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Storia delle idee, come vivere nella stratificata complessità

Qualche giorno fa un’amica mi ha chiesto, come niente fosse, di prima mattina: ma chi era il filosofo più in auge durante la peste di Atene?

La domanda, lo ammetto, mi ha colta a bruciapelo. Così come la risposta: perché sì, sicuramente Socrate già se ne andava in giro a fare esperimenti maieutici, all’altezza del 430 a. C.; ma il filosofo di grido, allora, doveva essere il sofista Protagora.

Mi sono ritrovata a riflettere su un’analogia che non avevo previsto. Sul tempo che gli ateniesi liberi dell’Atene di Pericle potevano passare in piazza (contagiandosi, ahimè, allegramente, all’arrivo della peste) e che noi passiamo connessi su una varietà di piattaforme, su un nutrito numero di social, dove parliamo e parliamo e parliamo, anche per iscritto, alzando la voce in caps lock, accalorandoci… e dappertutto c’è da discutere.

Su ogni cosa dobbiamo avere, o mostrare di avere, un’opinione. Trascorriamo ore e ore in una sorta di agorà virtuale, impelagati in discussioni sofistiche. Certo, magari mi direte che non c’è niente di diverso rispetto alle discussioni da piazza o da bar, sennonché adesso discutere al bar è complicato. Però, una cosa su cui mi ha fatto riflettere qualche tempo fa il bel libro di Pietro Del Soldà, Sulle ali degli amici, è che nelle conversazioni e nel tipo di esposizione che ci guadagniamo sui social ci troviamo esposti a una sorta di perenne indice di gradimento.

Siamo lì per guadagnarci approvazione, per quanto possiamo dichiararci distanti e nonchalanti rispetto alla logica dei like.

Siamo lì per guadagnarci approvazione, per quanto possiamo dichiararci distanti e nonchalanti rispetto alla logica dei like. Il fatto che cuori, condivisioni e pollicioni siano conteggiabili e che restino visibili, a differenza di una pacca sulle spalle o di un cenno di incoraggiamento o persino di un applauso, li rende unità di misura di quello che tutti cercano – tutti cerchiamo – in società, da sempre e per sempre: apprezzamento, stima, prestigio. E, se manca l’allegra confusione del bar, della discussione informale vis-à-vis, rimane, invece, il senso di sfida appassionante, l’agonismo, l’ansia di primeggiare: una sofistica virtuale, in tempo di pandemia.

Epidemia e sofistica; pandemia e potere della parola. Potere seduttivo, che può pure far paura: potere insinuante e sibillino che, come mostrò con sorprendente lungimiranza Gorgia, collega di litigi di Protagora, nel suo Encomio di Elena, sa convincere ma anche distruggere. Nel frastuono di opinioni e di bias, cresce un’ansia un po’ querula – ansia di vincere, ansia di sentirsi feriti. Ansia di offendere e di sentirsi offesi, per aver ragione degli avversari, non nel senso logico, ma quasi per un incantesimo a effetto. 

Dalle diatribe verbali riemergiamo un po’ triturati, un po’ scornati. Ma, soprattutto, la sensazione è che, pur di fronte a queste incredibili possibilità di discussione e di confronto, non si arrivi proprio da nessuna parte; perché l’urgenza di avere la meglio prevale sulla comprensione di un mondo che si rivela, se possibile, oggi più complesso che mai. Ma se siamo tutti presi nello sforzo di semplificare, che ce ne facciamo della complessità? Rimane solo, come stridor di denti, come clangore di fondo, come angoscia. Come offesa, persino.

Nelle prime pagine del suo nuovo libro, L’era della suscettibilità, Guia Soncini, che di intelligenza e vis polemica ne ha a bizzeffe, racconta di aver condiviso nel giorno della morte di Virna Lisi uno spezzone di Sapore di mare, una scena in cui l’allora quarantenne Lisi diceva che invecchiare fa schifo. E di essere stata subissata dai commenti indignati di persone che l’accusavano di offendere la memoria dell’attrice, non curandosi del contesto del film da cui quella scena, piena di amarezza e di malinconia, era tratta. La cosa mi ha fatto riflettere, al di là dell’episodio in sé, sul fatto che la velocità e la prontezza con cui ci siamo abituati a reagire, a replicare, a indignarci, e ci precipitiamo a dire la nostra, a commentare e a rispondere, ci renda alla fin fine sempre più insensibili, sempre più incapaci di leggere il contesto all’interno del quale ci è dato accostarci a qualcosa: che sia la scena di un film, una parola che compare in un libro, la frase di un articolo di giornale. 

Anche per questo, credo – per questo progressivo e triste indebolirsi, nella foga di dire e di opinare, del nostro rapporto con il contesto – è tanto rinfrescante veder ripubblicate oggi nella collana “Voci” di Treccani Libri, con una bella prefazione di Francesco Mores, le pagine che Jacques Le Goff dedicò alla Storia delle idee nel 1992, quando era probabilmente lo storico più noto d’Europa, sulla cresta dell’onda per i suoi preziosi studi sull’uomo medievale.

E, a proposito di contesto, proprio sul filo delle considerazioni rigorose, piuttosto tecniche eppure perfettamente comprensibili, che Le Goff intesse intorno alla categoria di mentalità (“concetto sintetico che aiuta lo studioso ad afferrare parte della realtà (e mantiene l’ambiguità tra individuale e collettivo)”), mi viene in mente ora quanto sarebbe interessante approfondire le ragioni dell’interesse, anzi dell’entusiasmo, così alto negli anni Ottanta, per il Medioevo e l’immaginario medievale: dal Nome della rosa, alle stesse opere di Le Goff – che certo contribuirono alla riscoperta e alla comprensione di un’età a lungo trascurata – pare che il decennio in cui si spegneva la guerra fredda avesse un debole per i secoli bui. Come ricorda Mores nella sua prefazione, L’uomo medievale vendette nel 1987, nel giro di pochi mesi, trentamila copie: un successo popolare, più che accademico. 

Le pagine di Le Goff sulla storia delle idee sono tutte così: uno stimolo a riflettere, a chiedersi cosa ci può dire il passato del nostro presente; ma anche, simmetricamente, cosa ci raccontano, di noi e di chi è venuto prima di noi, le domande che formuliamo, l’interesse che possiamo concepire e coltivare per il passato. 

In Italia, fa notare Le Goff, la storia delle idee ha attecchito con difficoltà, ostacolata dalla pertinacia della categoria tradizionale di “storia della filosofia”, che però – è evidente – è più angusta e più accademicamente specializzata. Per questo sono tanto più rinvigorenti la dedizione, la disciplina, la passione per la ricerca storica che queste pagine distillano; così come il fatto che non parlino solo agli storici o agli appassionati di storia, ma a tutti.

Ai profani, ai dilettanti, a chi – come me – si rende conto della propria ignoranza con un piccolo tuffo al cuore, che è in parte dispiacere, ma soprattutto è curiosità e smania di imparare di più, di approfondire, di capire. Perché il passato ci riguarda sempre, perché noi siamo anche quello che pur inconsapevolmente, del passato, ereditiamo. Perché siamo complessi e stratificati, intrecci di parole, di sensi e significati; perché pendiamo e ci incliniamo senza volerlo in una direzione o in un’altra (non è divertente, a proposito, che l’etimologia di bias, la parola che si applica generosamente a ogni contesto in cui appaia opportuno sottolineare la parzialità di un qualsiasi punto di vista, sia a sua volta incerta? E che comunque sembri avere a che fare con il provenzale antico, lingua a sua volta medievale, nel significato, guarda caso, di “obliquo”?).

D’altra parte, secondo quel saggista straordinario, coltissimo, vivifico e appassionato, che è Jean Starobinski, “la storia delle idee vive proprio dell’assenza di un limite troppo stretto che taluno, ancora oggi, potrebbe esser tentato di rimproverarle”. La storia oggi ci può insegnare quello che, credo, abbiamo disperatamente bisogno di ricordarci: che non viviamo di limitazioni, di compartimenti stagni, di semplificazioni, ma della stratificata complessità che entro ogni limite si ramifica, si sviluppa e vive.