Un giro dentro Tamu, la piccola libreria post-coloniale nel centro di Napoli

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Nonostante una tradizione consolidata, l’Università degli Studi Orientali della città, e una forte cultura libraria, Napoli non ha mai avuto una libreria specializzata sulla narrativa e la saggistica proveniente dall’oriente e dal sud del mondo. Questo vuoto è stato riempito un anno fa da una piccola libreria indipendente,Tamu, in via Santa Chiara 10/h proprio nel cuore del centro storico partenopeo, di fronte all’alto muro che separa i palazzi secenteschi dai famosi chiostri monumentali.

La libreria, che prende il nome dal romanzo La terrazza proibita. Vita nell’harem di Fatema Mernissi (1994) ha un sottotitolo che descrive la sua particolarità: Medio Oriente, Nord Africa e a altri sud. Tamu sembrerebbe riprendere alcune fortunate esperienze di librerie specializzate in romanzi e saggi post-coloniali come ci sono in molte capitali europee, come Griot nel quartiere trastevere di Roma aperta da più di dieci anni, ma è curiosa che sia stata aperta da due trentenni che non sono di Napoli, ex colleghi di università a Bologna. Ho fatto loro alcune domande, come un bilancio di questo primo anno di attività.

A un anno di distanza come valutate la vostra intuizione? È troppo presto per fare bilanci?

L’incontro della nostra libreria con gli interessi di studenti e docenti dell’Università Orientale è uno dei frutti positivi di quest’esperienza. Docenti e studenti hanno reagito con grande apertura verso la nostra iniziativa. Un paio di esempi significativi: costantemente ci arrivano proposte dagli insegnanti per ospitare in libreria incontri con gli autori che l’università invita per seminari e convegni. Notiamo una certa soddisfazione nel ritrovarsi in un luogo diverso da quello dove ognuno svolge la propria attività in modo professionale.

Napoli è una città in cui molte persone sono impegnate in un serrato lavoro culturale fatto di musica, riviste, graffiti, dibattiti politici e molto altro

Le presentazioni da noi sono sempre più informali e meno frontali rispetto alle lezioni universitarie, per questo a volte sono anche più partecipate, nonostante non ci siano dei crediti formativi in premio per gli studenti. Un altro esempio è la rubrica che un gruppo di giovani arabisti, studenti dell’Orientale, tiene sul blog della nostra libreria, recensendo classici e novità della letteratura araba. Anche questa è un’iniziativa che ci è arrivata spontaneamente, su loro proposta.

Mi interessa ripercorrere le fasi di avvio della libreria. Si tratta di una piccola iniziativa imprenditoriale del sud. Come avete fatto a partire? Quali finanziamenti avete ottenuto?

Abbiamo ottenuto un piccolo prestito senza interessi attraverso il bando Selfiemployment, che si rivolge a giovani senza lavoro non inseriti in percorsi di formazione, utilizzando fondi europei. La somma che abbiamo ricevuto è modesta, proprio perché non si tratta di un finanziamento a fondo perduto e va restituita per intero nell’arco di 7 anni. Tuttavia questa base, per quanto ridotta, ci ha permesso di aprire. L’altro lato della medaglia è che abbiamo dovuto confrontarci fin dall’inizio con un mercato molto difficile come quello del libro.

Sempre per quanto riguarda la sostenibilità economica della libreria, andando sul sito e sulla vostra pagina fb si nota la presenza di molti corsi e workshop che dimostrano una vitalità del luogo, ma forse anche l’impossibilità di andare avanti con le sole entrate dei libri? È così? Prevedete anche di diventare, in tempi medio-lunghi, una casa editrice?

La vendita dei libri è un’attività con un basso margine di guadagno, e le spese non mancano.
 In questo senso la nostra scelta di promuovere l’editoria indipendente si sposa con la necessità di superare la forte barriera imposta sul mercato dai grandi gruppi che in Italia possiedono, allo stesso tempo, le grandi strutture di distribuzione, edizione e commercializzazione dei libri.

Per poter aspirare a mantenerci grazie alla sola vendita di libri siamo costretti (così come lo sono gli editori) a erodere tutti i possibili margini attorno a questa ingombrante filiera costruita dai soggetti più grandi. L’idea di lanciare anche una casa editrice è sul tavolo proprio in questo momento, ci auguriamo di poterla realizzare presto.

Tuttavia i costi iniziali sono decisamente più alti rispetto a quelli della libreria, e anche una piccola struttura editoriale per funzionare deve coinvolgere più di due persone. Si può dire, senza strafare, che siamo alla ricerca di sostenitori che vogliano patrocinare un progetto editoriale che coltivi lo stesso immaginario promosso dalla libreria Tamu: un’editoria a stretto contatto con la contemporaneità, antirazzista e femminista. (per informazioni info@tamulibri.com)

Riguardo al contesto: vi siete ritrovati in una città che non è la vostra e questo ha avuto subito una caratteristica di novità positiva (penso a come i rapporti si sclerotizzino in città come Napoli-Roma-Bologna tra gruppi, associazioni, giri e minoranze che si conoscono tra di loro da sempre). Cosa avete capito di questa città in questi dodici mesi?

Molte persone nate e cresciute a Napoli provano esattamente questo senso di immobilità quando pensano alla propria città, ed è proprio vero che questo ci ha fatto buon gioco, presentandoci come novità in un panorama percepito come statico. Ci è stato utile anche non avere particolari legami di “appartenenza” con altri gruppi attivi culturalmente in città, diminuendo un possibile schermo di pregiudizi (non necessariamente negativi, semplicemente precostituiti).

Tuttavia cogliamo l’occasione per smentire entrambi questi atteggiamenti: Napoli è una città in cui molte persone sono impegnate in un serrato lavoro culturale fatto di musica, riviste, graffiti, dibattiti politici e molto altro, e rispetto ad altre città si può dire che ci sia una buona permeabilità tra questi gruppi. Questo non elimina la sensazione, comune a tutte le città, che la sfera culturale sia una bolla in cui in breve tempo ci si conosce tutti, ma almeno evita atteggiamenti di aperta ostilità o boicottaggio reciproco che non avrebbero alcun senso.
 C’è da dire, inoltre, che una città molto stratificata e sfaccettata come Napoli mette a dura prova, per fortuna, la bolla protetta del lavoro culturale, in un contesto dove gravi problemi sociali come la disoccupazione e la povertà sono in qualche modo meno nascosti rispetto ad altre città e restano visibili nello spazio pubblico.

Definire Tamu solamente una libreria indipendente è limitativo: proponete un programma mensile molto fitto, avete un blog aggiornato e promuovete corsi, come già detto. Quali sono i vostri scambi con gli studenti e i professori dell’università? Quali dialoghi avete avviato fuori dall’accademia?

Studenti e docenti dell’Orientale contribuiscono sicuramente a tener vivo lo spazio della libreria, proponendoci incontri e presentazioni, offrendo suggerimenti di titoli, arricchendo così la nostra selezione. Ci rende molto felici notare la partecipazione attiva di studenti e studentesse agli incontri in libreria: questo dimostra un sincero avvicinamento ai libri e ai temi affrontati, in un ambiente che sicuramente attinge dall’università, ma che non definiremmo accademico.

La posizione di Tamu nel cuore del centro storico, infatti, non può renderla indifferente alle problematiche legate ai cambiamenti che l’accelerazione del turismo di massa sta portando in città, dove sempre più librerie e attività artigianali chiudono per essere rimpiazzate da friggitorie e pizzerie pronte a soddisfare le gole dei turisti di passaggio, dove i prezzi degli affitti aumentano spropositatamente a causa dell’effetto airbnb e della speculazione immobiliare.

Per questo motivo ci è parso molto importante stringere legami con alcuni spazi che fanno parte della rete dei Beni comuni, in cui da tempo si ragiona e ci si organizza collettivamente per rivendicare un diritto alla città e una migliore qualità di vita e dell’abitare. Ci capita spesso di collaborare con realtà come l’ex Asilo Filangieri e Santa Fede Liberata, spazi riconosciuti come beni comuni ad uso civico e collettivo, per organizzare presentazioni e banchetti di libri. Oggi per esempio terremo un banchetto di libri all’ex-Asilo Filangieri per la presentazione del libro di Sarah Gainsforth Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale (DeriveApprodi, 2019).

I dialoghi che intratteniamo al di fuori dell’accademia si aprono, poi, a realtà diverse: dall’associazionismo, al mondo delle autoproduzioni, nel caso dei laboratori di legatoria, serigrafia, calligrafia etc., così come a singoli che propongono iniziative (teatro dei burattini, letture animate per bambini, proiezioni).

Parliamo dei libri: la vostra selezione è molto aperta e laica, rivolta all’area Mediterranea al sud e all’est del mondo. Ho notato che ogni mese annunciate l’entrata in libreria di un editore straniero, siete attenti anche alle novità editoriali in arabo, francese e inglese. Siete attenti anche al dibattito post-coloniale e alle tematiche femministe. Cosa avete scoperto in questo anno di curioso su questo lavoro? Cosa avete scoperto di nuovo che non conoscevate? State ricevendo delle buone risposte dalle case editrici e dai lettori? Che difficoltà avete con l’estero?

Tra le scoperte di quest’anno su tematiche femministe ci piace ricordare il libro di Lia Viola, Corpi fuori controllo. Violenza ed eteronormatività a Malindi (Mimesis, 2019), di cui abbiamo avuto il piacere di ospitare la presentazione a giugno, che ricostruisce la genealogia della violenza omofoba in Kenya, passando attraverso i processi di razzializzazione, dalla Colonia inglese al turismo di massa.

Un libro sul dibattito post-coloniale che ci ha sicuramente colpito per le analisi spiazzanti è I Bianchi, gli Ebrei e Noi di Houria Bouteldja, portavoce del “Partito degli Indigeni della Repubblica” (PIR), lanciato nel 2005 con l’intento di denunciare la permanenza di rapporti coloniali nei dispositivi e nelle pratiche della repubblica francese. Anche il libro propone una nuova narrazione storica, che mette il massacro delle Americhe, la schiavitù dei popoli africani e la colonizzazione al centro della storia non solo francese ma mondiale.

Un’altra scoperta importante è stato il saggio di James Clifford I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, scritto con l’intento di far vacillare ogni regime di presunta autenticità, nella convinzione che “l’identità, in senso etnografico, non possa essere che mista, relazionale e inventiva”: chiudere le identità in recinti ermetici non può che soffocarle, o farle impazzire.

L’angolo del libraio: quali libri consigliate in questo periodo?

Tra le uscite recenti che consigliamo ai lettori e alle lettrici c’è Cronache dalla polvere (Bompiani, 2019) del collettivo di scrittrici, scrittori e illustratori Zoya Barontini. Un libro di racconti intrecciati su una pagina spesso rimossa dalla storia ufficiale e dai libri di testo: l’occupazione italiana in Etiopia nel 1936 e i conseguenti rastrellamenti, distruzioni e massacri di cui le camicie nere si resero protagoniste nei confronti della popolazione locale.

Un altro libro appena uscito che consigliamo con piacere è Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (effequ, 2019), una raccolta curata da Igiaba Scego che racchiude i racconti di undici scrittrici afroitaliane. Con stili e linguaggi diversi, questi racconti sono accomunati da una visione di un futuro ibrido in un’Italia che non può più immaginarsi e raccontarsi “bianca”.

Sul tema delle migrazioni, ci è piaciuto molto Io sono confine (Eleuthera, 2019) del sociologo iraniano Shahram Khosravi: un libro che parla di frontiere ma soprattutto di coloro che le violano. Il libro muove da un’esperienza di migrazione illegale vissuta in prima persona dall’autore: qui l’auto-narrazione si coniuga alla scrittura etnografica dando vita a un’indagine a tutto campo sull’attuale regime delle frontiere e sui concetti di cittadinanza, diritti, disuguaglianze. Bellissimo.

Note