto legata a Wikileaks. Ma sull’Italia ho un problema, molto irrazionale, cioè faccio fatica ad occuparmi dell’Italia. In un corso di storia contemporanea abbiamo ragionato sull’identità degli italiani e sulla fatica che da sempre facciamo a svilupparla in modo non tanto patriottico ma culturale. Per la prima volta ho sentito che questa mancanza fosse grave, perché fino ad ora il fatto di essere italiana mi dava fastidio, non volevo occuparmene, non mi interessava affatto un attivismo che si concentrasse su tematiche italiane, insomma fermarsi solo al locale. Io per natura, sin da piccola, ho guardato al globale, ora mi rendo conto che è un limite questa mia vocazione esclusiva alla dimensione internazionale. Ma fino ad ora credevo che l’idea di occuparsi solo dell’Italia fosse uno spreco di temp

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