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16 Giugno 2015

Le amministrazioni oscillano tra stigmatizzazione e cooptazione: stigmatizzazione, che contraddice le diffuse retoriche per una cittadinanza attiva, e che porta a mettere in minoranza e definire come problema di ordine pubblico i gruppi e le iniziative più radicali, e a tacciare di irrilevanza le nicchie più innovative, ma che godono di scarso appoggio sociale

Una nuova relazione tra cittadinanza attiva e governo urbano?

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Le nostre città sono attraversate da almeno dieci anni da forme costanti, ancorché molecolari, di mobilitazione e attivismo civico, che, nella mancanza di elementi aggregatori di maggiori dimensioni e struttura come i partiti politici o i grandi movimenti sociali, tendono a coinvolgere i cittadini direttamente, senza o con poche forme di mediazione.

Come in molti altri campi dell’innovazione dal basso, sembra anche qui essere in atto un processo di disintermediazione che però, come vedremo, non è privo di difficoltà e contraccolpi. Mobilitazioni che coinvolgono i cittadini a ridosso di questioni urbane specifiche, ancorché di valenza pubblica: a partire dalla reazione o dall’opposizione a progetti di trasformazione urbana, o a situazioni di degrado percepito, esse mettono al centro la qualità della vita in un’area o in un quartiere, la riattivazione e il riuso di edifici e spazi aperti dismessi o sottoutilizzati, la presa in carico e la cura di beni comuni locali. In questo senso, propongono modalità attive di esercizio della cittadinanza, mostrano capacità di protagonismo sociale e forme nuove di assunzione di responsabilità dirette.

Le ragioni della loro diffusione sono state messe in relazione dagli osservatori di volta in volta con aspettative di allargamento della democrazia locale e di rinnovamento delle modalità di governance, con processi di ridisegno delle identità collettive, oppure con il progressivo ritrarsi delle forme tradizionali di welfare locale, a sua volta connesso con la drastica riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali, che porta i cittadini a mobilitarsi per offrire e condividere servizi locali altrimenti non (più) disponibili.

Queste mobilitazioni, pur diverse tra loro e strettamente ancorate alle caratteristiche dei contesti territoriali in cui emergono, hanno in genere alcuni elementi in comune. Spesso, e questo succede sia per i singoli casi, che come linea di tendenza più generale, prendono avvio in forma oppositiva e, evolvendo, proseguono la loro azione in forma propositiva; riguardano in genere una singola questione, anche se a volte divengono nodi di costellazioni di questioni più complesse; tendono a coinvolgere cittadini con una buona dotazione di risorse culturali ed economiche e di reti sociali; tendono a prendere il posto di forme più tradizionali di attivismo, come la partecipazione politica o l’azione di volontariato.

Questi caratteri sono promettenti, e ci suggeriscono che si sta forse avviando una nuova relazione tra cittadini, contesto urbano e amministrazione, radicalmente differente da quella novecentesca. Per meglio comprenderne le possibilità è forse opportuno proporre un’analisi di grana più fine, evidenziare tipologie e differenze. Questo anche per provare a circoscrivere alcuni rischi: quello dell’appropriazione dei beni comuni che di queste mobilitazioni sono l’oggetto e, a volte, il risultato; quello legato all’ambiguità dell’interfaccia tra cittadini attivi e azione amministrativa; e infine quello legato al tipo e all’ampiezza delle questioni urbane che queste mobilitazioni sono in grado di intercettare.

I rischi di appropriazione sono sempre presenti, laddove qualcuno si mobilita direttamente per la cura di un bene ritenuto di valenza pubblica. La natura di beni collettivi delle aree o degli edifici oggetto di mobilitazione è infatti nozione precaria e instabile, sia nel momento in cui essi sono abbandonati, e quindi non utilizzabili, sia nel momento in cui siano riattivati attraverso la mobilitazione o l’intervento diretto di comitati locali: i gruppi che più fortemente si sono impegnati hanno infatti difficoltà a convivere con gruppi, esperienze, modalità di gestione differenti, e questo può portare a percorsi in cui è difficile aprire, allargare, socializzare gli esiti dell’attivismo locale.

Per il secondo punto, a differenza di forme di mobilitazione urbana più tradizionali (quali ad esempio le lotte per la casa degli anni Settanta in molte città europee), in questo caso l’amministrazione pubblica non è vissuta necessariamente come controparte in un’interazione di tipo conflittuale, e in alcuni casi non lo sono necessariamente (anche se più spesso) i proprietari immobiliari, con cui pure questi gruppi spesso si confrontano. Nell’interfaccia con le amministrazioni locali l’atteggiamento è ambivalente, da entrambi lati.

Le amministrazioni oscillano tra stigmatizzazione e cooptazione: stigmatizzazione, che contraddice le diffuse retoriche della partecipazione, e che porta a mettere in minoranza e definire come problema di ordine pubblico i gruppi e le iniziative più radicali, e a tacciare di irrilevanza le nicchie più innovative, ma che godono di scarso appoggio sociale; cooptazione all’interno di strutture e logiche affini all’azione amministrativa per quei gruppi che hanno maggiore forza o seguito.

Dal lato dei gruppi di cittadini l’atteggiamento è ambivalente in quanto vi è sia un’urgenza a instaurare interazioni cooperative e collaborative con un’amministrazione a corto di risorse e capacità, sia a identificarsi come soggetti autonomi, capaci di esprimere una progettualità indipendente. Raramente la dimensione conflittuale predomina all’interno di questi rapporti, e questo rischia di appiattire le responsabilità reciproche, all’interno di una diffusa e ambigua retorica delle forme orizzontali di governance e di codecisione.

L’ampiezza delle questioni urbane che queste mobilitazioni intercettano o propongono al dibattito locale è forse la questione di maggior spessore: la somma di molte forme di attivismo molecolare, di infinite mobilitazioni dal basso, ognuna attenta a un pezzetto, un tema, un luogo, un nodo urbano, forse non permette uno sguardo, una visione più ampia; in qualche modo sembra necessario interrogarsi sull’effettiva capacità di questa moltitudine di mobilitazioni di incidere in modo reale sui contesti, di contribuire ad aprire nuovi spazi di possibilità, a partire da nuovi immaginari sociali e urbani. Altrimenti il rischio è che anche chi governa le città risponda a queste pressioni con azioni e politiche frammentarie, prive di respiro e visione, capaci di rispondere a questioni puntuali, ma non di proporre una diversa visione per la città.

Immagine di copertina: ph. Cris DiNoto da Unsplash

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