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8 Giugno 2016

Veneto Social Innovation. Piccola cartografia

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Lungo la strada verso Cortina quando riconosci la sagoma inconfondibile del monte Antelao è arrivato il momento di svoltare a destra, percorrere un discreto numero di tornanti sui quali si affacciano delle villette che sembrano stampate su una rivista di design più che su una di architettura, varcare un cancello che assomiglia a quello di un campeggio datato.

Di fronte a te, a quel punto, ti si aprono due magie. La prima è il Villaggio Eni di Borca di Cadore, un’esperienza di innovazione sociale datata anni ’50-’60 frutto dell’incontro tra la visione imprenditoriale di Enrico Mattei (chi oggi parla di welfare aziendale dovrebbe studiarsi un po’ quel progetto, ha ancora qualcosa di eccezionale) e la competenza architettonica di Edoardo Gellner; la seconda è un’esperienza di innovazione sociale, e culturale, datata 2014 e ancora oggi in corso, che persegue obiettivi di valorizzazione culturale del Villaggio e curata dal team di Dolomiti Contemporanee.

Inizia da qui un circoscritto – al Veneto – ma intenso viaggio al quale mi dedicherò nei prossimi mesi per raccontare alcune esperienze venete di innovazione sociale. L’idea non è nata nel corso di studi o ricerche sull’innovazione sociale, è nata mentre iniziavo a studiare alcuni meccanismi di formazione di quel peculiare modello di sviluppo che ha attraversato il Veneto negli ultimi 50-60’anni, quello dell’impresa diffusa prima e della città diffusa poi, che, a mio avviso correttamente, nel 1988 Bagnasco ha qualificato ad alto potenziale di innovazione sociale (Arnaldo Bagnasco, La costruzione sociale del mercato, Bologna, il Mulino, 1988, p. 166) e che, con meno attendibilità scientifica ma un’indiscutibile appeal, nel 2008 Seganfreddo ha metropolitanizzato sotto il nome di “INNOVeTION Valley”; in mezzo, Diamanti aveva messo l’accento sui tratti di irrequietezza, conflittualità e incazzatura degli abitanti di queste terre (Ilvo Diamanti, Il male del Nord, Roma, Donzelli editore, 1996, p. 79).

In Veneto la parola Innovazione Sociale non ha attecchito, persino nel testo del nuovo POR FSE 2014-2020 scritto dalla Regione Veneto è declinata in modo ambiguo, inserita più per obblighi comunitari che per convinzione politica; il mondo della cooperazione sociale regionale ha organizzato pochi e saltuari appuntamenti per affrontare il tema; neanche sul fronte delle Starup innovative a vocazione sociale il Veneto si distingue; se poi andiamo a guardare ai circuiti mainstream dell’Innovazione Sociale italiana il numero di Veneti presenti è molto vicino allo zero.

Prima ipotesi: il Veneto è il buco nero dell’Innovazione Sociale, contraddicendo così quell’ipotesi di Bagnasco del 1988 e finora considerata veritiera da chi il territorio regionale lo frequenta e incontra diffusamente esperienze di innovazione sociale. Seconda ipotesi: gli innovatori e le innovatrici sociali veneti non sono molto diversi dai loro omologhi non sociali, da quel tessuto di micro-impresa diffusa che ha caratterizzato il territorio negli ultimi 60’anni. Sono piccoli se non micro; gran lavoratori e dannatamente presuntuosi, ma senza prendersi troppo sul serio; refrattari alla comunicazione su scala nazionale, piuttosto scavalcano i confini a dialogano con l’estero; tanto sicuri della bontà del proprio lavoro che, secondo loro, la gente dovrebbe conoscerli per la validità dei prodotti prima che per operazioni di marketing; dannatamente poco urbani, riescono a dislocarsi nelle periferie delle periferie di un territorio senza un centro; perennemente incazzati con tutto ciò che è pubblico, nel senso di statale, salvo rivendicarne le attenzioni.

Finora ho mappato 38 esperienze che presentano molte delle caratteristiche qui accennate e conto di individuarne altre. Solo alcune, poche a dir la verità, sono imprese sociali in senso stretto; la maggior parte assumono forme ibride, dal(la) professionista alla s.a.s., passando per collettivi e associazioni d’imprese. In questo e nei prossimi post saranno presentate senza un filo conduttore, se non la voglia e la curiosità di produrre una prima piccola cartografia dell’innovazione sociale – con la minuscola – in Veneto.

Ritorniamo al Villaggio Eni di Borca di Cadore per raccontare di Progettoborca. Marc Augé ha definito il loro modello di azione come “un metodo, un sistema di pensiero, un’ambizione”

Li ho conosciuti nel corso di un summer camp di m.a.c.lab e non saprei come definirli se non montanari con il piglio e la competenza dell’arte. La loro è un’operazione di re-branding territoriale unica nel suo genere. Permeabilizzano un luogo inospitale come il bosco sotto la seconda vetta delle Dolomiti, valorizzando le persistenze di un villaggio turistico che pareva aver perso la sua partita con la storia. Visite, artisti, opere e sguardi diventano azioni concrete che intendono attivarlo più che guardarlo.

Le strategie sono fortemente imprenditoriali, oltre che solidamente culturali, sia nelle azioni che nelle interlocuzioni; nel dialogo con le imprese il progetto stesso si fa impresa e attribuisce un nuovo – innovativo – senso alla parola in questi territori, attraverso un forte recupero della tradizione che il sito stesso rappresenta. La rigenerazione abbandona l’autarchia e l’autoreferenzialità, che spesso questi progetti attuano, per incontrare persone e visioni; nel fare questo non viene solo immaginato il futuro possibile del luogo ma viene concretamente realizzato.

Ci sono alcune valli da attraversare, uscire dal Cadore, passare per Longarone, sfiorare l’Alpago, discendere Vittorio Veneto. Poi si svolta ancora a destra (ahimè perfino le strade, in questa regione, voltano sempre a destra), si percorre una strada che pare condurre verso il nulla e in effetti ti accosta a due piccoli laghi che hanno scorci incantati, ma attorno c’è il nulla. Siamo a Lago, frazione di Revine, Comune con poco più di 2000 abitanti in tutto, in provincia di Treviso.

Qui a Mattei non sarebbe mai venuto in mente di posizionare un villaggio turistico, anche se i resti di alcuni impianti lungo le rive del lago sembrano testimoniare che qualcun altro ci abbia invece creduto. La maggior parte dei veneti non conosce l’esistenza di questo luogo bellissimo, di cui l’architetto Carlet ha ricostruito minuziosamente la storia. Eppure ogni anno si riversano qui alcune migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; 20.000 in una settimana, nelle ultime edizioni. “Attira i matti” dicono alcuni suoi abitanti.

Il lago una volta all’anno diventa una porta per viaggiare nel tempo e nello spazio, lo capiscono anche gli ZERO, autori del film “Lago Film Fest X+1”. Nato come piccolo festival di cortometraggi, in dodici anni è diventato una macchina complessa – con tanto di radio, magazine e pare che a breve inaugureranno pure una coworking; un’opportunità di sviluppo per il territorio e allo stesso tempo di crescita per chi vive il territorio.

Qui a Lago la percentuale di creativi sul totale della popolazione manda a quel paese qualsiasi modello floridiano; di meccanico non c’è nulla, solo un mistero può spiegare i risultati ottenuti, sul piano dello sviluppo locale certo ma anche sul piano delle conoscenze e delle esperienze acquisite. È una delle esperienze venete che conosco da più tempo, da prima che nascesse. Siamo a Venezia tra il 2001 e il 2002, non ricordo bene; in quel periodo mi occupavo di fornire informazioni e supporto a chi voleva avviare un’associazione o un progetto culturale o sociale.

Ricordo che un giorno dalla porta entrarono in due, inequivocabilmente studenti dell’Accademia di belle arti al tempo del prof. Montanaro (li riconoscevi per lo stile e il piglio), e mi investirono con questa idea di un festival di cortometraggi, per me arte molto snob ed elitaria, da farsi in un paese di cui non avevo neanche mai sentito il nome. Più io tentavo di metterli in guardia e farli desistere più loro trovavano argomentazioni e convinzione; non ci misi molto a capire che quella lucida follia si sarebbe potuta cibare di radici profonde nel territorio e una grande determinazione. In un tempo breve (per i mutamenti sociali 12 anni sono un battito di ciglia) hanno inciso in modo incredibile sul territorio, sulle persone e sulle relazioni. Non male per chi era partito con l’idea di proiettare qualche cortometraggio in una bella location.

Oltre a una solida collaborazione, che nel 2015 ha dato vita a “LAGO PULSART”, c’è una sorta di pedemontana bis ad unire l’esperienza del Lago Film Festival a Pulsart. Dobbiamo attraversare il profondo Veneto verde-leghista, quello della continuità tra campi, macchinari, laboratori, capannoni, strade, paesi; l’apoteosi della città diffusa, ma soprattutto la patria di ogni localismo (Diamanti, 1996). Siamo al centro della terra dei paradossi, quella che ha sancito la corrispondenza tra modello territoriale e sviluppo economico, dove la critica e l’esaltazione si sono succedute di continuo.

Pulsart è innervato di questo spirito multiforme e indecifrabile; nel corso delle sue sei edizioni ha prodotto e accolto, non solo tra le mura dello SHED di Schio, cose tra loro diversissime, al limite dell’incoerente se non si comprende che la razionalità limitata è uno dei caratteri di questi territori dove sfruttamento e valorizzazione, innovazione e tradizione, qualità e scempio, locale e internazionale… convivono in un intreccio indistricabile in quanto portante.

All’interno del festival, nella sola edizione del 2014, “Le ragazze del porno” e “Arte, marginalità, disabilità: i nuovi confini del welfare”, le musiche scozzesi di Jamie Mc Gregor Sturrock e la street art di URGE, Franz Magazine e Artimprendo hanno costruito delle coppie improbabili e conflittuali della meta-narrazione di una vocazione internazionale e un’anima globale. Qui del concetto di glocal non c’è quasi nulla, è tutto maledettamente più complicato. La sua sede ne è testimonianza. Di Schio in Veneto ci si dimentica spesso; in Italia neanche se ne parla. Il Veneto dell’impresa diffusa ha travolto una delle industrie storiche del paese, nata come Industrie Rossi agli inizi dell’800 e trasformata in Lanerossi dopo meno di sessant’anni. L’archeologia industriale – oggi agli albori di un imponente progetto di riqualificazione – non si limita a stratificare la memoria e impattare visivamente negli occhi dei passanti, testimonia piuttosto i forti intrecci tra un settore moda locale e diffuso e i grandi produttori come Lanerossi e Marzotto, nelle cui forme d’interazione è possibile rintracciare alcuni fattori determinanti per lo sviluppo delle multinazionali tascabili di cui l’area è ricca.

Se multinazionali è termine diffuso, l’aggettivo tascabili è il cuore della questione; in tasca teniamo ciò che è a portata di mano, che vogliamo vicino per potervi attingere in qualsiasi momento. In questi luoghi ad essere tascabile, in tasca e a disposizione di mano, è prima di tutto una certa cultura dell’intraprendere, che è insieme ars combinatoria, propensione al rischio e creatività, tenute assieme da tanto lavoro e remunerazione incerta. Pulsart e la sua progressiva relazione con il mondo delle imprese locali, prodotta grazie anche alla collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, non si limitano a testimoniare questi caratteri ma li ri-articolano in uno spazio di azioni e parole che interrogano il pubblico, inteso non tanto come spettatori ma come spazio pubblico.

Le piccole cartografie dell’innovazione sociale in Veneto sono iniziate per semplicità e comodità da tre esperienze che negli anni si sono timidamente affacciate sulla scena nazionale; intrusi per metà, ma ancora molto poco raccontate. Si tratta di tre esperienze completamente differenti, nei modi, nei mezzi e negli intenti, tra le quali però è possibile ricostruire alcuni elementi in comune.

All’ultimo posto, in ordine cronologico, c’è il comune incontro – anche conflittuale – con il mondo della ricerca e dell’Accademia, innescato da un’intuizione del m.a.c.lab di Ca’ Foscari e da un gruppo di lavoro e ricerca che negli ultimi cinque anni ha prodotto incessantemente pratiche e conoscenze su questi temi (di questo racconteremo in una delle prossime cartografie). Ricostruendo i fili della storia è possibile osservare grandi discontinuità tra prima e dopo l’incontro, innervato da “Progetto I.C.S.”, a testimonianza della reciproca volontà e capacità di mettersi in discussione e di costruire originali connessioni tra saperi, volizioni e azioni.

C’è poi la magia a connotare queste tre esperienze. Nelle azioni puntuali di questi tre progetti (workshop, mostre, seminari, laboratori…) di innovativo non c’è nulla, lavorano nel solco di prassi ampiamente storicizzate; è invece nelle loro intenzionalità e strategie culturali e relazionali che si costruisce l’innovazione, sociale e culturale al tempo stesso. L’innovazione sono le atmosfere magiche che localmente riescono a creare. Niente di effimero, è una magia iper-tangibile piuttosto; inspiegabile però, se non si comprendono e accettano i caratteri non metropolitani che la pervadono. Se nella città l’economia della conoscenza è strategia di competizione e l’urbanizzazione è industria, in questi luoghi la cultura appare più propriamente uno degli ingredienti per costruire socialmente il mercato, per dirla a la Bagnasco (1988).

Tra mercato e comunità, in questi territori, c’è stata una sostanziale sovrapponibilità; la società è stata mesa all’impresa, oltre che al lavoro. Di questo fenomeno ne abbiamo identificato un approdo nei localismi comunitari del noi e voi, più recentemente in una certa irrequietudine prodotta dalla crisi. Questi progetti sembrano puntare i riflettori su un approdo differente: disegnano e costruiscono comunità che assomigliano di più a società. Le prime si perimetrano, distinguono il noi dal voi e così facendo producono una serie di dispositivi di esclusione. Le seconde, pur producendo anch’esse esclusione, tendono ad edificare bordi frastagliati e irregolari, capaci di produrre meticciato, anche nelle forme di innovazione. Ne è testimonianza la difficoltà di inquadrare queste tre esperienze come forme di innovazione sociale o innovazione culturale. Nel loro caso la distinzione non è sfumata o di difficile interpretazione; la distinzione è saltata.

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