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14 Ottobre 2019

No, non è la tecnologia che ci sta rendendo stupidi

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Sono molte le voci che si levano per suggerire che l’utilizzo eccessivo di tecnologia possa cambiare (e non in meglio) il nostro modo di vivere. Le critiche, molto spesso interessanti, si concentrano soprattutto su come l’utilizzo tecnologico ci renda più stupidi e più ignoranti. La verità è che, se Darwin ha ragione, i risultati di lungo periodo dell’esplosione tecnologica degli ultimi anni non possono essere prevedibili.

In fondo, è da millenni che le specie animali sono coinvolte in questo particolare gioco: si tratta di adattarsi ad un nuovo contesto di riferimento. Questo significa che la tecnologia è necessariamente un bene? Certo che no.

Un sistema è complesso quando la modifica ad un elemento si ripercuote, a catena, su tutti gli altri elementi del sistema

Significa che semplicemente, non possiamo saperlo. Non è nella facilità del passaggio da un link all’altro che si nasconde la profonda ignoranza del nostro Paese. In primo luogo va premesso che, malgrado l’apparente paradossalità dell’affermazione, parlare di stupidità (o di ignoranza) è complesso perché il nostro mondo, le nostre vite, sono sistemi complessi.

Proviamo ad essere più chiari: un sistema è complesso quando la modifica ad un elemento si ripercuote, a catena, non solo sul risultato finale, ma anche su tutti gli altri elementi del sistema. Semplificando, preparare il caffè non è complesso: ci sono una serie di azioni standardizzate (versare l’acqua, mettere il caffè, accendere il fuoco) che portano ad un risultato definito (il caffè).

Le relazioni umane sono invece complesse: un comportamento adottato in differenti gruppi di persone può portare a risultati estremamente differenti.

Partendo da questo presupposto, è chiaro come la stupidità (o le non-intelligenze emotive, razionali, ecc.) sia determinata da una serie quasi infinita di fattori (che coinvolgono la biologia, la sociologia, la psicologia, la politica, l’economia e, oggi, la tecnologia). Quali sono le principali critiche che vengono mosse al ruolo che la tecnologia riveste nelle nostre esistenze?

Sono varie: da un lato c’è una critica generale alla strutturazione di internet e ai rischi di un’eccessiva stimolazione che comporta un ruolo “passivo” per il nostro cervello; dall’altro c’è chi sostiene che l’utilizzo dei social network ci renda stupidi.

La “scelta” di un social network deriva da caratteristiche personali che hanno a che fare con “l’apertura all’esperienza”

Sul primo punto, uno degli argomenti più fondati e interessanti affonda le proprie radici nella neuroscienza. In una puntata di PresaDiretta di qualche tempo fa, Michael Merzenich, celebre neuroscienziato, afferma: il cervello, a seconda di come lo facciamo lavorare cambia, strutturalmente e funzionalmente, ogni volta che acquisiamo una nuova abilità o la miglioriamo.

Per esempio il nostro cervello è costruito per farci da guida nell’ambiente fisico: oggi quando ci troviamo in un luogo, guardiamo il percorso sul telefono, giusto? Aspettiamo le istruzioni, spesso non sappiamo neanche dove siamo, cioè noi non sfidiamo più il cervello a ricostruire mentalmente lo spazio e a orientarsi, ma quella sfida aveva un valore per noi. Quindi tutte queste nuove tecnologie stanno già provocando un cambiamento fisico nel nostro cervello, che è molto diverso oggi rispetto a trent’anni fa“.

Il secondo filone di critiche, invece, più divulgativo, è stato reso noto da un articolo di qualche anno fa edito dal Time che, citando uno studio pubblicato sul Journal of the Royal Society Interface, sosteneva che i Social Network possono renderci più stupidi.

Da questi due filoni di critiche discendono poi le varie statistiche che i sostenitori di questa tesi citano spesso, la più importante delle quali pare sia una ricerca che dimostra come si sia “capovolto” il cosiddetto Effetto Flynn, vale a dire un tendenziale crescente tra una generazione e l’altra del quoziente intellettivo. Pur non entrando nel dettaglio delle differenti critiche, ci sono alcuni argomenti che, generalmente non vengono citati e che potrebbero ampliare il dibattito.

Il primo riguarda l’Effetto Flynn: esso si riferisce alla misurazione del Quoziente Intellettivo, un metodo che negli ultimi anni è stato profondamente criticato.

In Italia, su dieci persone solo 4 leggono un libro in un anno, sempre meno persone vanno a teatro e, più in generale, consumano cultura

Il secondo è invece legato alla sfera dei social network: in un suo recente articolo, Scott McGreal, indica (dopo aver illustrato che l’articolo citato dal Time è stato in realtà male interpretato) una serie di ricerche che paiono andare in tutt’altra direzione. In primo luogo, ci sono ricerche che mostrano come esistano differenze tra gli utenti di differenti social network e, successivamente, mostra come la “scelta” di un social network da parte degli individui derivi da caratteristiche personali che hanno a che fare con fattori come “l’apertura all’esperienza”.

Per quanto riguarda l’aspetto neuroscientifico, invece, va detto che il Professor Merzenich non sostiene affatto che la tecnologia ci renda stupidi, ma soltanto che alcuni cambiamenti sono “in atto” e che meriterebbero maggiore attenzione da parte della comunità scientifica e da parte delle Classe Dirigenti. Resta infine, un’ultima considerazione, che forse, in questo dibattito, meriterebbe di essere un po’ meglio approfondita: guardando alle statistiche, in Italia, su dieci persone solo 4 leggono un libro in un anno, sempre meno persone vanno a teatro e, più in generale, consumano cultura.

Probabilmente è da questo, e non da Facebook, che derivano le evidenze che ci pongono tra gli ultimi posti in Europa per l’analfabetismo funzionale. Probabilmente, ad incidere sull’atteggiamento che i cittadini hanno nei riguardi della cultura è una stanca e novecentesca opposizione tra la boriosità dell’uomo di cultura e l’orgogliosa ignoranza (soltanto) manifesta di chi si afferma dalla parte del popolo.

Probabilmente, è il nostro sistema d’istruzione (obeso nell’organizzazione e obsoleto nell’impostazione), sono le sempre meno ingenti risorse per la cultura (e sempre peggio spese), e il fatto che, da decenni, il nostro Paese ha un atteggiamento elitario nei confronti di tutto ciò che possa dirsi Cultura.

In fin dei conti, se guardiamo alle persone che stanno “dietro” ai cellulari, viene quasi da pensare che non sia tanto la tecnologia a rendere stupida questa nostra umanità, quanto piuttosto che sia questa nostra umanità a rendere stupida la tecnologia.

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