Almanacco > Inediti
13 luglio 2017

Macron e le Start-Up. Non è solo questione di fondi

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo come pdf è necessario essere iscritti alla newsletter di cheFare.
Inserisci i dati richiesti, anche se sei già iscritto in modo che il sistema possa verificare.
Riceverai via mail il link per scaricare il PDF.

Letta l'informativa*, dichiaro di averne compreso il contenuto e acconsento al trattamento dei miei dati per le finalità e secondo le modalità ivi indicate.

Ultimamente il nuovo presidente della Repubblica Francese ha guadagnato un po’ di notorietà tra le pagine delle riviste italiane per l’annuncio legato alla costituzione di un fondo di 12 miliardi di euro destinato a sviluppare start-up nel territorio francese.

La cifra, considerevole a dire il vero, non ha mancato di attirare l’attenzione sia dei francesi che di tutti i cittadini europei, evidenziando il potenziale ruolo che Macron e la Francia possono giocare all’interno dello scenario economico europeo.

Pur non sottovalutando in alcun modo l’impegno che Macron ha deciso di assumere, ed encomiando anzi il suo operato, è comunque da sottolineare come un impegno di questo tipo non garantisca in alcun modo un concreto effetto benefico sull’economia.

Spendere di più non significa spendere meglio. Eppure, se formulato in questo modo questo concetto sembra in tutto e per tutto una banalità, i molti che hanno commentato la notizia paragonando l’atteggiamento di Macron con l’assenza di paragonabili misure nel nostro Paese, senza neanche rendersene conto, testimoniano che questo principio non sia poi così democratico.

Probabilmente, in Italia, un fondo così cospicuo da destinare alle start-up sarebbe un errore. E per più di un motivo. In primo luogo, perché nel nostro Paese si è affermata una cultura delle start-up un po’ distorta e cinematografica. Facebook, Twitter, e le altre grandi imprese rappresentano nel grande panorama dei neo-imprenditori delle eccezioni: la maggior parte delle start-up, in ambito anglosassone è infatti costituita da professionisti con un curriculum referenziato e una brillante carriera presso una grande impresa che decidono di sviluppare nuovi prodotti o progetti in proprio.

Dalla loro hanno spesso capacità gestionali, esperienze lavorative, un network di potenziali clienti e/o fornitori e, soprattutto, uno scenario caratterizzato da un approccio all’investimento ben diverso da quello nostrano.

Nel nostro Paese, invece, le start-up si sono espanse come fenomeno sostitutivo dell’auto-imprenditorialità al fine di fronteggiare una disoccupazione giovanile che causerebbe rossore a qualunque nazione. Questo significa che i progetti sono spesso meno strutturati, i neo-imprenditori meno esperti e ancora più frequentemente dotati di forti idee creative ma non supportate da una capacità progettuale né tantomeno da un network di potenziali investitori.

Se da un lato dunque, è la stessa domanda che potrebbe rendere inefficace un fondo di questo tipo, dall’altro i meccanismi attraverso i quali sono state sinora condotte azioni di sviluppo dell’ecosistema delle start-up meritano forse delle piccole ma sostanziali revisioni.

In effetti, date le condizioni di partenza degli aspiranti imprenditori, gli interventi a sostegno del fenomeno prevedono un iter formativo importante (che viene sostenuto con parte dei fondi messi a disposizione dall’intervento stesso). Ma nessuno può davvero sostenere che questo iter formativo sia davvero premiante.

Prendiamo l’ipotesi di un fondo da 12 miliardi, di cui la metà è speso in formazione: alle start-up selezionate vengono destinate 6 miliardi di euro. Ma non è solo un costo meramente monetario, ma anche un aumento potenziale della platea di beneficiari: dopo un corso di formazione sostenuto con degli esperti, anche le imprese meno “pronte” possono ambire a saltare sul carro del finanziamento, riducendo potenzialmente ancor più la quota pro-capite destinata ad ogni impresa.

La democrazia è importante, ma fare impresa non è come andare a scuola: o sei pronto oppure no, o convinci l’investitore oppure no.

Gli altri motivi sono invece molto più noti e “sistemici”: dal sistema pensionistico a quello fiscale, dalle incertezze burocratiche all’atteggiamento, in genere, poco incline all’imprenditoria privata: basti solo pensare che l’Italia è stato il primo Paese a recepire normativamente l’equity crowdfunding e solo per renderlo davvero uno strumento inutile. O meglio, rischioso.

Allora sarebbe forse il caso di non prevedere alcun tipo di fondo per le start-up o meglio, fare un fondo da 3-30-300 miliardi per le start-up ma non a loro destinate. Un fondo che investa tutte le risorse necessarie per svecchiare il nostro sistema economico e tributario, aggiornare il nostro codice civile, ridurre gli sprechi della Pubblica Amministrazione, eliminare definitivamente le incertezze burocratiche e sveltire il nostro sistema giudiziario.

Se qualcuno poi monitorasse scrupolosamente tutti i movimenti legati al fondo, evitando corruzioni, amicizie, preferenze e via dicendo, sarebbe perfetto. Probabilmente però a quel punto, un fondo di 12 miliardi non sarebbe nemmeno più necessario.

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Economia della cultura

Potrebbero interessarti anche questi articoli

sondaggio-nube-di-parole-4

Nube di parole #4. Le pratiche del lavoro culturale

4 giugno 2018
laboratorio-creativo ecco i partecipanti

Laboratorio Creativo: ecco i partecipanti al Camp

12 aprile 2018
valore culturale

Il valore culturale spiegato agli alieni. Come rendere quantitativo il qualitativo?

10 aprile 2018