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Tra cravatte e ultimi, come il ritorno in strada sta riaprendo il conflitto

Siamo una società che fa finta di non vedere. Sul serio, siamo specializzati nel fare gli gnorri: è una tattica di salvaguardia di noi stessi e dei nostri interessi, una tattica che ormai padroneggiamo alla perfezione. Facciamo finta di non vedere, soprattutto, le distorsioni sociali ed economiche del sistema produttivo su cui poggiano la nostra società e i nostri modi di vivere. E molto probabilmente continueremo a far finta di non vedere, anche se il Covid-19 ci ha sbattuto in faccia molte di quelle distorsioni, rendendole ancora più evidenti di prima.

Dopo un mese e mezzo di smart working, il 4 maggio sono tornato al lavoro, nell’ufficio di un’agenzia accanto alla stazione centrale della città in cui vivo. All’interno di un palazzo storico, che svetta sulle vie trafficate di una zona solitamente piena di gente e caos in movimento. All’inizio di quello che il Governo ha chiamato “Fase 2”, però, il via vai di mezzi e persone era ancora abbastanza limitato: vuoi perché molte attività avrebbero riaperto i battenti man mano nei giorni e nelle settimane a seguire, vuoi perché in tanti erano ancora restii a rimettere la testa fuori di casa (e del resto, per farlo occorreva rispettare una serie di regole e indicazioni che verranno poi progressivamente rimosse), fatto sta che il 4 maggio le strade attorno alla stazione si ripresentano come svuotate ai miei occhi. O quasi.

Facciamo finta di non vedere le distorsioni sociali ed economiche del sistema produttivo

Scendendo dal bus semideserto – sempre lo stesso che prima della quarantena si affollava fino all’inverosimile lungo il tragitto – scopro subito che le restrizioni ai movimenti dei cittadini hanno ridotto il traffico di persone che transitano nell’area a due categorie, ben distinte e subito riconoscibili: quelli che devono recarsi al lavoro e quelli che, invece, un lavoro non ce l’hanno e non ce l’avranno mai e si trovano al gradino più basso, al fondo, della nostra società. Mendicanti, disperati, reietti, gente che è nata e vissuta senza aver mai davvero avuto una chance da sfruttare.

Anche loro, quando possono, indossano la mascherina, e continuano a fare quel che facevano anche prima: chiedono soldi, chiedono qualcosa, sopravvivono, perché non possono fare altro e probabilmente nella maggior parte dei casi non avrebbero nemmeno una dimora dove poter rimanere in lockdown. E comunque, anche se avessero qualche parvenza di rifugio, rimanerci tutto il giorno senza cercare di procurarsi qualcosa da mangiare equivarrebbe a suicidarsi.

Ci sono loro e, come dicevo, ci sono quelli come me, che tutte le mattine vanno in ufficio in giacca e cravatta, e ad ogni mezzogiorno scendono al supermercato sottostante per comprarsi il pranzo e fare la spesa. E ignorano, perlopiù, le richieste di aiuto di questi reietti. Distogliendo lo sguardo, con un gesto della mano, o tirando dritto come fossero fantasmi.

C’è un tipo, sempre appostato fuori dalla Conad, un ragazzo che potrebbe avere la mia età e indossa sempre lo stesso maglione grigio, lo stesso berretto scuro di lana anche se ormai fa caldo, la mascherina, le mani congiunte dietro la schiena. Il tono di voce gentile, ma allo stesso tempo sveglio come i suoi occhi. All’orario di pranzo puoi trovarlo lì, a chiedere monete o cibo a chi entra nel supermercato.

Di solito non ho soldi con me e quando faccio la spesa pago con la carta, e così un giorno gli ho portato un bric di thè alla pesca – wow, che gran regalo … ben 50 centesimi, 50 centesimi dal tipo che scende sempre vestito da vincitore, deve aver pensato quello. E infatti ha abbozzato appena un grazie e se n’è andato, chiamando un suo amico fantasma in lontananza per condividere quel che aveva racimolato fin lì con lui.

C’è il nostro ambiente, in alto e al sicuro in un ufficio dove si può stare al caldo quando fuori fa freddo e al fresco quando fuori si soffoca, dove si può mangiare tranquilli seduti su comode sedie ergonomiche. E c’è il loro ambiente, quello della strada e del disprezzo dei passanti, dove si spende la propria dignità per raccattare due centesimi da chi vuol sentirsi magnanimo, dove si sta in piedi o seduti in terra con qualsiasi tempo faccia, dove se alle autorità gira in un certo modo prendono e ti mandano via, a disturbare la vista da qualche altra parte.

Due mondi in contrapposizione fra loro

Due mondi in contrapposizione fra loro, un contrasto sottolineato con furia dal coronavirus che per qualche tempo ha ridotto al minimo la circolazione non necessaria. Ma un contrasto che è sempre stato lì, fulgido seppur mescolato all’intenso traffico di mezzi e persone che vanno e vengono senza sosta.

Un contrasto che in realtà finisce per oscurare le sfumature di contesti complessi: ok, nella mia agenzia c’è gente che fattura migliaia di euro al mese, ma ci sono anche molti che si sbattono per guadagnare poche centinaia di euro mensili e non hanno nemmeno la garanzia di riceverli. Io sono fra quelli, e allora a chi sono davvero più vicino, da un punto di vista economico-produttivo … a chi fattura le migliaia di euro al mese, o a chi sta fuori dalla Conad a chiedere gli spiccioli ai passanti?

Certo, è una domanda che potrebbe esser letta come provocazione – io e i tanti che come me hanno la fortuna di avere una famiglia dal reddito stabile alle spalle che li sostiene e li protegge, non abbiamo mai conosciuto le difficoltà estreme che caratterizzano la vita di chi non ha niente e ogni giorno deve lottare per tirare a campare. È innegabile che ci sia una differenza abissale tra i nostri stili di vita, ed è per questo che capisco benissimo il ragazzo che a malapena mi ringrazia quando gli porto il thè alla pesca.

E tuttavia, è altrettanto vero che viviamo in un’epoca in cui le diseguaglianze crescono incessantemente e a rimetterci è una fetta sempre più grande della popolazione: cresce la distanza che separa chi sta ai vertici della scala economica-produttiva (un numero sempre minore di persone che accumula una quantità sempre maggiore di ricchezza) da chi invece fa parte della classe media; si assottiglia invece quella che separa questi ultimi da chi sta al gradino più basso. Lo indicano i rapporti stilati da organizzazioni come Oxfam, lo segnalano i dati riguardanti il numero di poveri assoluti – in Italia come in tanti altri Paesi nel mondo.

Alla luce di queste trasformazioni sociali – che sono in essere già da decenni e che la pandemia contribuirà ad aggravare, come sostenuto di recente anche dal Governatore della Banca d’Italia – forse è arrivato il tempo di renderci conto che i disperati che affollano le nostre città esistono davvero. Non sto dicendo che dovremmo iniziare a fargli la carità tutti i giorni, offrirgli il pranzo, dargli più soldi – anche se non avrei nulla contro chi iniziasse a farlo, anzi. Sto dicendo che ci rapportiamo nel modo sbagliato a queste persone e alle problematiche che ci segnalano.

Forse il realizzare, anche egoisticamente, che le loro difficoltà non sono così lontane dalle nostre (specie in prospettiva) ci aiuterebbe a rivedere il nostro modo di pensare a certe tematiche. Se non riusciamo a comprendere che sono persone come noi, potremmo almeno farci furbi e capire che la distanza che separa la maggior parte di noi da loro non è siderale come tendiamo a pensare.

Diventiamo smart sul serio e poniamoci qualche domanda scomoda

Dai, diventiamo smart sul serio e poniamoci qualche domanda scomoda, come ad esempio: siamo pronti ad accettare che il trattamento riservato agli emarginati di oggi potrebbe, un domani, toccare a persone sempre più vicine a noi – o a noi stessi? Dovremmo domandarci anche se ci piace il fatto che le azioni di solidarietà vengano sempre più spesso delegate alla società civile – società civile che finiamo peraltro per demonizzare, colpevole com’è di non lasciare che chi sta peggio di noi sparisca o affondi (letteralmente, affondi).

E allora, piuttosto che prendercela con gli ultimi, coi rifugiati, con chi non ha nulla, potremmo iniziare a pretendere dalla nostra classe politica soluzioni di cui non si parla mai abbastanza nel dibattito pubblico e che mirino a generare effetti positivi per ampie fasce della popolazione. Che so, le butto lì: politiche di redistribuzione del reddito più efficienti, di protezione degli ammortizzatori sociali (come la sanità e l’educazione, magari), ma anche misure realmente efficaci di lotta alla povertà e di assistenza ai poveri.

Tutte questioni di cui s’è tornato a parlare come d’incanto – nonostante avessimo ben presente già da tempo l’urgenza di certe situazioni – con la crisi da Coronavirus, che ha messo a dura prova la sopravvivenza di tantissime attività e professioni e ha posto in risalto le fragilità del sistema.

Ma si tratta di idee che potrebbero tornare nel dimenticatoio con il passare del tempo, per lasciare il posto alle solite discussioni inconcludenti che però hanno il pregio di attirare l’attenzione e il consenso. Dipende anche da noi, e da quanto siamo ansiosi di tornare a indignarci per cose come … le scelte religiose e l’abbigliamento di una ragazza reduce da due anni di prigionia, diciamo? Il clima d’odio che ha accolto il rientro di Silvia Romano, fomentato come sempre da certe frange della politica e del giornalismo nostrani, è stato utile per scaldare i motori: siamo pronti per concentrarci nuovamente sulle vere cause dei nostri mali.

Magari torneremo presto a parlare con insistenza di immigrazione, con la solita profondità di ragionamento che ci contraddistingue. Del resto, l’immigrazione è forse il tema a cui ci
rapportiamo nel modo sbagliato per eccellenza, illudendoci che chiudere porti e frontiere possa bastare a gestire un fenomeno che è globale e destinato a crescere negli anni a venire.

Allo stesso modo, per arginare la povertà nelle nostre città servono idee migliori rispetto ad alcuni dei provvedimenti visti negli ultimi anni – come l’inasprimento delle sanzioni nei confronti dei senzatetto e di chi chiede l’elemosina, ad esempio, che va avanti da prima dei celebri decreti sicurezza di Salvini (disprezzati da alleati e oppositori eppure ancora lì, nonostante la presunta inversione di rotta apportata dal cambio di governo). La ratio di certe misure ha forse a che fare con l’idea che multare o allontanare i mendicanti possa magicamente riportare tranquillità e benessere tra i cittadini. Oppure, ipotesi più probabile, la loro ratio è riassumibile nella formula “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Se l’obiettivo è scacciare il problema invece di risolverlo, allora stiamo andando alla grande. È una tattica che padroneggiamo bene, ma che dubito ci porterà lontano.

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Ho continuato a comprare qualcosa per il ragazzo fuori dalla Conad ad ogni pausa pranzo. Una bottiglietta d’acqua, un bric di thè, uno snack qualsiasi. Lui pare apprezzare la mia costanza, o almeno adesso mi ringrazia con più calore.

Non so quanto di vero ci sia nel suo atteggiamento, ma che importanza ha? Anche se mi ritenesse uno stronzo, avrebbe le sue buone ragioni per farlo. Ad ogni modo a me sta simpatico. E tutte le volte mi fa: “Grazie, direttore!”. E tutte le volte gli rispondo: “Eh, magari direttore …”.