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11 luglio 2018

Il valore alla frontiera. Quando le migrazioni e il lavoro interinale si incontrano

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Quando le frontiere politiche ed economiche, i dislivelli salariali, la frammentazione dei mercati del lavoro e la deregolamentazione del lavoro si incontrano è possibile, con adeguati accordi internazionali, permettere che si generi uno strato di lavoratori interinali transfrontalieri i quali, dal punto di vista di chi li impiega, presentano grandissimi rendimenti economici, bassissimi costi di manodopera e importanti vantaggi fiscali. Un caso emblematico di questo scenario è rappresentato oggi dai lavoratori notificati – una particolare tipologia di manodopera regolarmente attiva nella Confederazione Elvetica – e dagli interinali frontalieri impiegati in Svizzera. Presenterò alcuni dati che riguardano il solo Cantone Ticino, dove l’intensità del fenomeno ne rende particolarmente evidenti alcuni degli esiti più estremi.

Nell’aprile del 2017 l’Ufficio di statistica cantonale dedicava un rapporto al tema della flessibilità nel Ticino. Lo studio fotografava le trasformazioni avvenute all’interno del mercato del lavoro cantonale tra il 2002 e il 2015, proponendosi di indagare le dimensioni su cui incidono le varie forme della flessibilità: dalle tutele, agli orari, al trattamento economico del lavoro notturno e festivo, ai luoghi di lavoro, alla mobilità richiesta ai lavoratori. Nel suo insieme la ricerca evidenziava come tra il 2002 e il 2015 si fosse assistito a un incremento degli occupati residenti nel cantone pari a 18.000 unità, di cui 16.000 erano lavoratori a tempo parziale. A fronte di un aumento percentuale complessivo degli occupati pari all’11,7%, si era verificata quindi una crescita del lavoro temporaneo superiore al 40%, mentre quella del lavoro a tempo pieno non raggiungeva il 2%. In altri termini, il lavoro precario trainava la crescita del volume di lavoro in Ticino. In totale, nel 2015, i lavoratori a tempo parziale risultavano così essere 55.000, ossia il 32% dei 170.600 residenti attivi ticinesi: il 73% di loro erano donne, mentre il 31% si dichiarava in stato di sottoccupazione, ossia sarebbe stato disposto a lavorare molte più ore nel caso in cui la controparte imprenditoriale avesse ritenuto opportuno estendere il contratto.

In tale quadro, il ruolo dei lavoratori stranieri era decisivo: nell’arco di tempo preso in considerazione, infatti, i lavoratori esteri in possesso di un contratto a tempo determinato avevano conosciuto un aumento esponenziale, passando da 2.312 a 10.062 unità. Gran parte di quei precari di origine non elvetica era costituita da frontalieri oppure, appunto, da notificati. La situazione descritta dalla ricerca statistica si generava insomma al crocevia di due differenti fenomeni: da un lato la precarizzazione del lavoro riflessa anche dall’aumento delle agenzie per il lavoro interinale presenti nel Cantone, aumentare da 11 a 38 unità in soli tredici anni; dall’altro la trasformazione della composizione della popolazione attiva di origine straniera, come conseguenza degli Accordi sulla Libera Circolazione delle Persone siglati con l’Unione Europea nel 1999, ma entrati in vigore nel 2002.

Tali accordi ebbero infatti un impatto decisivo sulla politica migratoria della Confederazione, intervenendo in modo sostanziale nel modificare le condizioni del lavoro frontaliero che, secondo la Legge federale del 1931, era stata fin lì un’opzione possibile solo per lavoratori stranieri residenti nella cosiddetta zona di frontiera, ossia entro i 20 chilometri dal confine elvetico, e a condizione che rientrassero in patria ogni sera.

lavoro

ph. Katarzyna Kos

Dal 2007, in applicazione degli accordi, vennero cancellate le fasce di frontiera, permettendo la trasformazione del frontalierato in una forma di pendolarismo da lavoro praticabile da qualsiasi regione interna alla UE, senza obblighi di residenza nelle tradizionali regioni di reclutamento e senza necessità di rientri quotidiani nel proprio paese. Nel 2004, inoltre, venne introdotta la figura del lavoratore notificato, al quale veniva riconosciuta l’autorizzazione a svolgere la propria attività professionale in Svizzera per un tempo massimo di novanta giorni, senza un permesso di soggiorno, ma inoltrando una semplice notifica di presenza all’ufficio cantonale di competenza.

A tali nuove condizioni e in aggiunta alla crisi economica del 2007/08 che spinse un crescente numero di lavoratori dalla Lombardia a cercare lavoro in Ticino, il numero dei frontalieri e dei notificati iniziò presto ad aumentare toccando quote impensabili pochi anni prima: si passava dai 32.500 frontalieri del 2002 ai 64.000 del 2018, in linea con la variazione nazionale che vedeva i frontalieri in tutta la Svizzera passare da 160.000 a 320.000 unità.

Le province di provenienza dei frontalieri italiani continuavano a essere soprattutto quelle di Varese, Como, Verbano-Cusio-Ossola e Lecco, ma una quota crescente (e prossima al 10%) proveniva anche da altre province italiane, così come buona parte dei sempre più numerosi lavoratori notificati. Nel complesso si trattava di decine di migliaia di lavoratori che, rispetto al passato, giungevano nel cantone anche attraverso il reclutamento di agenzie per il lavoro interinale, rimanendo un tempo variabile, con contratti atipici e, nel caso dei notificati, anche per un giorno soltanto.

Ma vediamo chi sono i notificati. Visti da vicino, quei lavoratori rappresentano il punto più alto in cui la mobilità, la precarietà e la frammentazione del lavoro si intersecano e convergono. Ogni cittadino europeo, infatti, può essere impiegato come notificato sul territorio della Confederazione, senza un permesso di soggiorno, a partire da una semplice notifica di presenza produttiva inoltrata agli uffici di competenza. Si può diventare notificati nella forma di salariati presso un datore di lavoro svizzero, oppure di salariati da un’impresa italiana distaccati presso una ditta elvetica o, infine, nella forma di lavoratori autonomi: nel 2016 i notificati salariati da un’impresa svizzera erano il 50% circa, i distaccati il 35%, gli autonomi il 15%.

Ogni lavoratore in quella condizione può notificarsi più volte, fino al raggiungimento di un numero massimo di novanta giorni lavorati nel corso di un anno. Da questo punto di vista, per ragionare sulla qualità della precarietà che attraversa ampi settori del mercato del lavoro elvetico è importante chiarire bene la differenza tra persone notificate e giornate di lavoro notificate.

Ovvero, occorre distinguere tra il numero delle persone notificate e quello dei singoli incarti relativi a un certo numero di giornate lavorative notificate: lo stesso lavoratore, dovendo depositare un incarto in occasione di ogni periodo lavorato in Ticino, può presentare più incarti in un anno, fino a raggiungere il tetto delle novanta giornate di lavoro notificate complessivamente.

Maggiore è il numero degli incarti presentati dalla stessa persona in momenti diversi, maggiori saranno la frammentarietà della sua condizione professionale in Svizzera e il numero dei suoi andirivieni per un tempo molto limitato. Nel 2013, il Ticino ha impiegato notificati in carne ed ossa per un totale di 709.329 giorni, ovvero l’impiego equivalente di circa 3.000 lavoratori a tempo pieno all’anno, una quota certo significativa in un cantone dove la disoccupazione era prossima al 4,5% e la forza lavoro attiva contava nell’anno in questione circa 220.000 unità, di cui circa 117.000 erano cittadini svizzeri mentre la parte rimanente stranieri.

Secondo le rappresentazioni di alcuni più o meno accreditati osservatori, i notificati sarebbero spesso forza lavoro altamente qualificata, avvocati, commercialisti, consulenti, che varcano la frontiera per esportare le loro conoscenze e competenze per congrui salari. In realtà, le statistiche cantonali indicano come i settori che fanno maggiore uso di notificati l’edilizia, l’industria, il commercio (includendo commercio al dettaglio, ristorazione e settore alberghiero), a cui si aggiunge il paniere dei «vari servizi» dove troviamo attività molto diverse (pulizia degli ambienti, sorveglianza degli edifici, giardinaggio, lavanderia, servizi sanitari e istruzione).

In sostanza, per quanto riguarda il lavoro notificato è evidente come per la stragrande maggioranza degli impiegati si tratti di una forma «proletaria» di lavoro mobile, ad alta flessibilità, molto vantaggiosa anche dal punto di vista fiscale per chi la impiega. Nel 2016 solo 179 notificati su 26.516 risultavano fornire prestazioni nel settore della ricerca e dello sviluppo, mentre 113 erano impiegati nelle amministrazioni pubbliche o nelle organizzazioni internazionali e 837 nell’istruzione: ovvero solo il 4% del totale era coinvolto in settori che richiedono senz’altro alta formazione e che certamente la valorizzano.

lavoro

ph. Serhat Beyazkaya, Neuchâtel, Switzerland

Se i frontalieri del Novecento erano dei lavoratori in condizioni relativamente precarie (a causa della preferenza autoctona applicata, per esempio, in occasione dei licenziamenti) e con livelli salariali medi più bassi rispetto a quelli svizzeri, al confronto con i notificati contemporanei paiono dei privilegiati, che disponevano di un contratto di lavoro e di un sistema di regole che, nonostante limiti e problemi, fissava alcuni limiti verso il basso, margini di sfruttamento non superabili e condizioni geografiche entro le quali il tutto doveva avvenire. Oggi, invece, i notificati in Svizzera possono essere non solo lavoratori italiani, francesi o tedeschi, ma eventualmente manovali edili rumeni, operai spagnoli, manovalanza generica greca, ossia soggetti disposti, per alcune centinaia di euro e grazie ai veloci ed economici mezzi di trasporto contemporanei, a spostarsi in Svizzera allo scopo di terminare, in pochi giorni o settimane e applicando una dilatazione degli orari giornalieri e una assoluta intensificazione dei processi, mansioni che, realizzate da lavoratori locali, costerebbero quattro volte di più. Tali soggetti sono ovviamente disponibili a soggiornare in condizioni estremamente precarie, in economici dormitori vari ed eventuali. Tra il 2005 e il 2016 i notificati sono passati da 7.830 a 26.516.

Il lavoro notificato è insomma una realtà in crescita tra la Svizzera e l’Unione Europea, in presenza di differenziali salariali, di frontiere economiche e politiche, di una forte frammentazione del mercato del lavoro, della privatizzazione del reclutamento estesa a livello internazionale, di mezzi di trasporto che facilitano spostamenti rapidissimi dei lavoratori e infine di accordi internazionali idonei allo scopo. In questo senso il caso del Ticino appare paradigmatico per la configurazione assunta dal suo mercato del lavoro, per le tensioni da cui è attraversato, ma anche, e forse soprattutto, per la risposta politica che su questo terreno è fiorita. Infatti, proprio in Ticino nel 2014 un’iniziativa referendaria xenofoba ha ottenuto la stragrande maggioranze del favore popolare, con un consenso superiore a quello di qualsiasi altro cantone.

Da dieci anni a questa parte, l’avversione popolare nei confronti dei frontalieri è alle stelle e si è avviato un conflitto interno al mondo del lavoro che pare non avere più argini: persino tra i “vecchi frontalieri”, quelli assunti negli anni Ottanta e Novanta, si trova chi vorrebbe costruire un muro a Chiasso per impedire l’ingresso ai “nuovi frontalieri” interinali e ai lavoratori notificati, perché lavorerebbero con ritmi insostenibili per cifre ridicole (ma buone se spese in Puglia o in Romania). Queste dinamiche di “esternalizzazione interna” fanno molto riflettere in una fase in cui sembrano essersi messi in moto processi di riterritorializzazione e ridefinizione di confini politici ed economici interni all’Unione Europea che, qualora agissero sulle regole di Schengen, potrebbero divenire condizione base (cui dovrebbero aggiungersene ovviamente delle altre) per la concretizzazione in altri contesti di processi analoghi a quelli descritti.


Una versione più estesa, articolata e documentata di questo intervento sarà inclusa nel Rapporto italiani nel mondo 2018, interamente dedicato al lavoro precario nell’emigrazione italiana.

Immagine di copertina: ph. Flávio Santos da Unsplash

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