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1 marzo 2018

Dove è, e cosa è, l’edificio teatrale oggi

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Continuando a cercare ipotesi “sistemiche” nella relazione teatro-società, non si può non affrontare il piano, o la prospettiva, urbanistico-architettonica.  Chiedersi, insomma, dove è, e cosa è, l’edificio teatrale oggi.

Si potrebbe fare – ed è stato magistralmente fatto – una vera e propria “storia del teatro” attraverso le sue architetture e il collocamento degli edifici per lo spettacolo in città: dal Teatro di Dioniso di Atene fino alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, passando per il Dovizi di Bibbiena o il Globe di Londra, dal San Carlo di Napoli al Piccolo di Milano, ogni spazio ha una sua mirabile avventura che attraversa il tempo.

Ma vale la pena riflettere sull’oggi, su come e dove i teatri giocano, o possono giocare, una presenza forte, addirittura radicale, nella prospettiva del rinnovamento del tessuto cittadino o sociale.

Non solo: se la forma del cosiddetto Teatro all’Italiana, identificata con l’idea stessa di teatro nell’immaginario collettivo, è duratura, dobbiamo prendere atto che, invece, le città sono cambiate. I teatri restano uguali a loro stessi, tutto intorno il mondo cambia. Questi teatri sono ancora i luoghi della messa in scena e della “rappresentazione”, eppure sempre di più diventano specchio sensibile di quel che accade: teatri come sismografi sociali e culturali, come spazi dedicati all’incontro, e dunque alla democrazia dell’ascolto e della discussione.

Luoghi refrattari allo svilimento del contemporaneo, anzi ambienti resistenti, addirittura resilienti, hanno progressivamente abbandonato l’aura borghese, d’élite, di ambienti esclusivi destinati a un pubblico già sapiente o indottrinato. I teatri hanno abbracciato un ruolo dinamico, aperto, inclusivo.

Sono insomma il contraltare pratico e attivo delle politiche di chiusura e respingimento, delle dottrine basate sulla paura o sul fanatismo che contraddistinguono anche questa povera campagna elettorale. Spazi laici, dunque, che affrontano di petto i temi d’attualità, le contraddizioni del presente, i nodi irrisolti del nostro tempo.

Si è parlato anche di questo in un bel convegno organizzato a metà febbraio da EmiliaRomagnaTeatro, Teatro nazionale che agisce su Modena, Bologna e Cesena. Tre giorni di discussione sul tema “teatro e città”, declinandolo in maniere diverse, ma senza perdere di vista la prospettiva appena indicata: ossia quanto e come il teatro può intervenire nel contesto urbano, magari cambiandolo, oppure agendo davvero come istituzione culturale di mediazione tra il singolo, il cittadino, e lo Stato o la comunità.

Nelle giornate cui ho preso parte, ho avuto il piacere di ascoltare punti di vista e indicazioni preziose, a partire da quelle della regista e attrice Chiara Guidi, dello storico gruppo Raffaello Sanzio, che ha ricordato quanto possa essere significativo «partire dai luoghi piccoli, e renderli vivi attraverso il passaparola, la forma di comunicazione che nasce dall’esperienza». È l’azione nel micro-territorio, che invoca un cambiamento sociale tra sodali. Seppure su linee diverse, il maestro greco Theodoros Terzopoulos, non senza ironia, ha ricordato l’insediamento del suo Attis Theatro nel quartiere popolare di Metaxourgeio ad Atene. «Si tratta di vedere il problema in profondità – dice il regista greco – ed è quel che può fare il teatro. Dobbiamo continuare a sprofondare dentro quel che fa paura. Nel nostro quartiere c’erano solo disagio, povertà e prostituzione. Eravamo l’unico spazio teatrale quando siamo arrivati nel 1984. Oggi ci sono trenta teatri che fanno attività accanto a 70 bordelli! Ecco la realtà con cui confrontarci per capire la città, le persone. Curando sempre l’ospitalità, che è la dimensione più importante del nostro lavoro».

Su linee diverse si è mosso il noto sociologo Richard Sennett, docente a Yale e alla London School of Economics e fondatore di Theatrum Mundi, un network di urbanisti, artisti, teatranti chiamati a un confronto su temi ambientali.

Per Sennett «le città devono essere aperte, e le performing arts possono aiutare le città ad aprirsi. Si tratta di esplorare tutto ciò che è ambiguo, contradittorio: la vita della gente comune è piena di incertezze, e per questo servono città aperte, porose, anche brutte o incomplete dove però quelle vite possono trovare accoglienza e coinvolgimento, eliminando le separazioni tra, ad esempio, zone povere e zone ricche. Gli ambienti in cui viviamo sono sempre più determinati dalla chiusura, dalla morte, frutto di politiche economiche ottuse. I teatri, invece, sono ottimi luoghi complessi, ambigui e pieni di vita». In sintonia la studiosa Saskia Sassen, della Columbia University: «di chi sono le città? cose è rimasto dello spazio pubblico?» si domanda l’economista americana. E la risposta, ovviamente, è complessa: «lo spazio-città è una frontiera, l’ultima frontiera, un contesto in cui diventiamo tutti “urbani” indipendentemente dalla nostra provenienza, e per questo è uno spazio straordinariamente importante. Qui dobbiamo creare un nuovo immaginario. Senza dimenticare, però – e Sassen lo dimostra con dati, tabulati e grafici – che «il grande capitale si sta impossessando di palazzi, di interi quartieri delle maggiori città del mondo, a fini speculativi. Dunque snaturando lo spazio pubblico. Anche in questo caso, il ruolo del teatro è emblematico».

Lo ha ricordato anche l’architetto Antoni Ramon Graells, dell’Università Politecnica de Catalunya, prendendo a modello il Teatro New Amsterdam di New York, dove Louis Malle girò il bellissimo Vanja sulla 42esima strada: oggi è proprietà della Walt Disney che vi programma musical di cassetta. Per Graells, sulle orme di Le Courbusier, il teatro può essere “edificio” o “rifugio”. Ed è quel che interessa di più per mantenere salde quelle coordinate di umanità (e urbanità) sempre più indispensabili.

È d’accordo lo storico dell’architettura Marco De Michelis: la struttura della sala all’italiana è immutata nei secoli – dice – si tratta semmai di fare come al 2nd Stage Theatre di New York, fondato nel 1979 e ricavato al secondo piano, appunto, di un edificio preesistente. Qui gli artisti ospiti, dopo aver a lungo tentato di coprire le ampie finestre con teli neri, hanno capito che il teatro sarebbe stato più vivo e in contatto con la città semplicemente tenendo aperte le tende, e Broadway e New York sono diventati scenografia naturale per ogni spettacolo.  Certo non mancano esempi di stretto, strettissimo legame tra teatro e territorio.

Come quello del Maxim Gorki di Berlino, divenuto spazio di confronto e riflessione sulla cultura Rom, sul meticciato e sulla immigrazione grazie al direttore Yael Ronen, Premio Europa per il Teatro 2017 (http://www.gorki.de) . Ma non sempre le cose vanno bene: basti pensare a quanto accade in Polonia, a Varsavia. Qui il Teatr Powszechny, che è stato a lungo riferimento per il quartiere, dando vita a iniziative partecipative di grande qualità, recentemente – lo ha ricordato Pawel Sztarbowski – è oggetto di frequenti e durissime contestazioni da parte di gruppi oltranzisti cattolici e neonazisti, che lo vedono come il fumo negli occhi proprio per la sua programmazione libera e inclusiva

E in Italia?

Qua, ormai, quasi ogni teatro è un presidio contro il capitalismo dilagante e dilagato, contro il pressapochismo e l’arroganza, la furbizia e il “pensiero semplificato” che sempre più soppianta ogni tipo di complessità. Lasciando i lavori del convegno emilianoromagnolo, possiamo citare una manciata di spazi, tra i tanti che potremmo evocare, che davvero hanno modificato il contesto urbano e sociale su cui insistono.

Ci sono teatri dichiaratamente aperti al “sociale”, ne abbiamo già dato conto su queste pagine, ma vale la pena ricordarne altri che tengono posizione in contesti urbani non proprio facili. A partire dai napoletani NEST- Napoli Est Teatro a San Giovanni a Teduccio e Nuovo Teatro Sanità, che agiscono in quartieri complicati della città ottenendo risultati di rilievo, tanto da vincere il Premio Rete Critica 2017. Restando in area partenopea, da segnalare senza dubbio lo storico teatrino Elicantropo di Carlo Cerciello e Imma Villa, o l’EfestoFestival, diretto da Mimmo Borrelli, che ogni anno prende vita nella zona dei Campi Flegrei, anche grazie al sostegno dell’Associazionismo e del Volontariato locale.

Vale la pena ricordare il Teatro del Lido di Ostia, vero presidio in un contesto segnato – come è noto – da nuovi fascismi e vecchie mafie. Oppure, in Puglia, lo storico Crest di Taranto, da anni presenza illuminata nel quartiere Tamburi, proprio accanto all’Ilva, o Clessidra Teatro che opera a Chiatona, poco distante da Taranto, con laboratori, esplorazioni, e indagini sulla memoria collettiva dell’area.

Ma di esempi se ne potrebbero fare ancora centinaia, da Palermo a Bolzano, da Cagliari a Udine, da Roma a Milano, dalla Spezia alla piccola Mondaino, vicino Rimini, non mancano teatri presidio di civiltà e azione urbana.

Parlando delle piazze italiane, o meglio del “concetto” di piazza, e del loro inarrestabile svilimento, nel luglio 2017, Salvatore Settis scriveva: «Il principio che governa questo degrado, in una cacofonia di rumori che appesta quartieri interi, è l’etica della location. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non è nulla, non ha una funzione sua propria, a meno che non la si riempia di qualcos’altro, a pagamento, spesso, così la piazza “rende”; mentre la piazza storica, i nostri antenati non l’avevano capito, era uno sbaglio, uno spazio vuoto che di per sé non rende nulla… La piazza fu infatti per secoli il supremo spazio sociale che crea e consolida l’identità civica e la memoria culturale, perché lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni vi accade grazie al luogo e non grazie al prezzo. Sta ora diventando, al contrario, un non-luogo (una non-piazza), dove solo il prezzo conta, e la bellezza del luogo è solo uno specchietto per le allodole, si mostra e si nasconde. E questo mentre crescono intorno a noi, in un processo inarrestabile, i nuovi italiani che vengono da altre culture, e a cui dovremmo saper trasmettere valori e comportamenti senza i quali ogni discorso sulla tutela dei centri storici e dei paesaggi presto diventerà lettera morta». Interessante, no? E basta – almeno per me – sostituire alla parola “piazza” usata da Settis la parola “teatro” per chiarire anche il nostro discorso. In fondo, cosa sono i teatri, se non una “piazza” coperta?

Oltre che sulle piazze, l’Italia si è fondata, facile dirlo, sulle parrocchie e sulle caserme dei carabinieri. Mi piace pensare che questo paese possa (o potrebbe) trovare una rinnovata vivibilità anche grazie ai luoghi di cultura e spettacolo. Teatri meno chiusi, invalicabili, esclusivi e sempre più aperti. Proprio come le piazze, proprio come le città.


Immagine di copertina:

Demolizione del Teatro del Popolo di Budapest, nel 1964. L’edificio fu distrutto, anche a seguito della insurrezione del 1956, per ritorsione delle autorità comuniste che vedevano nel teatro un luogo di discussione, confronto, critica, simbolo di patriottismo e libertà.

L’immagine e le note che l’accompagnano sono tratte dal bel volume “I cinque continenti del teatro” di Eugenio Barba e Nicola Savarese, Edizioni Pagina, Bari, 2017.

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