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28 Dicembre 2017

Un anno di Rosetta: incontri, interrogativi e sorprese

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Il 2017 sta finendo, è tempo di bilanci, ma soprattutto tempo di revisione dell’anno trascorso, delle cose imparate e dei compiti da fare, suggerimenti per i momenti a venire. Questo esercizio è complesso ma allo stesso tempo risulta indispensabile se penso a Rosetta.

Quando a metà del 2016 mi era stato proposto di coordinare la parte autoriale del progetto di cheFare con la Casa della Cultura -ai tempi ancora senza nome- avevo sottovalutato la sfida e le urgenze connesse con il lavoro in fieri, in parte per mia proverbiale incoscienza, in parte perché pensavo che gli anni di accademia mi avessero reso avvezza all’organizzazione di incontri culturali. La sicumera e il minimizzare le difficoltà mi hanno portato al primo incontro, quello svoltosi a gennaio, con molta più preoccupazione per l’aperitivo che avrebbe accompagnato la serata che per i contenuti. Erano anni che sostenevo l’idea di un’accademia in grado di fare divulgazione, l’urgenza di quel tipo di lavoro, e mi sembrava che bastasse spostare il contesto e renderlo informale per modificare i registri discorsivi e le pratiche di dibattito. Mi sbagliavo.

Questo lungo anno di apprendistato è stato fondamentale per capire che non basta uno spazio colloquiale, un bar anziché un’aula universitaria, per cambiare gli assetti discorsivi, in primis i miei. Era necessario un cambiamento più profondo, un lavoro culturale che avevamo identificato nell’idea di traduzione, formula fortunata ma difficile da applicare nelle prassi culturali. “L’originale è sempre infedele alla traduzione” scriveva Borges. A noi interessava quello scarto, e quel cambio di registro, ma come renderlo efficace? Come tradurre i concetti e cambiare gli habitus dei relatori? Come immaginare sulla carta quattro pensieri, quattro persone che possano dialogare in modo fruttuoso? Come scegliere temi che riuscissero a riunire l’urgenza politica del contemporaneo e un interesse genuino? Come far divertire attraverso la produzione culturale?

Questi interrogativi – simili a quelli della bambina del Buondì, colpita dall’asteroide che non trova la quadra sulla merenda perfetta – ci hanno accompagnato nel lavoro collettivo, che sì, partiva da una proposta individuale (la mia) ma che si raccordava con tutto il gruppo di cheFare e che doveva essere espressione di quella collettiva complessità.

Eppure, senza riuscire a dirlo (e a dircelo) da subito, avevamo in mente cosa aspettarci da Rosetta. Il nome scelto teneva insieme quelle contraddizioni: Rosetta era la stele alla base della nascita della civiltà, ma è anche la sonda spaziale; al contempo la Rosetta è il panino dei muratori, ripiena di mortadella e burro, spesso chiamata ‘michetta’; e poi è il nome della puttana della Vetra, che era divenuta poi protagonista di una canzone della mala milanese.

Volevamo che questi ingredienti, il mondo classico, la tecnologia contemporanea, la dimensione genuina e senza fronzoli, ma anche quel gusto anticonformista e trasversale si potessero trasformare in uno sguardo, un gusto, un tono, che avrebbe dovuto accompagnare e declinare i vari incontri nella città. E ci abbiamo provato, con fortune alterne, ma con la costante sensazione che i nove incontri fatti, conclusisi il 13 dicembre, siano stati una lenta crescita, un avvicinarsi a quell’idea e a quella visione.

Nel corso dei mesi, ci siamo resi sempre più conto che sebbene la questione centrale da cui eravamo partiti, ossia la traduzione, fosse di tipo epistemologico, l’unica risposta possibile a quel quesito era e doveva essere politica. Solo spostando il fuoco sulle questioni aperte del presente i relatori invitati sono usciti dal loro ruolo abituale, dalle loro esperienze, dai loro saperi cristallizzati, e sono stati obbligati a ragionare sulle urgenze del qui ed ora, a comprendere lessici e linguaggi differenti, a far dialogare filosofia, tecnologia, letteratura, storia, sociologia, scienze naturali.

Rosetta ha cercato di lavorare sul futuro prossimo, in cui i nostri saperi possono solo tracciare griglie, e permetterci di immaginare mondi possibili, ma il terreno incerto del oggi e del domani ci obbliga ad abbandonare i percorsi consolidati. E il futuro prossimo, in questo momento storico, verte sull’idea di cittadinanza, sulla riduzione delle diseguaglianze, sulla sfida dell’alterità. È un futuro prossimo che ci richiede di rispolverare saperi novecenteschi ma di metterli al servizio del cambiamento, è un futuro prossimo velato di pessimismo, che invita ad una maggior azione sociale e politica. È un futuro prossimo che possiamo ancora cambiare, e rendere migliore.

Sono perciò state toccate le questioni aperte del presente: le differenze sociali, economiche, politiche; l’accessibilità e le barriere fisiche e mentali del nostro contemporaneo. È stato doveroso interrogarsi sulle disparità delle metropoli, sulle scelte che ci sovrastano e ci trasformano ma anche su quelle che adottiamo quotidianamente, come il cibo che mangiamo. Abbiamo riflettuto sulla nostra condizione, parlando di classe creativa e del disagio che la accompagna, ma anche sulla difficoltà di sapere e non sapere, dei paradossi dell’ignoranza e anche di quelli della conoscenza.

Abbiamo parlato di condivisione, di diritti che non ci sono e che servirebbero, del lavoro, di come è cambiato e di quanto incida sulla nostra condizione di esistenza, ancor prima che di sopravvivenza. Senza che ce ne accorgessimo, le serate di Rosetta andavano traducendo la città che conosciamo, ma in filigrana comparivano le ombre delle città che vorremmo, delle città possibili. Come scrive Charles Tilley, “L’identità personale e culturale è vincolata ad uno spazio, la topo-analisi implica il processo di creazione di una propria identità attraverso i luoghi. L’esperienza geografica parte dai luoghi, si arricchisce allargando gli spazi e crea paesaggi e regioni per l’esistenza umana”.

Non siamo certi di aver raggiunto quegli obiettivi ambizioni descritti da Tilley, ma almeno abbiamo iniziato a disegnarne le mappe, a individuare i punti oscuri, quello che manca e quello che rimane ancora opaco. Da via Borgogna ci siamo spostati nei cinema, nei fablab, nei bar, nelle librerie, negli spazi culturali, e non c’era differenza tra stare seduti in una poltroncina rossa, o sulle coperte del prato, tutti sono arrivati dappertutto, e hanno mangiato le rosette, i panettoni, i mandarini, il vino sfuso, i pop-corn, nelle sere di nubi di zanzare e in quelle di galaverna.

Abbiamo tracciato i sentieri, sperando di poterli percorrere nel 2018. Perché Rosetta a Febbraio riparte, in altre zone, in altri spazi, con lo stesso spirito ma con un nuovo obiettivo: trovare degli strumenti per analizzare quel futuro prossimo, per poterlo cambiare, o quantomeno per poter esercitare la critica, parte fondamentale del lavoro culturale.

Rosetta nel 2018 cercherà di analizzare dei concetti tradizionali del Novecento, interrogandosi sull’attuale significato che alcune parole hanno assunto attraverso le trasformazioni storiche, sociali e lessicali. Il lavoro sui concetti vorrebbe andare a costruire un vero e proprio lessico della contemporaneità, non tanto immaginando nuove parole da riempire di significato, ma cercando di intercettare gli slittamenti di senso dei lemmi tradizionali, lo svuotamento o il riempimento di significato degli stessi, per poterli utilizzare, ma anche per poter decidere se siano necessarie nuove parole, nuove aggregazioni di pensiero per descrivere ciò che sta accadendo e ciò che accadrà.

Ogni concetto verrà connesso alle tematiche che attraversano la quotidianità, ma con uno scarto teorico, una nuova sfida e un ulteriore pezzetto del lavoro culturale, che non vogliamo percorrere da soli. Quindi, intanto grazie. Grazie a Casa della Cultura, partner del progetto finanziato da Fondazione Cariplo. Grazie agli spazi: Cinema Beltrade, WeMake, Bar Joy, Otto, Rob de Matt, Gogol & Company, Opendot, Macao; grazie agli ospiti che ci hanno accompagnato e hanno arricchito le discussioni. Grazie a chi c’è stato, e a chi ci tornerà. Ci vediamo presto, col bicchiere in mano.

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