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La scomparsa delle humanities dalle università

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Le facoltà di lettere e filosofia scompariranno dalle università? E quale università sarà possibile senza un sapere umanistico? A porre la domanda è stato Terry Eagleton dalle pagine del Guardian, uno dei più prolifici critici letterari britannici, professore di letteratura inglese alla Lancaster University. Eagleton sostiene che un’Università senza facoltà e ricerca nel campo degli studi umanistici (nel senso delle humanities, ossia ciò che corrisponde alla nostra facoltà di Lettere e Filosofia) è destinata a non essere più tale, a scomparire per trasformarsi in altro.

In realtà la questione sollevata da Eagleton non è nuova e riguarda il destino dei saperi umanistici nell’era della knowledge economy. La situazione è così catastrofica? Le università stanno decisamente cambiando (ne ho già discusso su cheFare), ma non sappiamo ancora se questo sarà per il meglio o per il peggio. Nel frattempo è uscito il QS World University Rankings 2017, con ranking per soggetti.

In Arts&Humanities, ad esempio, Bologna è cinquantanovesima nel mondo. È un buon risultato ma è anche la sola università italiana tra le prime cento in questa disciplina. Vista la storia importante dell’Università in Italia e la preparazione dei nostri docenti, si può fare meglio. Riferendosi alla situazione dell’università italiana, Juan Carlos de Martin (Come sta l’università italiana) ne dà un giudizio abbastanza positivo. È forse possibile che le singole università in Italia non abbiano delle performance incredibili ma il sistema tiene ed è, dopotutto, secondo de Martin, un buon sistema.

Questo precisamente perché funziona come un sistema e non per singole università. Funziona cioè orizzontalmente, organizzato come una rete, invece che verticalmente in modo piramidale. Siamo insomma più simili alla Germania che agli Stati Uniti e quindi non possiamo giudicare i ranking e il valore della nostra università con gli stessi criteri. Non sono d’accordo. Certo, il sistema italiano non è da buttare, ma si può migliorare. Non possiamo, – e dobbiamo – fermarci allo stato attuale.

De Martin fa notare molti elementi positivi evidenziando, allo stesso tempo, altri negativi, sui quali ha perfettamente ragione. Però c’è un punto che vorrei discutere. È certamente un dato straordinario il fatto che “l’Italia per produzione scientifica si colloca tranquillamente tra i primi dieci paesi al mondo”, visto il sottofinanziamento della ricerca pubblica, rilevato anche dalla Commissione Europea. Questo però non è qualcosa di cui andare fieri poiché questo traguardo è il prodotto di sfruttamento.

Anche se in sé può apparire un dato positivo, diventa negativo se pensiamo quanti sforzi, quante ore di lavoro non pagate, questo primato è costato. Inoltre, c’è da dire che i bassi salari del sistema italiano della ricerca e dell’insegnamento non in linea con la media europea sono un problema serio per la nostra competitività: ci si lamenta che l’Italia non attira stranieri. Ho amici che fanno ricerca in ogni parte del mondo e sognano di poter vivere in Italia ma quando mi chiedono quanto sia il salario lordo di un senior researcher o di un professore nel Bel Paese, alla mia risposta in genere strabuzzano gli occhi oppure si cambia argomento di conversazione.

Il loro sogno di trasferirsi in Italia finisce lì. Come possono scandinavi, olandesi, belgi, francesi, tedeschi o americani, trasferirsi in Italia con la propria famiglia lasciando tutti i servizi che offre loro il proprio Stato, abituati a guadagnare il doppio (se non il triplo, come in Svizzera), lavorando in una dignità che permetta loro di fare ricerca al meglio (per non parlare poi della possibilità di poter negoziare il salario sulla base del proprio CV, della carriera fatta, le pubblicazioni, l’abilità d’insegnamento, qualcosa che il sistema orizzontale non permette). Questa questione andrebbe discussa urgentemente se si vuole migliorare davvero l’università; se non per una questione di rispetto del lavoro accademico, almeno per una questione strategica.

Il sistema italiano ha molti meriti e negli ultimi anni gli sforzi sono stati tanti per migliorarlo. Non possiamo permetterci però di fermarci guardando alle nostre spalle e lodandoci per il lavoro fatto. Non è abbastanza.

L’Università attraverserà grandi cambiamenti che sono davanti a noi – tra cui il futuro delle discipline umanistiche – e dobbiamo lavorare progressivamente per avere un sistema universitario di livello europeo, in grado di competere con l’alta mobilità che c’è nei paesi del Nord, sia in entrata, sia in uscita (si dovrebbe, ad esempio, iniziare a pensare a un sistema pensionistico unificato per i ricercatori poiché ormai in molti hanno anni di lavoro sparpagliati tra diversi paesi dell’eurozona). La questione dei salari dunque mi sembra urgente; non si può voler incrementare la qualità pagando meno gli attori principali che fanno funzionare il sistema stesso.