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8 Aprile 2020

Perché abbiamo bisogno di essere antifragili e andare oltre la resilienza

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Con la definitiva trasformazione dell’epidemia in pandemia il pensiero di molti è stato quello di intravvedere nel Covid-19 il cigno nero preconizzato dal filosofo e matematico di origine libanese Nassim Nicholas Taleb. In verità lo stesso Taleb ha smentito il paragone spiegando più volte le differenze che caratterizzando e distnguono il concetto di cigno nero. 

Ci è parso così utile indagare l’opera di Taleb proponendo – con la collaborazione della casa editrice Il Saggiatore – ai lettori alcuni estratti dalle sue opere che rappresentano un sostegno valido e sempre più necessario per orientarsi in un mondo che oggi ci vede reclusi dietro le nostre finestre, ma che domani ci chiama ad un’azione di necessario rinnovamento per le nostre società e per noi stessi. (Qui tutti i libri di Taleb che da oggi fino al 30 aprile saranno disponibili su tutte le piattaforme online in ebook a 2,99 euro)

Certe cose traggono vantaggio dagli scossoni; prosperano e crescono quando sono esposte alla volatilità, al caso, al disordine e ai fattori di stress, e amano l’avventura, il rischio e l’incertezza. Eppure, nonostante l’onnipresenza del fenomeno, non esiste una parola che descriva l’esatto opposto di fragile. Chiamiamolo allora «antifragile».

L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora. Questa qualità è alla base di tutto ciò che muta nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico, la sopravvivenza delle aziende, le buone ricette (per esempio il brodo di pollo o la bistecca alla tartara con un goccio di cognac), lo sviluppo di città, civiltà, sistemi giuridici, foreste equatoriali, la resistenza dei batteri… persino la vita della nostra specie su questo pianeta.

Ed è l’antifragilità a determinare il confine tra ciò che vive ed è organico (o complesso), come per esempio il corpo umano, e ciò che è inerte, per esempio un oggetto come la graffettatrice che abbiamo sulla scrivania.

Comprendendo il meccanismo dell’antifragilità, possiamo creare un’ampia guida sistematica al processo decisionale

L’antifragile ama il caso e l’incertezza, il che significa anche, ed è fondamentale, che ama l’errore, o perlomeno un certo tipo di errori. L’antifragilità possiede la singolare caratteristica di consentirci di affrontare l’ignoto, di fare le cose senza comprenderle e di farle bene. Permettete che mi spinga più in là: grazie all’antifragilità siamo molto più bravi a fare che a pensare. Preferirei senz’altro essere stupido e antifragile che intelligente e fragile.

È facile, guardandosi intorno, individuare elementi a cui piace una certa dose di fattori di stress e volatilità: i sistemi economici, il nostro corpo, la nostra alimentazione (pare che il diabete e molte altre patologie moderne siano associate alla mancanza di casualità nella nutrizione e all’assenza dei fattori di stress dati da un digiuno sporadico), la nostra psiche.

Esistono persino contratti finanziari antifragili: sono quelli espressamente concepiti per trarre vantaggio dalla volatilità del mercato. L’antifragilità ci fa capire meglio la fragilità. Così come non possiamo migliorare la salute senza attenuare la malattia, né accrescere il patrimonio senza prima ridurre le perdite, l’antifragilità e la fragilità rappresentano gradi diversi del medesimo spettro.

Comprendendo il meccanismo dell’antifragilità, possiamo creare un’ampia guida sistematica al processo decisionale non predittivo in condizioni di incertezza negli affari, in politica, in medicina e nella vita in generale: ovunque prevalga l’ignoto, in qualunque situazione caratterizzata da casualità, imprevedibilità, opacità o da una comprensione parziale delle cose.

È molto più facile capire se una cosa è fragile che prevedere il verificarsi di un evento che potrebbe danneggiarla. La fragilità può essere misurata, il rischio non è misurabile (tranne che nei casinò e nella testa di chi si autodefinisce «esperto del rischio»). Ciò costituisce una soluzione a quello che ho chiamato «problema del Cigno nero», vale a dire l’impossibilità di calcolare il rischio che si verifichino eventi rari di grande impatto e di predirne l’occorrenza.

La mia proposta è di capovolgere completamente il nostro attuale approccio alla previsione e alla gestione del rischio

È molto più facile gestire la sensibilità ai danni provocati dalla volatilità che prevedere l’evento che potrebbe causare quel danno.

Pertanto, la mia proposta è di capovolgere completamente il nostro attuale approccio alla previsione, ai pronostici e alla gestione del rischio.  In ogni ambito o area di applicazione, propongo regole per spostarsi dal fragile all’antifragile, o riducendo la fragilità, o sfruttando l’antifragilità.

Tra l’altro, individuare l’antifragilità (e la fragilità) è quasi sempre possibile, utilizzando un semplice test di asimmetria: qualunque cosa tragga più vantaggi che svantaggi dagli eventi casuali (o da alcuni shock) è antifragile; in caso contrario, è fragile.

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