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14 dicembre 2017

Più di venti pionieri della rete hanno invitato la FCC a cancellare il suo voto per abrogare la neutralità della rete. Ma hanno perso.

The day Internet died

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Oggi dovremmo tutti portare un nastro nero al braccio, e scendere in strada, come una volta si faceva per difendere o reclamare i nostri diritti. Oggi è morto Internet, e il nostro diritto ad un accesso equo per tutti ai suoi contenuti.

Continua a risuonarmi nella testa una canzone dei The National, The Day I Die

e penso a come l’avrebbe presa Aaron Swartz. Quando il peggio accade, i migliori sono già tutti morti.

Ajit Pai, il nuovo presidente della FCC (la Federal Communication Commission degli Stati Uniti) nominato da Trump, ha sancito la fine del principio della net neutrality.

La net neutrality si riferisce all’idea che gli Internet service provider (ISP) riservino lo stesso trattamento ai dati di tutti gli utenti della rete, siano essi un’email ricevuta da tua madre, un trasferimento bancario o lo streaming dell’ultimo episodio di Strange Things.

Significa che le aziende di telecomunicazioni che gestiscono le infrastrutture della rete (negli Stati Uniti Verizon, AT&T su tutte) non possono scegliere quali dati trasmettere più velocemente, quali invece bloccare o rallentare (per esempio rallentare lo streaming di una serie televisiva perché trasmessa da un’azienda di contenuti video in competizione con un’azienda simile di proprietà di un ISP), o quali soggetti devono pagare di più per ottenere trasferimenti dati più veloci.

Tutti i fornitori di contenuti e servizi devono poter essere raggiungibili da ogni utente della rete senza discriminazione alcuna, siano essi Netflix o uno sconosciuto blogger siriano.

Dal 2015 l’Open Internet Order, una legge voluta fortemente da Obama, ha classificato i fornitori di banda (ISP)come servizi per le telecomunicazioni. I “servizi per le telecomunicazioni” negli Stati Uniti sono, dal Communication Act del 1934, concepiti come common carriers, ovvero servizi che devono garantire accesso universale senza discriminazioni. Sono common carriers quelle società che gestiscono beni comuni come strade, oleodotti, reti elettriche, servizi idrici. Lo sostiene anche Tim Berners Lee, l’inventore del web: “la connettività è parte della vita quotidiana, come l’accesso all’acqua, al riscaldamento, all’energia elettrica e dovrebbe essere garantita a tutti, senza discriminazioni”.

Il nuovo presidente della FCC (Federal Communication Commission), Ajit Pai, nominato da Trump, ha voluto invece abrogare questa legge.

Se fino ad ora chi gestiva le infrastrutture di Internet monetizzava il proprio ruolo di middle man, di intermediario, facendo pagare un abbonamento per la connessione agli utenti, ora può anche riscuotere dazio (un dazio molto più sostanzioso) dalle corporation dell’economia digitale come Facebook, Google, Amazon, Twitter, Netflix, tutte (ovviamente) favorevoli alla neutralità della rete.

Se Netflix vuole mantenere la sua attuale velocità di streaming dei propri contenuti, dovrà accordarsi con gli Internet Provider e pagare per ottenere un trattamento di favore.

Chi può permettersi quindi di fare concorrenza a Netflix? Solo chi può permettersi di pagare altrettanto per garantire una velocità di connessione pari a quella di Netflix.

E chi non può pagare? Avrà siti che si caricheranno più lentamente.

È come se l’accesso al nostro sistema autostradale fosse facilitato solo a quegli automobilisti in grado di pagare un pedaggio più alto: se paghi di più hai accesso ad autostrade a cinque corsie, dall’asfalto migliore e prive di curve. Se paghi di meno avrai accesso ad autostrade a due sole corsie, con qualche buca e curva in più.

Anche l’accesso a Internet potrà subire modifiche importanti: le telcom potrebbero offrire piani di abbonamenti diversi, a prezzi diversi, con accessi differenziati per tipologia di servizio.

Vuoi spendere solo 5 euro al mese? Ti abboni per avere accesso solo a Facebook e You Tube. Vuoi avere accesso a Internet nella sua totalità? Dovrai pagare di più.

È la rivincita dei dinosauri (le aziende delle telecomunicazioni, AT&T su tutte) sulla Silicon Valley e in questo scontro tra due economie a rimetterci sono i cittadini americani (per il momento solo loro). Sei povero? Avrai solo la possibilità di accedere a Facebook, ma i confini di Facebook saranno i confini di Internet.

In parte, per milioni di persone nei paesi più poveri del mondo, è già così. L’11% degli indonesiani afferma di usare Facebook ma di non usare Internet. Nelle loro pratiche quotidiane, internet non esiste, esiste solo Facebook. Zuckerberg ha lanciato qualche anno fa la sua iniziativa “umanitaria” Free Basics in 42 paesi del mondo, di cui la metà in Africa. Free Basics permette di accedere a Facebook gratuitamente dai telefoni cellulari. Ovviamente, per accedere a internet, non solo a Facebook, gli utenti devono avere un abbonamento per traffico dati. Zuckerberg sostiene che l’iniziativa sia stata pensata per connettere anche i più poveri a internet, perché crede che l’accesso a internet sia un diritto di tutti, ma quello che sta fornendo è un accesso al giardino privato di internet.

Più di venti pionieri della rete, inclusi Vint Cerf, il padre di Internet, Tim Berners Lee, il padre del web, il co-fondatore di Apple, Steve Wozniak hanno invitato la FCC a cancellare il suo voto per abrogare la neutralità della rete, affermando che il nuovo progetto di legge si basa su una comprensione distorta e inaccurata del funzionamento di Internet.
Ma hanno perso.

È la fine della rete come era stata pensata dai suoi fondatori. O meglio, quella idea di Internet non esiste già più, è già stata sottoposta a ondate precedenti di commercializzazione (commercializzazione dei contenuti e dei dati prodotti dagli utenti) ma questa sarebbe l’ultima, e più potente, spallata all’orizzontalità dell’accesso a Internet.

È la trasformazione di Internet in un bouquet di offerte tematiche, come nell’epoca delle tv satellitari. Internet non esiste più. Esisteranno solo canali, più o meno ampi, di accesso a porzioni della rete.

Tim Wu, professore di Legge alla Columbia University di New York, in un bellissimo libro (The Master Switch) pubblicato nel 2010 ricostruisce la storia dell’industria delle comunicazioni di massa del ventesimo secolo e dimostra come, storicamente, ogni nuova tecnologia comunicativa – dal telefono alla radio, dal cinema alla tv – sia passata attraverso una prima fase di apertura, in cui queste tecnologie agivano al di fuori dei mercati, per poi essere ciclicamente, ma puntualmente, riassorbite dalle compagnie private che dominavano i mercati della comunicazione precedenti. E’ il caso della Bell Telephone Company, il più potente monopolio della storia americana, oggi divenuta AT&T, o il caso della RCA e della NBC, che, con la connivenza della FCC, monopolizzarono a fini commerciali l’invenzione della radio, una tecnologia che prima della regolamentazione della FCC, veniva usata da migliaia di radio amatori per comunicare a distanza senza fini di lucro. Wu sostiene che ogni moderna tecnologia di comunicazione ha finito col soccombere alle forze di mercato e soprattutto a quelle forze che erano già dominanti, quelle forze che Lawrence Lessig, l’inventore delle licenze Creative Commons, chiamava già nel 2002 i Dinosauri che si stavano prendendo la rete.

La cosa peggiore di tutte è che nonostante un sondaggio (condotto dall’Università del Maryland questa settimana) dimostri che l’82.9% degli americani è contrario all’abrogazione della net neutrality, non ci sarà nessuna protesta di massa, perché alla maggior parte degli americani (e poi forse degli europei?) andrà bene così, perché già oggi l’uso di Internet è limitato all’accesso di poche app, sempre le stesse. Avevamo la più grande biblioteca del mondo a portata dei nostri occhi e abbiamo preferito allungare la mano verso i soliti due scaffali.
Il problema, prima ancora che tecnologico e giuridico, è culturale. E da oggi andrà peggio.  Goodnight and good luck

EDIT del 15 dicembre: il pessimismo che ho dimostrato qui sopra è in parte mitigato dalle notizie che stanno arrivando dagli Stati Uniti: il voto, finito 3-2 a favore dell’abrogazione, ha scatenato reazioni in tutto il paese. Molti stati hanno già detto che faranno ricorso, mentre gli attivisti stanno chiamando i loro rappresentanti al Congresso per fare pressione su di loro. Il Congresso, in effetti, non ha ancora votato e avrebbe il potere di annullare la decisione della FCC.
Forse i Repubblicani e i Dinosauri delle telcom hanno cantato vittoria troppo presto?
#WeHaven’tLostYet

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