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8 agosto 2018

L’orgoglio dell’innovazione: figli vs padri

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Il terzo estratto “estivo” dai saggi di Umberto Eco. Grazie alla collaborazione con La Nave di Teseo, cheFare propone alcuni pezzi che ci aiutano non solo a ricordare e a riscoprire l’efficacia e la duttilità di un pensiero sempre vigile e che oggi è più che mai necessario riprendere in mano. Qui il primo estratto, qui il secondo. Qui la presentazione di Claudio Paolucci.

La nave di Teseo, Umberto Eco

In collaborazione con La Nave di Teseo

La storia dei nani e dei giganti mi ha sempre affascinato. Tuttavia la polemica storica dei nani e dei giganti è solo un capitolo di quella millenaria lotta tra padri e figli che, come vedremo alla fine, ci riguarda ancora da vicino.

Non c’è bisogno di scomodare gli psicoanalisti per ammettere che i figli tendono a uccidere i loro padri – ed è solo per attenermi alla letteratura in merito che uso il termine maschile, non ignorando che è stata buona e millenaria abitudine, dai cattivi rapporti tra Nerone e Agrippina ai fatti di cronaca nera, uccidere anche le madri.

Il problema è piuttosto che, simmetrico all’assalto dei figli ai padri, c’è sempre stato l’assalto dei padri ai figli. Edipo, e sia pure senza colpa, uccide Laio, ma Saturno divora i suoi figli e a Medea non potrebbe certo essere intitolata una scuola materna. Lasciamo perdere il povero Tieste, che si fa un Big Mac con la carne dei propri figli, senza saperlo, ma per tanti eredi al trono di Bisanzio che accecano i loro padri ci sono altrettanti sultani che a Costantinopoli si salvaguardano da una successione troppo accelerata uccidendo i figli di primo letto.

Il conflitto tra padri e figli può assumere anche forme non violente, ma non per questo meno drammatiche. Ci si oppone al padre anche irridendolo, e si veda Cam che non perdona a Noè un poco di vino dopo tanta acqua; al che come è noto Noè reagisce con un’esclusione di stampo razzista, esiliando il figlio irrispettoso nei paesi in via di sviluppo. E alcune migliaia di anni di fame endemica e schiavismo per una sbertucciata al papà che aveva alzato il gomito, ammettiamolo, sono troppi.

Anche se si considera l’accettazione di Abramo, disposto a sacrificare Isacco, come sublime esempio di resa al volere divino, direi che nel far questo Abramo considerava il figlio come cosa sua di cui disporre (il figlio moriva sgozzato e lui si guadagnava la benevolenza di Iahvè… ditemi se l’uomo si comportava secondo i nostri canoni morali). Fortuna che Iahvè stava scherzando, ma Abramo non lo sapeva. Che poi Isacco fosse sfortunato lo si vede da quanto gli accade quando padre diventa lui: Giacobbe non lo uccide, certo, ma gli scippa il diritto di successione con un trucco indegno, approffittando della sua cecità, stratagemma forse ancor più oltraggioso di un bel parricidio.

confini

Estratto da Sulle spalle dei giganti (La Nave di Teseo)

Ogni querelle des anciens et des modernes è sempre all’insegna di una lotta simmetrica. Per venire a quella secentesca da cui mutuiamo la formula, è vero che Perrault o Fontenelle asserivano che le opere dei contemporanei, in quanto più mature di quelle dei loro antenati, erano dunque migliori (e dunque i poètes galants e gli esprits curieux privilegiavano le nuove forme dell’opera del racconto e del romanzo), ma la querelle era sorta e si era alimentata perché contro i nuovi si ergevano, autorevolissimi, Boileau e tutti coloro che erano a favore di un’imitazione degli antichi.

Se vi è querelle, agli innovatori si oppongono sempre i laudatores temporis acti, e molte volte l’elogio della novità e della rottura col passato nasce proprio come reazione al conservatorismo dilagante. Se ai nostri tempi ci sono stati i poeti Novissimi, tutti abbiamo studiato a scuola che duemila anni prima c’erano stati i poetae novi. Ai tempi di Catullo la parola modernus non esisteva ancora, ma novi si dicevano i poeti che si richiamavano alla lirica greca per opporsi alla tradizione latina. Ovidio nell’Ars amatoria (III, 121 sgg.) diceva prisca iuvent alios [lascio il passato agli altri], ego me nunc denique natus gratulor; haec aetas moribus acta meis eccetera [io sono ero di essere nato oggi perché questo tempo mi si confà, perché è più raf nato e non così rustico come le epoche passate]. Ma che i nuovi dessero fastidio ai laudatori del tempo andato ce lo ricorda Orazio (Epistole II, 1, 75 sgg.), che aveva usato invece di “moderno” l’avverbio nuper, per dire che era un peccato che un libro fosse condannato non per mancanza di eleganza sed quia nuper, perché era apparso solo il giorno prima.

Che è poi l’atteggiamento di chi oggi, recensendo un giovane scrittore, lamenta che ormai non si scrivano più i romanzi di una volta.

Il termine modernus entra in scena proprio quando finisce quella che è per noi l’antichità, e cioè verso il V secolo d.C., quando l’Europa intera piomba nella parentesi di quei secoli veramente oscuri che precedono la rinascenza carolingia – quelli che a noi paiono i tempi meno moderni di tutti.

Proprio in quei secoli “bui”, in cui si affievolisce il ricordo delle grandezze passate, e ne sopravvivono vestigia combuste e fatiscenti, l’innovazione s’instaura, anche senza che gli innovatori se ne rendano conto. Infatti è allora che incominciano ad affermarsi le nuove lingue europee, forse l’evento culturalmente più innovativo e più travolgente degli ultimi duemila anni.

Simmetricamente, il latino classico stava diventando latino medievale. In questo periodo emergono i segni di un orgoglio dell’innovazione.


Immagine di copertina: ph. Max Ostrozhinskiy da Unsplash

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