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30 Gennaio 2020

Tra street art e attivazione culturale, intervista a Mario Nardulli

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I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


La Puglia vive oggi una sorta di autunno politico e culturale dopo il decennio del governo di Vendola (2005-2015). Quella stagione, chiamata appunto “primavera pugliese” che arrivava ultima dopo quella siciliana e quella napoletana incarnata dai sindaci di Palermo e Napoli, aveva una caratteristica peculiare e originale. Si distingueva per un grande investimento sulle potenzialità imprenditoriali, organizzative e artistiche dei giovani provenienti dalla regione.

In Puglia sono fioriti in quegli anni moltissimi bandi, iniziative e concorsi che hanno fatto da incubatore a decine di esperienze, alcune più velleitarie e altre più durature. Gli altri giovani meridionali, come i calabresi, guardavano con invidia la vitalità pugliese chiedendosi: “perché la nostra regione non ci dà spazio”? In generale di quel grande investimento, di soldi pubblici, regionali e europei in prevalenza, sembra aver beneficiato soprattutto il turismo.

Le iniziative di intervento sociale e culturale, che si strutturavano come residenze intensive in varie città da Taranto e Foggia, come “Bollenti spiriti” voluta da Minervini, l’allora assessore alle politiche culturali, hanno lasciato molti progetti in sospeso e un velo di delusione nei racconti di chi è stato protagonista di quella stagione.

Tra questi c’è Mario Nardulli, un atipico operatore culturale di Bari, educatore, artista di arte muraria. Ha fondato un collettivo, Pigment Workroom, che opera tra i quartieri di San Pio, ma che tutti chiamano Enziteto, e Carbonara, dove ha messo in piedi due laboratori di serigrafia, Risograph e sartoria, ma che guarda al mondo soprattutto a Parigi e agli Stati Uniti (è reduce da un tour in cui è stato ospite e ambasciatore del nostro paese di tutte quelle realtà più interessanti di arte sociale da Miami a Los Angeles passando per Akron in Ohio).

Il primo amore per Nardulli però è la street art perché è stato testimone, in questi anni, della gloriosa scena barese, una delle più vive d’Italia. Nardulli è un po’ come un pontiere tra due generazioni che non comunicano, una storica fatta di puristi che non riconoscono le trasformazioni, e una giovane che, al contrario, conosce solo il linguaggio del mercato. Per lui gli estremi sono Banksy che parla a tutti immediatamente con ambiguità, prendendosi gioco del mercato ma anche essendone parte essenziale e chi riesce, come l’italiano Blu, a non farsi incasellare e mantenere un’indipendenza creativa. “Chi dice che la street art sia morta non ha torto, ma soprattutto agli inizi è stata una rivoluzione” riconosce parlando di questa complessa eredità culturale. Lo abbiamo incontrato in una giornata di inizio anno per farci raccontare il suo lavoro, la storia dei graffiti a Bari e delle sue periferie.

Chi sei? Uno street artist o un educatore?

Nessuno dei due: mi definirei un attivatore culturale. Il discorso del writing e della street art è sempre stato fondamentale per il mio lavoro, anche se ho un po’ di pudore a considerarmi un writer vero e proprio, perché mi sono sempre mosso prevalentemente nella legalità. Ad esempio i miei murales non hanno mai toccato un vagone di un treno. Un writer è uno che ha rischiato la pelle.

Per quanto mi riguarda avvicinarmi a questo mondo è stata una reazione al mio mondo borghese, di chi vuole uscire dal proprio contesto di partenza per vedere cosa c’è nell’underground, sempre in modo consapevole e quindi mantenendo sempre un po’ di ironia. Detto ciò comunque è un approccio, quello da writer, molto importante che mi ha aiutato in questi anni, anche affrontano settori istituzionali: il fatto di sapere che esiste un profilo non regolato, che può snellire i rapporti anche quando sembra che debbano essere solo “in giacca e cravatta”. In un certo senso è una modalità alternativa di costruzione di processi, che non cerca palcoscenici, ma vuole restare nelle cose. Un aspetto sia positivo che negativo di questo mondo che, nei suoi aspetti più negativi, sembra una setta: un ambiente chiuso dove devi parlare solo con quelli che sono come te. Al tempo stesso questa pratica riesce a parlare anche a chi non conosce i codici, a entrare a fondo nelle cose, non limitandosi solo a quelli che sanno leggere quella roba.

I graffiti a Bari, perché proprio qui?

Bari è strettamente legata al fenomeno originario della graffiti-writing di New York delle origini per varie ragioni. La città aveva gallerie curiose sull’arte pubblica che funzionavano già alla fine degli anni Settanta. Per capire la specificità a Bari basti sapere che Keith Haring passò di qui per per andare a trovare Rammellzee (un artista visuale di New York) a Martina Franca ospite della galleria Carrieri Noesi.

La galleria Bonomo hanno portato in quegli anni a Bari le primizie dell’arte pubblica mondiale. Phase 2, che è morto un mese fa, è considerato uno dei fondatori dei graffiti di New York ed è stato ospite a Bari. In quegli anni si era creato un triangolo con gli Usa tramite l’Olanda, con la quale c’era con frequenza uno scambio di ospitalità da anni. Alcuni writers baresi fanno parte di alcune storiche crew statunitensi. I primi ragazzi che hanno importato i graffiti qui sono riusciti a mantenere viva la base, a rispettare quello spirito molto funky, fresco e giocoso, il non prendersi troppo sul serio e, al tempo stesso, fare sul serio.

Questa disciplina ha prosperato qui perché ha trovato un contesto più piccolo, con meno competizione: qui è stato più facile fare amicizia che litigare con chi cercava un muro dove esprimersi. Infatti negli anni Novanta si è provato a fare una cosa, molto rara in Italia, cioè creare un’unica posse per tutti i writer, i breaker e tutti gli mc della città. Il tentativo fallì anche perché morì una figura chiave, Rino, anche conosciuto come Loop 5 – Yeah a cui abbiamo dedicato il film Bari Graffiti. Ho scritto un film su questa storia che è Bari graffiti (2013) girato da Martina Di Tommaso, che all’epoca aveva 17 anni e che è stata la più giovane diplomata al centro sperimentale di Roma. L’obiettivo era quello di spiegare il fenomeno a chi non potesse comprenderlo, ma una volta che i protagonisti si sono rivisti nel film, non si sono più riconosciuti e, non dico che ci hanno fatto la guerra, ma l’hanno disconosciuto. Comunque resta una testimonianza del passato molto importante per la storia dell’arte urbana in questa città.

Tradire l’underground?

V-Roots era il collettivo che avevamo creato per produrre il film, composto inizialmente da cinque persone. All’interno c’erano due degli storici graffittari della scena barese, due che erano stati per me un mito da bambino (ragazzino). Quando avevo 13-14 anni rimanevo appostato le ore per vederli disegnare davanti i due o tre muri che, si diceva, avrebbero ospitato i loro lavori.

Il fatto che poi abbia aperto il mio modo di approcciarmi alle scritte sui muri, iniziando a fare corsi sui graffiti ai bambini e anche commercializzando qualche lavoro attraverso la serigrafia e la Risograph, ha creato un solco tra me e loro. Questa cosa è contro lo spirito puro di chi è fedele alla linea. La street art è riuscita a fregare molti, soprattutto nell’evoluzione che oggi l’ha immessa nel mercato dell’arte.

Quindi è comprensibile questa diffidenza da parte chi ha visto la sua mutazione. In questa evoluzione credo che sia importante fare non tanto una messa a disposizione quanto una messa in discussione. Se pensiamo alle origini la traiettoria a New York di Jean-Michel Basquiat è significativa: dalla strada alle gallerie d’arte nel giro di pochi anni. C’era la commercializzazione di un’espressione artistica che saliva dal basso, ma tutti si divertivano alla stragrandissima. Il punto di non ritorno è quando il codice viene messo nero su bianco e applicato in tutto il mondo con Subway Art e Style: Writing from the Underground (pubblicato in Italia da Stampa alternativa nel 1996). Phase 2 diceva di non considerare più Haring uno dei loro, parlava proprio di una diaspora dei graffiti.

Che cos’è Enziteto?

È un quartiere periferico, incompiuto (il nome suggerisce la parola “innesto”) che si trova oltre l’aeroporto, più vicino a Bitonto che a Bari, fatto di case popolari, con l’80% di abusivismo e con varie dinamiche di criminalità organizzata. Ma in gran parte un quartiere molto povero e degradato. Nel 2005 morì una bimba per indigenza, una neonata, e ci fu una forte reazione emotiva dell’opinione pubblica e una presa di responsabilità del sindaco di allora Michele Emiliano. Ci fu un lavoro di riqualificazione, le strade vennero ribattezzate con dei referendum, ora esiste Via della Libertà e via della Felicità e una piazzetta Eleonora che ricorda quella tragedia. Anche il nome del quartiere cambiò in San Pio.

La cosa più significativa fu l’apertura dell’Accademia del cinema per ragazzi, un progetto della Cooperativa Get che riaprì una scuola abbandonata per fare attività di cinema gratuite per i ragazzi del quartiere. Grazie al bando “Principi attivi”, il collettivo Pigment Workroom riuscì a promuovere attività artistiche di 2-3 mesi, insegnando i graffiti ai ragazzi e progettando dei grandi murales sulle facciate spoglie delle case popolari. Riuscimmo a coinvolgere artisti italiani come Alberonero, Alfano, Ciredz, Geometric Bang, Tellas … . Non sapevamo cosa aspettarci, perché dovevamo “scansare” le logiche criminali, per le quali non puoi muoverti senza il consenso di quel capetto o quel gruppetto.

Il risultato fu oltre le aspettative e anzi ci sfuggì di mano. La cosa positiva che con i ragazzi che conoscemmo ora siamo riusciti ad aprire un laboratorio di stampa serigrafica dentro l’Accademia del cinema dei ragazzi. Ma l’effetto iniziale fu un’esposizione mediatica esagerata: giornalisti, televisioni e persino turisti. In quella fase, come collettivo, abbiamo cominciato a ragionare come le istituzione usavano l’arte muraria a fine propagandistici, modificando il modo d’essere di un territorio e probabilmente la nostra mancanza di forza nel comunicare bene i progetti rischiava di farci passare solo come iniziative di facciata.

Quando ci proposero di fare un evento nel quartiere ci siamo confrontati con la paura di fare un festival solo per fare un festival: una cosa che volevamo evitare. Dopo quella fase abbiamo sentito il bisogno di allontanarci dalla nostra città e ci siamo spostati a Parigi, come se fossimo andati in esilio, per curare alcuni progetti sul cambiamento climatico. In seguito grazie al permesso di costruire la serigrafia sociale siamo tornati nel quartiere, ma proponendo aperture e lavori nel centro non solo in periferia.

Ciò ha significato spostare nel quartiere la nostra competenza principale, cioè quella di creare reddito attraverso la stampa commerciale e sartoria sociale. Stiamo pensando di fare un accompagnamento con un gruppo di ragazzi del quartiere e grazie alle donne che hanno conoscenze di sartoria e, sarà banale, tengono in pugno il quartiere (qui gli uomini tendenzialmente non ci sono, o valgono molto meno di quello che dicono).

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