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15 giugno 2018

Taranto. La resilienza della provincialità

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Pubblichiamo un’intervista all’architetto Luigi Oliva, Tarantino per nascita, romano d’adozione.

Luigi Oliva lascia, come tanti, Taranto a 18 anni per iscriversi all’università, perché, come più volte ci sottolinea, Taranto non era una città universitaria, e non lo è nemmeno oggi, nonostante la presenza di un polo universitario. Era appassionato di città fin da giovane e architettura diventa una scelta quasi obbligata per lui. Destinazione Venezia. Laurea, libera professione e collaborazioni con l’università non lo allontanano però dal suo interesse per la sua città natale. Così, ad un certo punto, torna in Puglia. Poi però l’unica alternativa è andarsene di nuovo, ma sempre con una grande attenzione (e forse anche un pezzo di cuore, oltre che di cervello) alla sua Taranto.


Quando sei tornato era anche il momento delle politiche giovani in Puglia, come è stata l’esperienza pugliese del ritorno?

Pur stando a Venezia ho continuato ad avere legami con la mia città e ho sempre avuto voglia di fare qualcosa per la mia città. L’occasione si presentò quando vinsi un concorso alla scuola di dottorato in beni culturali dell’Università del Salento, per continuare a fare ricerca sulla storia dell’architettura.

In quel periodo la Puglia viveva una serie di fermenti che condussero presto alla prima stagione dell’età vendoliana in cui sembrava che tutto si sarebbe rinnovato. Anche a Taranto, c’è stata una buona fase di risveglio: c’è stata l’elezione di un sindaco che sembrava potesse dare una svolta al vecchio sistema troppo legato alla grande industria; la regione, a livello urbanistico e culturale, aveva creato molte opportunità, quindi tutto faceva presagire che la stagione fosse matura per poter contribuire sul posto a mettere in moto dei meccanismi in grado di dare degli scossoni alla situazione di Ancient Regime e provincialismo in cui continuava a versare la città.

All’inizio le cose andavano bene, sono entrato in contatto con un gruppo di colleghi che avevano cominciato a lavorare sui bandi regionali, collaborando col comune per la riqualificazione di edifici della Città Vecchia da destinare al laboratorio urbano, attivando azioni dal basso e partecipazione. È stato un momento molto importante per la città, perché giovani architetti, sociologi, antropologi, artisti, tutti venivano coinvolti nel recupero della città. Purtroppo l’entusiasmo della prima fase vendoliana è andato un po’ scemando, e, soprattutto a livello istituzionale locale, c’è stata ad un certo punto molta chiusura, per cui rispetto alle nostre azioni ci siamo trovati una serie di ostruzionismi importanti, una forma di reazione generalizzata di tutto il sistema locale ai nuovi approcci e all’inserimento di nuovi attori. In breve, dunque, il progetto, e le varie collaborazioni, sono terminate. E così, tra amore per la città e necessità di trovare un lavoro adeguato, mi sono trovato in un’impasse, e l’exit strategy è stata quella di rinunciare a trovare uno sbocco professionale in città, fino alla decisione definitiva di trasferirmi a Roma.

E Taranto intanto? Cosa succedeva in città?

Taranto nel frattempo diventava sempre più piccola e sempre più provinciale, perché anche se alcuni ancora resistono con ostinata determinazione e molte delusioni, tantissime persone, come me, sono ripartite. Dopo la primavera pugliese, forse con qualche responsabilità anche a livelli più alti, la città, con la sua provincialità, le sue logiche e il suo immobilismo sociale è rimasta praticamente immutata, se non peggiorata. L’aggravante è la crisi dell’industria, per cui il numero degli operai si è ridotto tantissimo, e con la crisi si è acuito il calo demografico che già era consistente, e che, tra le altre cose, crea serissimi problemi a livello urbanistico: siamo giunti ormai a contare quasi due case per abitante

Quindi c’è un problema di riorganizzazione urbanistica?

Assolutamente si! Però al comune non piace questa cosa di ripensare la città, perché il vecchio piano urbanistico, obsoleto e scaduto, prevedeva che la città crescesse in continuazione: basti pensare che secondo le previsioni del piano, oggi la città dovrebbe contare tra i 400 e 450mila abitanti. La cosa fa ridere a chi la vede adesso coi suoi 180mila abitanti, ma fa comodo a chi può autorizzare l’espansione della città, facendo terra bruciata delle aree centrali a favore di quartieri dormitorio. Questo rappresenta chiaramente un enorme problema di gestione del territorio e di consumo del suolo, che mostra quanto siano forti i soliti vecchi meccanismi di speculazione fondiaria.

Come si fa a rigenerare Taranto?

Innanzitutto bisogna ripianificare la città: a Taranto serve un piano! Come tutte le città ”normali”,Taranto ha bisogno un piano, cioè occorrono che professionisti, rappresentanti di tutte le forze in campo (sociali, culturali, associative, economiche, politiche) si mettano attorno a un tavolo e, come succede sempre in ogni pianificazione urbanistica, progettino il piano urbanistico generale, quello che altrove è il piano regolatore. Il PUG, da che esiste la normativa urbanistica, è un pensiero serio, materiale, sullo sviluppo della città: si valuta tutto quello che la città ha e tutto quello che la città può sviluppare. Se non si ragiona sul PUG si va avanti senza meta a rattoppare la bagnarola che fa acqua, la città non può cambiare.

Poi, bisogna costruire un processo di partecipazione, quella vera però. Purtroppo la partecipazione a Taranto è quasi sempre stata concepita come un passaggio solo virtuale. Di fatto qualcuno decide unilateralmente o oligarchicamente, mette nero su bianco quanto deciso, e poi si fa un incontro pubblico dichiarando che si discute di questa cosa, mentre è stato già tutto deciso.

Questa è la modalità che qui viene chiamata partecipativa. E dire che dal basso Taranto ha avuto e mostra ancora dei momenti di altissima partecipazione, ad esempio l’organizzazione degli eventi per il Primo Maggio Tarantino, completamente autofinanziato, addirittura spesso osteggiato dalla politica locale, che è riuscito, per contenuti e numeri, ad adombrare persino l’opulento Primo Maggio Romano: l’associazione Liberi e Pensanti è stata in grafo di mettere in moto una macchina organizzativa unica e a scardinare il grosso telo di omertà sulla città e sulle condizioni di cittadini e lavoratori nell’Italia di oggi.

Purtroppo tanti altri movimenti dal basso, nonostante abbiano conosciuto una grossissima spinta popolare, si sono dispersi per via di un sistema locale immaturo o impreparato.

E i tarantini?

Io vedo un grossissimo problema di identità. Sembra che Taranto sia una città votata ad essere la città di qualcuno, non dei tarantini o di Taranto. L’arsenale militare prima e l’Italsider (Ilva) dopo, hanno sempre portato a ondate di immigrazione molto cospicue che hanno minato più e più volte lo spirito locale, l’identità della città. Adesso, dopo tre generazioni dalle prime immigrazioni, il cittadino di Taranto inizia a sentirsi legato al suo territorio. Adesso mi sembra di cominciare a vedere generazioni di giovani, molto attivi e molto interessati alla loro città, che sono finalmente tarantini, perché hanno legato la loro esistenza a quel luogo. Questo è un elemento positivo, in termini di spinta identitaria verso il territorio.

Invece, un elemento molto critico a mio parere è la mancanza di propensione imprenditoriale a Taranto: un fenomeno noto anche nella storia della città che pure ha conosciuto altissimi livelli di produzione e artigianato. Nella produzione navale, così come nella maricoltura, nel tessile così come nell’industria alimentare, la città non è riuscita a conservare e promuovere i saperi millenari e ricchissimi di cui è stata portatrice. C’è sempre stata una sorta di auto-limitazione spesso legata alla mancanza di autonomia politica e al controllo esterno: aveva dei livelli altissimi di produzione di merce rarissima, la porpora nell’epoca dei romani, la bottarga o il bisso, anche per tutto il medioevo e l’età moderna, ma non è mai successo che qualche famiglia tarantina abbia sfruttato, in maniera imprenditoriale seria, le opportunità offerte dal luogo, come è successo per esempio in altri contesti.

A Taranto però si sono perse anche tutte le risorse sulle quali, ad esempio, si è affermato il Salento. Lì si è registrato una sorta di passaggio diretto dal medioevo al capitalismo dei servizi avanzati perché, se si esclude il brindisino, non si è mai avuta una vera fase industriale. Il grande successo di questi contesti è passato per la riscoperta di pratiche culturali e artigianali antiche, in un tessuto socio-culturale praticamente integro. Sono riusciti a riciclarsi perché si sono trovati con un sistema di risorse ambientali e culturali intatto. Taranto tutte quelle risorse le ha perse: il sistema della pesca tarantina non c’è più, le cozze, le ostriche (Taranto vantava una razza di ostriche molto pregiate, che sono scomparse dalle coltivazioni locali perché l’industria ha modificato l’ecosistema marino interno). Un altro grande, assurdo, spreco è quello della pinna nobilis: queste rappresenterebbero un patrimonio ittico unico per la produzione del bisso (tessuto prezioso ottenuto dai filamenti del mollusco). Ci si scontra però con il fatto che a Taranto si sia perso completamente il know-how di produzione del bisso, per cui la città era famosissima. Potrebbe essere un rilancio di una piccola economia locale, naturalmente con le dovute accortezze in tema di sostenibilità dell’ecosistema e delle specie naturali.

Quindi ragionare in termini di piccole economie locali, piuttosto che alla grande industria?

Dal mio punto di vista la strada è proprio questa: micro e medie economie locali ma inserite sempre nell’ambito di una pianificazione decente, che è l’unico modo per avere una prospettiva a medio/lungo termine. Perché su Taranto non si può fare un ragionamento su scala urbana media, bisogna ragionare sulla piccola scala, come se fosse una piccola città, perché oggi non possiamo concepire Taranto se non con le capacità di una piccola città. Ad esempio, come potenzialità di sviluppo, oggi Taranto non riesce a eguagliare Lecce, nonostante abbia il triplo degli abitanti, non c’è confronto. Ed è da qui che bisogna partire, non pensare in grande. Perché un’economia deve essere sostenibile e al momento la sostenibilità è un problema serio. Anche in ambito di pianificazione, non c’è uno scenario plausibile che abbia un margine di certezza vendibile. Cioè lo scenario industriale, che sia siderurgico, energetico o portuale, al momento è altrettanto aleatorio di uno scenario post-industriale. Non sappiamo se l’Ilva rimarrà, a quali condizioni e che tipo di economia produrrà, se il porto potrà decollare a livelli nazionali ed internazionali, se le produzioni pesanti ora attive continueranno; forse l’unico ambito su cui si può ragionare è quello della piccola e media impresa.

Su cosa potrebbe puntare Taranto, a livello di micro-economia?

Finché non si pensa in termini di sistema, e non si pianifica non si riesce a fare previsioni. Ad esempio, anche l’attività diportistica e soprattutto l’attività turistica è sospesa allo scenario industriale. A Taranto ci sono i porticcioli della città vecchia che sarebbero appetibili per i diportisti, ma purtroppo sono ancora off-limits. In parte per il degrado in cui versano alcune delle aree urbane limitrofe, ma soprattutto per la questione ambientale: dalla ricaduta del pulviscolo dell’Ilva allo scenario che il polo industriale determina. Non si può pensare all’economia di un sistema senza pensare alle compatibilità (o incompatibilità) tra settori. E a mio parere la città ancora non si è posta la questione.

Taranto inoltre avrebbe bisogno di un un’iniezione di know-how su tutta una serie di cose. I romani avevano l’abitudine di fare le cosiddette deduzioni di colonie, a Taranto ci provarono due volte, forse oggi avremmo bisogno di qualcosa di simile, dal momento che tutte le iniziative per finanziare la formazione dei giovani fuori per poi inserirli nuovamente, sono miseramente fallite, producendo grandi frustrazioni. Questa è una funzione in gran parte assunta dall’università. È l’università che porta saperi nuovi, che aggiorna quelli vecchi, che attrae persone di talento e conoscenza, che offre ai giovani le opportunità e la massa culturale critica per produrre qualcosa. Purtroppo questa cosa non avviene a Taranto, e l’università non è capace di svolgere questa funzione. Se le università si basano sul precariato, su piccoli progetti ad-hoc non riescono ad avere ricadute strutturali sulla città, ma risultano fini a se stesse.

E la politica nazionale? Che ruolo gioca? A livello nazionale si parla molto di Taranto. C’è un progetto per la città? A volte l’impressione è che si navighi a vista…

Esattamente, non c’è un progetto. La politica millenaria su Taranto è sempre stata quella di panem et circenses. Fare un po’ di fumo, e tenere sazi i manovratori del consenso. La sistematica idea di riversare fondi da parte delle istituzioni regionali o nazionali sulla città, serve a foraggiare un sistema locale che è malato. In passato si è trattato per lo più di fondi dispersi. Non darei più nulla a Taranto finché non sia stato elaborato un piano, né a livello nazionale, né a livello locale. Per adesso sembra che l’unico piano sia quello di tenere una città utile nelle condizioni di poterla sfruttare, quindi tutto il resto è una tattica momentanea che viene sviluppata.

Se la città per sopportare il vessillo dell’Ilva chiede il recupero di Città Vecchia, viene fatto un mega concorso di idee per la riqualificazione della Città Vecchia. In architettura, fare un concorso di idee per pianificare la città è una cosa che fa ridere, cioè non è presa seriamente, perché una città con un piano vecchio non può riqualificarsi. È come mettere un dente d’oro a una persona moribonda. Il concorso di idee, bandito e gestito da Invitalia, ha svelato inoltre una cosa molto grave, e cioè che il Comune è stato di fatto commissariato su una delle sue attività più importanti.

L’unica cosa che funziona perfettamente è la resilienza della provincialità, la città ha subìto delle bordate da “corazzata potemkin”, degli scossoni così profondi che avrebbero fatto diventare qualsiasi città una “capitale”. Invece a Taranto alla fine c’è questa risacca fortissima che la schiaccia nella sua provincialità. Non so se ciò dipenda dalla massa critica del sistema industriale e degli interessi che vi ruotano intorno o da una specie di gene della città, perché in effetti nel suo passato si possono trovare situazioni analoghe che confermano l’esistenza di una specie di genius loci, una capacità di auto-degradarsi che è incredibile, e questa capacità a me sembra indissolubilmente legata all’importanza strategica del luogo. Taranto è stata sempre una città strategica, forse uno dei migliori porti dell’alto ionio, con un hinterland fertilissimo, con delle connessioni via terra molto buone (dalla costruzione della via Appia in poi). Per ogni dominazione o per la politica di livello sovraregionale è sempre stato un sito importantissimo, e quindi vi è sempre stata una selezione di persone di governo che fossero facilmente controllabili.

Per cambiare è necessario che i tarantini si riprendano la loro città, c’è bisogno di ripartire da una diffusa riappropriazione dell’identità locale della cittadinanza di Taranto. Non è un processo facile, né facilmente programmabile. Ma il punto di partenza non può prescindere dall’intervento della pubblica amministrazione.


Con l’università di Bari ho avviato una ricerca su Taranto, che si può sintetizzare come segue: mappare creatività, cultura e innovazione locali per immaginare percorsi di sviluppo locale alternativi alla manifattura pesante e proporre misure di accompagnamento e sostegno di queste pratiche.

cheFare ospita una specie di diario di ricerca che rappresenta una prima ed embrionale sistematizzazione dei risultati, ma anche un deposito delle impressioni a caldo sulla città. L’obbiettivo è infine quello di avviare un dialogo aperto e corale su Taranto e sulle pratiche locali di innovazione culturale.

Immagine di copertina: ph. Bartolomeo Giove da Flickr

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