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20 Febbraio 2019

A Pescheria Rialto un museo per una Venezia senza cittadinanza

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Faccio fatica a spiegare la frustrazione e il cinismo delle persone che vivono Venezia in questo momento. Oggi la città è diventata il riferimento negativo mondiale per l’over-tourism. La malattia è strana: gonfia i portafogli mentre svuota la città delle sue imprescindibili funzioni urbane, civiche, culturali e sociali; a una velocità che impressiona.

In questo contesto muove i passi una iniziativa cittadina, che è interessante rileggere nelle forme di auto-organizzazione dal basso, nella capacità – o nel fallimento – delle comunità locali di intraprendere percorsi di produzione inediti e interessanti.

È il progetto per il “Museo della Città” nella Pescheria di Rialto, promosso da una ampia platea di soggetti. Comitati di cittadini e commercianti attorno ai quali si aggrega un grande movimento popolare, con l’obiettivo di riappropriarsi di una zona svuotata dal suo abituale flusso di residenti.

Le persone sembrano chiedere nient’altro che questo: non sappiamo più chi siamo, non riconosciamo il posto dove viviamo

Ci troviamo a Rialto, il cuore dell’insediamento urbano attorno al quale prese forma Venezia. La zona ospita lo storico mercato, che negli anni segue la traiettoria cittadina. Sono una ventina i banchi ortofrutticoli rimasti, erano 84 di vent’anni fa; 2 le macellerie nell’area, che negli anni Cinquanta ne contava una trentina. Di banchi del pesce se ne contano solo 6. L’edificio più rappresentativo, il Palazzetto della Pescheria, è giacente. Negli anni transita al Comune di Venezia e sembra velocemente ridestinato a tutt’altro che a tornare nell’utilizzo della città.

Il progetto punta sostanzialmente a riattivare questi spazi simbolici. Al piano terra un nuovo mercato ittico, ripensato sul modello dello street-food. Sopra, invece, negli spazi chiusi, un museo dei commerci della Repubblica Serenissima, per raccontare una storia, quella della città, dal punto di vista dei traffici, dell’economia, della produzione. Costo dell’operazione, tra i 7 e i 10 milioni di euro.

Non c’è spazio per capire cosa saremo, c’è solo bisogno di saldare un immaginario collettivo condiviso; che è un simulacro, perché finisce sotto una teca

Quello che rileva non è certamente il progetto in sé. Rileva al contrario la domanda collettiva che si esprime con potenza in questo processo. Quale è questa domanda? Identità. Le persone sembrano chiedere nient’altro che questo: non sappiamo più chi siamo, non riconosciamo il posto dove viviamo. Non c’è bisogno di reinterpretare, riaggiornare, ripensare il valore e l’eredità di una storia.

Non c’è spazio per un capire cosa saremo, c’è solo bisogno di saldare un immaginario collettivo condiviso; che è un simulacro, perché finisce sotto una teca.

Eppure in questi ultimi anni ci sono stati alcuni segnali di civismo che provano a non mollare il colpo, tentativi di una comunità cittadina – una parte di questa – che perlomeno si interroga e ci prova.

Dove sta l’intelligenza collettiva? Semplicemente non esiste. Non rischia, non ibrida, non scommette. Si accontenta di trovare un luogo per la rappresentazione ideale di un desiderio di città

In pochi anni, abbiamo vissuto l’esperienza di Poveglia per Tutti, dove migliaia di cittadini si attivano per acquistare all’asta dal Demanio un’isola dimenticata della Laguna, arrivando vicini all’impresa. Oppure l’occupazione per qualche mese dell’Ex-Teatro Anatomico, nella zona popolare di San Giacomo, per farne un centro di produzione culturale.

Esperienze che hanno dimostrato forme inedite di mobilitazione, nei protagonisti quanto nei registri comunicativi e nelle parole d’ordine. Soprattutto erano tentativi per centrare il problema Venezia oltre Venezia, farne insomma un campo di sperimentazione perlomeno culturale: cittadini che attorno al tema dei beni comuni provano nuovi percorsi di produzione, scambio, uso di beni e servizi diversi da quelli convenzionali.

Di questo, nella nuova istanza popolare non c’è traccia. Dove sta l’intelligenza collettiva? Semplicemente non esiste. Non rischia, non ibrida, non scommette. E diventa un modello che egemonizza il dibattito cittadino, circostanzia il refrain sulla morte della città, si accontenta di trovare un luogo per la rappresentazione ideale di un desiderio di città. Forse proprio per questo, il progetto può avere più fortuna di altri.

Esperienze come Poveglia per Tutti o l’occupazione dell’Ex Teatro Anatomico hanno dimostrato forme inedite di mobilitazione, erano tentativi per centrare il problema Venezia oltre Venezia, cittadini che attorno al tema dei beni comuni provano nuovi percorsi di produzione, scambio, uso di beni e servizi diversi da quelli convenzionali

E l’Amministrazione? Nella partita del Museo della Città la Giunta Brugnaro sembra infatti cogliere la cifra tutto sommato rassicurante dell’operazione. Non investe e non coglie l’eventuale opportunità di rilanciare per essere abilitante di energie sociali e di nuove progettualità. Sul piatto non mette nulla, e riversa su potenziali investitori il successo del progetto.

A breve, Venezia si appresta a lanciare in grande stile il primo esperimento nazionale di città a pedaggio. Il Museo della Città, tutto sommato, può facilmente rientrare all’interno di questo disegno.

Leggi anche: Chiara Rabbiosi, Il turismo come messa in scena del territorio


Immagine di copertina: ph. Oleksandr Zhabin da Unsplash

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