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21 Maggio 2018

L’Unità accelerazionista? Fare informazione (e) politica oggi

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La notizia è arrivata quando il tempo stava per scadere: l’asta per la cessione dell’Unità prevista per lunedì 21 maggio è stata sospesa. È una buona notizia, visto che – come si legge su Prima Comunicazione – la sospensione è dovuta al versamento da parte dell’azienda Unità “dell’intera somma richiesta dai vari creditori (giornalisti), compresi gli interessi e le spese legali”.

Non solo: sempre secondo quanto riportato da Prima, “in questi giorni sia al comitato di redazione che allo studio legale si sono palesati alcuni imprenditori interessati all’acquisto della storica testata”. Da un certo punto di vista, è stupefacente che ci siano ancora imprenditori interessati all’acquisto di un quotidiano cartaceo, considerando che negli ultimi quattro anni le copie vendute sono calate in media del 30/40%.

Cosa spinge allora questi anonimi imprenditori? Sono ragioni di prestigio personale; sono motivazioni politiche, interessi privati o forse c’è davvero la speranza che un giornale di carta possa ancora rappresentare un investimento su cui puntare? D’istinto, la risposta a quest’ultima domanda dovrebbe essere un secco “no”. Il mercato non dà nessun segnale di ripresa, negli ultimi anni abbiamo assistito al fallimento di numerosi esperimenti e, soprattutto, che funzione dovrebbe mai svolgere un arnese anacronistico come il quotidiano nell’epoca digitale in cui siamo immersi?

Le cose non sono così semplici e ci sono ragioni per pensare che, ancora oggi, un giornale di carta possa avere un futuro; soprattutto un quotidiano con una forte connotazione come l’Unità, fondata quasi un secolo fa da Antonio Gramsci. Certo, se l’Unità tornasse in edicola in una versione uguale, o anche simile, a quella che ha smesso di uscire lo scorso giugno (anche il sito web, peraltro, è stato cancellato) il suo futuro sarebbe immediatamente segnato.

Nella sua ultima incarnazione, l’Unità era un quotidiano che provava a ripercorrere in senso anti-grillino la strategia anti-berlusconiana che ha garantito al Fatto Quotidiano il successo degli esordi; diventando però col passare dei mesi un organo di partito totalmente acritico nei confronti del Partito Democratico, tanto da ospitare le lettere indirizzate al “caro segretario” Matteo Renzi (e a bastonare l’opposizione interna).

Chi mai – nel campo della sinistra socialdemocratica – comprerebbe un quotidiano così spudoratamente e inutilmente schierato? Una strategia simile poteva avere un senso qualche decennio fa; quando i partiti rappresentavano la “chiesa laica” di milioni di italiani e portare sotto braccio l’Unità era un modo per dichiarare il proprio schieramento politico e di partito. Oggi, nel pieno della crisi di rappresentanza dei partiti, pensare di dare nuova linfa a un quotidiano trasformandolo nel megafono del Partito Democratico – e in uno strumento di denigrazione dell’avversario – è quasi paradossale.

Lo stesso Fatto Quotidiano, comunque in emorragia di vendite, rimane in vita sfruttando di volta in volta il traino più forte che trova nel suo bacino di lettori potenziali: l’anti-berlusconismo ieri, il Movimento 5 Stelle con il vento in poppa oggi. E comunque tenendosi sempre le mani libere e avendo in ogni momento l’opportunità di modificare la propria linea editoriale.

Con la sua strategia propagandista (che ovviamente aveva dietro motivazioni ben precise), l’Unità ha sprecato una bella opportunità: diventare il punto di riferimento di un elettorato di sinistra smarrito, critico nei confronti degli stessi partiti che si rassegna a votare senza alcun entusiasmo (e sempre meno di frequente) e costantemente in cerca di una nuova narrazione politica, che ridesti l’entusiasmo spento.

Ed è da qui che, se dovesse nascere una nuova Unità, si dovrebbe ripartire: non più un organo di partito, ma uno strumento per costruire la nuova sinistra; che superi la stanca dicotomia moderati vs radicali (o sindacalismo vs terza via) e che contribuisca all’individuazione di nuovi modelli. La crisi di rappresentanza dei partiti (soprattutto di quelli socialdemocratici) si può trasformare in un’opportunità per un quotidiano che abbia il desiderio di colmare il vuoto lasciato proprio dai partiti. Ma come si arriva fino a qui?

Partiamo da un fatto: oggi, siamo letteralmente sommersi dall’informazione. Le dichiarazioni dei politici le leggiamo in tempo reale (sui quotidiani online o direttamente dalle pagine Facebook degli esponenti dei vari partiti), i retroscena e le opinioni sono i protagonisti di ogni talk show, le notizie si susseguono di minuto in minuto. Viviamo in un flusso informativo ininterrotto; con il risultato che, la mattina seguente, il giornale esce pieno di materiale vecchio e di opinioni già sentite.

In tutto questo, l’informazione politica italiana manca di un aspetto fondamentale: i ragionamenti di lungo termine, scollegati dal ciclo delle notizie; uno sguardo più ampio che aiuti gli elettori di sinistra a inquadrare ciò che sta succedendo e che gli fornisca gli strumenti per interpretare il presente e immaginare il futuro (avete mai trovato in Italia un articolo simile a questo, scritto dall’autore di Postcapitalismo Paul Mason e pubblicato su una rivista fortemente politica come il New Statesman?). Ovviamente, si tratta di una visione che può funzionare solo per un quotidiano di nicchia e che difficilmente si presta a un giornale che esce tutti i giorni; ma questo, probabilmente, è il futuro che attende tutti i giornali.

Ed è un aspetto importante: nel momento in cui non c’è più la necessità di inseguire le informazioni, non è più obbligatorio uscire tutti i giorni (oppure si può scegliere di farlo nel formato minimal di testate come Il Foglio). Il giornale non dev’essere più qualcosa che si compra per leggere notizie e dichiarazioni già vecchie, ma per trovare un contenitore che racchiuda ciò che – nell’informazione politica italiana – continua a mancare: idee, approfondimenti, discussioni e uno sguardo internazionale, che smetta di guardare con provincialismo al solo ombelico italiano per aprirsi al mondo e alla politica con la P maiuscola.

Da questo punto di vista, un giornale può avere una funzione se diventa qualcosa che ci rappresenta come “animali politici”; che compriamo e indossiamo come fosse una spilla che racconta la nostra identità e i nostri valori (e non il nostro partito). Una sorta di club a cui vogliamo partecipare per sentirci parte di una comunità; e per avere un momento di pausa dalle costanti notifiche dei social, breaking news, dichiarazioni inutili e tutto il rumore di fondo del quale è sempre più difficile liberarsi.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: ma per avere un giornale di appartenenza politica di questo tipo è per forza necessario affidarsi alla carta? D’altra parte, l’adagio secondo cui gli smartphone e i computer vanno bene solo per leggere notizie di rapido consumo stride con la realtà dei fatti: le testate online (anche italiane) offrono longform facilmente fruibili attraverso i dispositivi digitali; grazie a schermi sempre più grandi e a design ottimizzati. Una testata di nicchia, però, non può puntare sulla classica pubblicità digitale, fatta di banner e Google Ads; perché i numeri non saranno mai sufficienti a sostenere la macchina.

Una testata che fornisca al suo pubblico potenziale una visione politica per il futuro potrebbe però dare, finalmente, un senso agli abbonamenti online – che in Italia continuano a non sfondare, perché ripropongono a pagamento ciò che quasi sempre si trova altrove gratis (opinioni comprese) – e ai micropagamenti per singolo articolo che (a patto che siano progettati in maniera rapida e fluida, come Amazon One Click insegna) possono aumentare drasticamente gli introiti per singolo lettore rispetto alla pubblicità digitale classica.

Quello che, quindi, serve a un giornale che tenta l’ennesimo rilancio è un’identità (e un marchio) forte, contenuti unici, un pubblico chiaramente targettizzato che gli si raduni attorno. Tutto questo si può ottenere puntando anche solo sul web; la carta, però, continua ad avere un vantaggio: la possibilità di personalizzare maggiormente il contenitore da un punto di vista grafico ed estetico; diventando un oggetto bello, da mostrare e da sfogliare con piacere. Non più un quotidiano quindi, ma un vero e proprio magazine; che magari si limiti a raccogliere il meglio della produzione online e che probabilmente dovrebbe rivolgersi a un circuito distributivo diverso rispetto a quello, troppo dispendioso, delle edicole: abbonamenti, librerie, eventi e simili.

E soprattutto, il giornale dev’essere solo una parte di un’ecosistema più ampio; che raccolga introiti anche attraverso l’organizzazione di eventi, la vendita di merchandising, la nascita di versioni premium (come insegna il successo di Politico Pro); tutto ciò che può attirare, motivare e, in definitiva, incrementare un pubblico – come quello di sinistra – oggi orfano di un punto di riferimento culturale, politico e informativo. Non si tratta quindi di generare grandi numeri, ma di ottenere il massimo dal proprio pubblico; trasformandosi in un prodotto che unisca i punti di forza di Politico (che ha il suo valore aggiunto negli eventi e nei contenuti premium), di Internazionale o del New Yorker (diventati, con le loro differenze, dei veri e propri status symbol) e di testate come The Jacobin (schierate politicamente e dotate di un cartaceo dalle veste grafica curatissima).

È possibile per l’Unità seguire una strada di questo tipo? Di certo, lungo la strada, si è persa parecchia credibilità; rimane però una testata dotata di un brand molto forte e di una comunità potenziale che, probabilmente, non attende altro che essere radunata. Se è vero che la sinistra italiana (e occidentale) è in cerca di nuovi orizzonti per il futuro; una testata che diventi il suo punto di riferimento potrebbe essere proprio ciò di cui c’è bisogno. Resta da capire se lo sgangherato capitalismo italiano sia ancora in grado di produrre imprenditori con una strategia di lungo respiro, dalle tasche profonde e con voglia di rischiare. Probabilmente, questo è l’ostacolo più importante.


Immagine di copertina: ph. Manolo Chrétien da Unsplash

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