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Avere venti anni negli anni Venti: amore, lavoro e gelati

Rileggo ciclicamente una decina di pagine de La straniera di Claudia Durastanti che riguardano il denaro. 

“Soprattutto non avevamo il primo requisito necessario per una buona povertà: l’umiltà e l’assenza di pretese. Noi di pretese ne avevamo, e più di tutto ci metteva ansia non poter stare nel mondo moderno. Nel momento economicamente più buio della sua vita, quando ormai i figli erano all’università e imparavano i crismi dello spendere, mia madre fece l’abbonamento a Sky. Era il suo modo di non cedere.”

Ricordo che lessi quel libro per la prima volta a Palermo, dove mi trovavo per festeggiare il mio compleanno in un viaggio pagato dal mio ex fidanzato. Se dovessi quantificare il debito che ho con lui credo ammonterebbe a più di ventimila euro. Ho vissuto per tre anni in una casa in affitto che pagava lui, studiando sotto una luce che pagava lui, viaggiando grazie a lui, uscendo a cena e andando in bagno piena di vergogna nel momento in cui sapevo che si sarebbe alzato per pagare. Non dicevo a nessuno che mi manteneva. Inventavo una divisione delle spese che esisteva solo quando la vantavo ai miei amici. Era una bugia così oliata che per un lungo periodo ci ho creduto anch’io, addormentandomi più tranquilla la sera. 

Lavoravo come baby-sitter arrivando a stento a trecento euro al mese. I miei genitori all’inizio del mese me ne mandavano altri cento. Faceva una media di dodici euro al giorno.

Quando pagavo la spesa, una cena o una bolletta ricalcolavo velocemente la media giornaliera di soldi che avevo a disposizione per il resto del mese. Se quindi anche si alleviava per qualche minuto il senso di umiliazione che provavo ogni volta che lui si sobbarcava il prezzo di un nuovo pezzo della mia vita, il sollievo mi abbandonava presto. Fissavo assorta il saldo del mio conto che segnava cinquanta euro in meno e mi sentivo sconfitta da qualcosa di grande che non riuscivo a definire. Avrei potuto lavorare di più. Avrei potuto lavorare e basta. Ogni volta che glielo dicevo angosciata lui mi rispondeva che di lì a breve avrei fatto qualcosa di grande e bellissimo e voleva potessi dedicarmici senza pesi e pensieri. Mi comprava il tempo per studiare, investiva su di me come su un’azione che si sa frutterà. Questa fede l’avevamo entrambi, ma se la sua era costante, senza esitazioni, la mia era turbata da dubbi e crisi religiose. Non si curava dei soldi, non aveva per i soldi nessun riguardo e nessun rispetto. Li gestiva male e spesso li finivamo entrambi. Subito si ingegnava per ricavarne altri da qualche cliente da cui ancora non aveva ricevuto un pagamento dovuto. Nei giorni in cui aspettavamo il bonifico ci prendeva un malumore che era come un veleno e si insinuava ovunque e ci rovinava i pasti. 

Nel risparmio non vedeva alcun merito. Praticava una guerra costante contro il giogo dei salvadanai.  Promettere una redenzione economica a chi, guadagnando poco, si riduce a vivere con meno è un fatto criminale, mi diceva. Avevamo due gatti a cui comprava cibo in grandissime quantità a inizio mese per assicurarsi che non soffrissero della nostra mala gestione del denaro. Oggi guadagna moltissimo. Lo so perché mi ha scritto pochi giorni fa per dirmelo. Mi ha detto che ora capisce ciò che allora ci sembrava ridicolo e incomprensibile: che si potesse essere ricchi e tirchi. Chi ha il denaro ci si affeziona. Spesso lo ha perché ci si è affezionato. 

Negli anni in cui abbiamo vissuto insieme sentivo che non avrei mai potuto lasciarlo. È stata una sensazione che è cresciuta nel tempo. Avevamo costruito un nucleo segreto dove sfumavano i confini, e ciò che era suo era mio, e ciò che era mio era suo, in una collettivizzazione di dolori, denari ed ambizioni che assomigliava molto a una famiglia.  Ci immaginavo vecchi, insieme, in un qualche posto vicino al mare.  Non credevo di non poterlo lasciare per ciò che avrebbe continuato a garantirmi. Lo credevo, in parte, per tutto ciò che aveva già speso fino ad allora perché io fossi libera da impedimenti. Era una libertà che mi pesava sulle spalle e di cui non potevo lamentarmi. Avevo però capito che potevo rigirarmici nel letto per infinite ore.

Il primo disequilibrio fu il biglietto del treno per Roma. Ci conoscevamo da due settimane e sentivamo d’amarci. Sarebbe andato alla mostra di un amico artista, l’avrei seguito, ci saremmo amati. Fu l’inizio di un alternarsi di riconoscenza e angoscia. 

Quando andammo a vivere insieme rimpiangevo il tempo in cui facevo la barista a tempo pieno. Lo ricordavo come il periodo di maggiore libertà della mia vita. 

Guadagnavo mille sterline che puntualmente spendevo per intero. Mi sembrava una quantità di denaro troppo grande per potermi scivolare tra le dita senza aver fatto cose grandiose. Ogni mese sommavo il costo dell’affitto, dell’abbonamento dell’autobus, del cibo. Rimanevano seicento sterline che si volatilizzavano. Ripercorrevo a ritroso ogni cena fuori, ogni gelato, ogni birra, ogni viaggio, ogni vestito. Capivo che li avevo spesi nella vita normale di una diciottenne libera, eppure mi rimproveravo quell’incapacità totale a dire di no ad un’acquolina costante di spendere senza pensare. Mi ripromettevo di risparmiare, di fare come mi consigliava di fare la mia cugina ricca. Diceva di compilare un Excel con tutte le spese divise per categorie e da lì programmare un piano di risparmio. La vedevo alle prese con la sua tabella ogni volta che uscivamo a bere il caffè. Mi veniva la nausea.

Quando mi sono trasferita a Milano per l’università sono tornata con un intero stipendio. Non ero riuscita a risparmiare nulla, ma il primo mese di lavoro mi era stato trattenuto. Ho pensato che fosse l’unico metodo efficace per aiutare un povero a mettere da parte un piccolo capitale. 

Se ci penso ora, mi accorgo di avere con il denaro lo stesso atteggiamento di allora. L’atteggiamento di una persona che per lungo tempo non ha avuto in tasca ché spiccioli da razionare e si sorprende a trovare una banconota nella tasca di una vecchia giacca regalata da una zia a cui non va più. Non li voglio vedere, non voglio dare loro alcun peso che trascenda quello dei miei bisogni e capricci quotidiani. Li faccio scorrere come fossero un fiume di cui non mi interessano le dighe. Non so negarmi una cosa superflua che mi rende felice, non so vedere un valore nella rinuncia, non so amare il sacrificio di un piacere oggi per la promessa di una ricompensa domani. Ho un lungo elenco di piccole promesse tradite a cui guardo con sfregio ogni volta che compro qualcosa che non mi è essenziale alla sopravvivenza. Non riesco a pensare che se facessi meno colazioni al bar a fine mese avrei una cifra da destinare a qualche cosa di più serio ed edificante. Non c’è nulla che reputi più serio ed edificante della colazione al bar. Ricordo che durante l’adolescenza chiedevo soldi in prestito alle mie amiche per comprare un cornetto al cioccolato al bar della scuola. Loro dimenticavano il debito, o fingevano di farlo. 

Quando vivevo con lui e finivo i soldi prima della fine del mese chiamavo i miei genitori sperando che avessero ancora qualche decina d’euro sul conto da mandarmi. Non li avevano mai. La pensione di mio padre sparisce in pochissimi giorni per le spese fisse, buona parte va alla carta di credito. Il resto del mese si vive con ciò che permette di comprare la stessa carta di credito, in uno scarto sempre crescente che culmina in un prestito da parte di una delle morigerate sorelle di mia madre. 

Non sono cresciuta in una famiglia povera. Sono cresciuta in una famiglia benestante che non aveva soldi. Mia madre volle mandarci alla scuola privata. Mio padre profumava sempre di Acqua di Giò. Erano entrambi cresciuti con il comodo tenore di vita della media borghesia a cui era toccato un buon tempo in cui diventare adulti. Entrambi intelligenti, entrambi colti nella media. Conservatori. Lei più di lui. Cattolici. Lei più di lui. Ragionevoli. Solo lei. Corriere della Sera. Solo lui. 

Quando successe la rovina, spartiacque di cui si parlò sempre vagamente e non senza che mio padre lasciasse la stanza, si trovarono a non poter sostenere uno stile di vita che fino ad allora era stato del tutto naturale. Guadagnato e non ereditato, ma naturale e ormai assicurato. La rovina aveva mangiato tutte le proprietà di mio padre. La grande casa in costruzione dove sognavamo di scambiarci i regali al prossimo Natale. Un sogno che, a pensarci ora, io vivevo di riflesso. Amavo l’appartamento in cui avevo passato l’infanzia e mi sembrava che avesse tutto ciò di cui una famiglia felice ha bisogno per non smettere di esserlo. E allora mi pare, oggi, che quella casa megalomane che era promessa di vita agiata, non sia stata che l’abbaglio da cui sarebbero seguite infinite storture ed errori di cui tutti ancora paghiamo il prezzo. Sorgeva su un terreno che apparteneva a mio padre. Il progetto era di mia madre, ingegnere ed architetto. Di quelle mura in costruzione ricordo la vertigine nell’affacciarmi a una terrazza a cui ancora mancavano i margini. Ricordo la polvere di un cantiere che si vendette in fretta. Mio padre da allora allungò sempre la strada per evitare di passare davanti alla sua disfatta. Mia madre diceva che i nuovi proprietari avevano scelto degli infissi di pessimo gusto. Si difendevano così, evitando di guardare in faccia la rovina e farci i conti. Non si ridimensionarono mai. Rifiutarono sempre di identificarsi con le famiglie a basso reddito a cui avremmo fatto parte da quando buona parte dello stipendio di mio padre sarebbe stata risucchiata dalle banche creditrici. E allora ogni mese un affanno maggiore, in un crescendo di debitini e debitucci volti a pagare uno stile di vita che ci era stato rubato da quel grande debito primordiale per mano di una figura oscura che aveva ingannato mio padre. “Tuo papà è troppo ingenuo e troppo generoso”. 

Mio padre umiliato prese ad umiliare. Mio padre isterico. Mio padre buono. Sfuriate del tutto gratuite si accendevano per motivi di pochissimo conto e si spegnevano come un fiammifero nell’acqua, nel giro di pochi secondi. Lasciavano un fumo che respirammo per anni e per cui tutti ancora tossiamo. Mio padre non si è mai arrabbiato per una cosa seria. Sono certa che non lo farà mai. Sono anche certa di potergli confessare un omicidio senza che perda la calma. Sono altrettanto sicura che continuerò a subire le sue urla infuocate per un minuto di ritardo sull’orario di cena. 

Di mia madre ricordo la rabbia e la stanchezza. Più la stanchezza che la rabbia. Era quel particolare tipo di rassegnazione che le leggevo negli occhi quando capiva di dover dipanare il garbuglio sempre più stretto in cui ci stava cacciando lui, continuando a spendere come prima per fare dei suoi bambini dei bambini felici, bambini a cui non saltasse in mente di sentirsi poveri. Non capivo mai quale fosse quel prima, e dove fosse finito, se mai c’era stato, il tempo in cui ci eravamo potuti non curare degli spiccioli. Ricordo spese irrazionali. Un televisore al plasma di ultima generazione il giorno del pagamento dello stipendio, con le bollette ancora tutte da pagare. Io e mio fratello vivevamo nel paradosso. Invitavamo gli amici a provare gli occhiali 3d e non avevamo soldi per uscire con loro a mangiare il gelato. Ricordo la frustrazione di mia madre che cercava di far tornare i conti, la frustrazione di mio padre che cercava di evitare i conti. Ricordo qualche vacanza fatta nonostante tutto. Ricordo i regali. Ricordo anche la spesa lasciata lì perché la carta veniva rifiutata alla cassa.

Tra le ragioni del trasferimento oltreoceano pare che ci fosse la speranza che le cose sarebbero andate meglio. Una casa ereditata, l’impossibilità per mio padre di farsi prestare soldi dalle banche, la possibilità per mia madre di avere tutto sotto controllo. Una vita meno cara, un paese dove essere ricchi costava poco. Non sarebbe andata meglio, sarebbe solo stato diverso. Saremmo di nuovo state persone che mangiano l’aragosta pagata a rate. La differenza fu che iniziammo a farlo in un tavolo esclusivo. Non c’erano più poveri intorno a noi. Ci rinchiudemmo nella bolla borghese di un paese che non conosce la classe media, senza che di quella borghesia avessimo il denaro. Fu peggio, e io non venni interpellata.  Per ripicca smisi di mangiare e sperimentai lo strapotere che viene dal saper annullare ogni bisogno del corpo e ogni istinto a reiterare la vita. Se c’è una cosa in cui fui forte fu il resistere alla fame fino a farmi corpicino esile e senza colore. Regolare le emozioni per mezzo del cibo è un esercizio annichilente che dà grande soddisfazione. L’anoressia è semplificazione. Riduce all’osso anche il più complesso dei sentimenti, lo subordina ad un calcolo delle calorie. Lo feci finché non svenni in una palestra. Quel giorno tornai a casa e mangiai un piatto di risotto allo zafferano. Più tardi avrei ripreso a mangiare il gelato. Se oggi mangio il gelato anche quando non mi va, lo faccio per due ragioni. La prima è che posso pagarmelo. La seconda è che ho accumulato tanta fame. La seconda riguarda anche la prima e viceversa. 


Immagine di copertina: collage di Enea Brigatti