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25 Luglio 2019

La Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté raccontata da Daniele Vicari

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Quasi dieci anni fa, a Roma, in una strada che passa sotto al Viadotto della Magliana, apriva una scuola di cinema pubblica, gratuita e, come l’ha definita qualche tempo fa un amico, «popolare».

Il vecchio edificio, spartito per metà con un centro anziani (quotidianamente animato dai signori del quartiere con cui gli studenti condividono da sempre sia il bar che, inevitabilmente e irrimediabilmente, le colonne sonore delle lezioni di tango e balli di gruppo), era stato precedentemente un liceo, e all’epoca non sapeva di essere destinato a diventare quella fabbrica di affetti, fantasmi e passioni che è oggi la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté.

Era il 2011. In questi otto anni, la Volonté ha visto passare per le sue aule tre cicli di studenti, e si prepara ora ad accogliere il quarto (per accedere alle selezioni del quale è possibile fare domanda ancora fino al 31 luglio).

A dispetto della sua storia, ancora relativamente recente – e, ci auguriamo, destinata a lunga vita – a camminarci dentro si ha l’impressione di calpestare un tappeto di tracce: i muri, i corridoi, le aule, il teatro di posa, hanno l’aria silenziosa e serena dei luoghi che trattengono i segreti di chi li ha abitati.

Ecco, forse, il fascino di questo posto è proprio quello di essere sostanzialmente una casa senza tempo, un luogo che appartiene a tutti, che si moltiplica per le memorie di tutti quelli che qui hanno studiato, insegnato, lavorato, ma soprattutto parlato, discusso, amato, addirittura litigato. Che hanno fatto, in una parola, cinema.

I primi ad immaginare che di un vecchio edificio dismesso si potesse fare una scuola cinematografica plurale e multidisciplinare erano stati, nel 2008, Valerio Mastandrea e Daniele Vicari, che iniziarono così un lavoro di dialogo con le istituzioni, trovando infine sponda nella Provincia (oggi, nella Regione) e, dal punto di vista professionale, in molti colleghi nei diversi reparti del settore.

Questa avventura cominciò così: con la benedizione di Ettore Scola e la abnegazione (è davvero il caso di dirlo) di un manipolo di personalità variegate ed entusiaste come quelle di Antonio Medici, Paola Sangiovanni, Eros Achiardi, Giovanni Spagnoli, e molti altri – impossibile qui citarli tutti.

Daniele Vicari

Oggi, che la Scuola Volonté è una realtà riconosciuta e affermata, presto dotata di una seconda sede a Trastevere, e ospite negli anni di artigiani e artisti che costituiscono l’eccellenza del cinema italiano (e, in alcuni casi, internazionale), Daniele Vicari racconta perché una scuola di cinema pubblica e gratuita è oggi indispensabile, oltre che all’industria cinematografica, alla società contemporanea.

Durante la cerimonia di consegna dei diplomi agli studenti che hanno appena concluso il triennio, hai detto che, se si sente dire in giro che il cinema è in crisi, è un buon segno. Siamo in un momento di crisi del cinema? Come reagisce una scuola di cinema a un momento di crisi?

La questione di fondo è la natura del cinema. Ci siamo illusi a lungo che il cinema fosse un prodotto industriale, ma anche nei casi migliori stenta ad esserlo: è un’industria singolare, in cui è molto difficile che si possano realizzare delle opere in serie. Perfino il mondo della serialità, che ha così successo in questo momento, per potersi ripensare ha dovuto assorbire la lezione del cinema: rinunciare a quell’aspetto programmatico che ne era alla base. Le serie contemporanee, pur nella loro differenziazione, imitano il cinema, e non è un caso che in questo momento storico la serialità stia prevalendo sul cinema che conosciamo, quello della sala.

Ciò avviene per un semplice motivo: la serialità va incontro alle esigenze di organizzazione e di fruibilità imposte dalla vita quotidiana. Le serie degli ultimi anni sono pensate per essere viste da una persona seduta sul divano, che non deve uscire di casa, prendere la macchina, andare al cinema, parcheggiare, insomma non deve fare nessuno sforzo se non quello di vedere dipanarsi una storia davanti ai suoi occhi.

set Tanabata

Quindi, quella che noi chiamiamo crisi coincide con una riformulazione dei formati: ciò che sta vivendo il cinema – e che vivono anche la televisione e internet – è una crisi di crescita. E le crisi sono delle grandi opportunità di lavoro, ma bisogna essere in grado di entrare in questo stravolgimento. Da questo punto di vista le scuole di cinema hanno un ruolo fondamentale, lo stravolgimento genera un surplus di lavoro e richiede la formazione di nuove figure professionali, che sappiano gestire una forte compenetrazione fra tutte le fasi di lavorazione, come dimostrano le opere che si stanno producendo adesso in tutto il mondo.

La Volonté prova ad essere all’altezza di questo cambiamento. Ad esempio, per poter reggere l’impatto dei nuovi formati, l’impianto teorico della Scuola è organizzato intorno al concetto di cooperazione: se i ragazzi sono abituati a lavorare fin dall’inizio in maniera cooperativa riescono ad inserirsi in maniera più veloce e più creativamente efficace nel processo produttivo. L’elasticità, la capacità di reagire all’inaspettato, sono gli strumenti con cui cerchiamo di farli crescere: il nocciolo della questione è non perdere il controllo del processo creativo.

Quindi la ‘cooperazione’ è un concetto chiave della Volonté.

È uno dei nostri obiettivi fondamentali. La cooperazione tra le persone, prima ancora che tra i reparti, e non semplicemente perché “il cinema è un’opera collettiva”, ma perché viviamo un momento storico che ci chiede di uscire fuori dai ruoli astratti, a volte difficilmente collocabili nel processo reale di lavorazione di un film. Un esempio lampante è il concetto di autore, che non coincide necessariamente con quello di regista.

Troupe in attesa

Lo sviluppo tumultuoso dell’audiovisivo contemporaneo rimette in discussione queste categorie, e una persona si avvicina a questo mondo oggi deve avere una mappa cognitiva del cinema, quindi conoscere tutto il percorso che fa un film, per sapersi collocare in qualunque ambito del processo. Chiaramente non a discapito della specializzazione: alla Volonté uno studente di sceneggiatura non può automaticamente andare a fare il direttore della fotografia, ma conosce il tipo di lavoro, e se volesse andare in quella direzione la sua formazione non gli vieterebbe di proseguire in tal senso.

In che modo il tuo percorso di vita e professionale ti ha influenzato nell’immaginare questa scuola?

Per me accedere al cinema è stato complicato. Il percorso formativo che – io, così come Valerio Mastandrea o Antonio Medici – abbiamo fatto è stato un percorso molto accidentato, perché non venivamo da famiglie strutturate “in un certo modo”. Quindi nel momento in cui abbiamo cominciato, con grande gioia, a fare cinema, ci siamo resi conto che esiste un problema di accesso che rischia di immettere nel circuito del cinema soltanto persone di una stessa categoria, che è il ceto medio-alto dei professionisti e dei loro figli, con la sua identità economica.

La formazione gratuita come forma di accesso al cinema permette di aggirare questo blocco, aprendo l’ingresso a persone che possono dare un contributo inaspettato. La Volonté è immaginata in questi termini, ed è per questo che abbiamo strutturato un percorso di selezione che può sembrare folle: gli aspiranti allievi non devono dimostrare di sapere, devono dimostrare un’attitudine.

Laboratorio condotto da Fabrizio Gifuni

È chiaro che questo attribuisce alla fase di selezione un’importanza e una delicatezza fondamentali: le attitudini, a volte, non si sa nemmeno di averle. Ma è proprio lì che si frantuma la barriera: in un processo di selezione che mette gli aspiranti allievi nelle condizioni di esprimersi, di scoprire qualcosa di sé, il fatto di essere cresciuti in una casa in cui magari non c’erano film, libri, e in cui l’attenzione era rivolta verso altri tipi di formazione, non è un motivo di svantaggio.

Quando parli di attitudine degli aspiranti allievi, ti riferisci al ‘talento’? Che rapporto ha il talento con la formazione?

L’attitudine a fare un lavoro, e il talento – quella cosa che chiamiamo talento – si mostrano e si sviluppano nel tempo, in base alle esperienze che si fanno nella vita. Per quanto riguarda il cinema, che ha a che vedere con la capacità e con la necessità di interpretare e narrare che cosa succede nel mondo, o che cosa succede dentro di sé, la formazione di un professionista non può che avvenire a stretto contatto con quel mezzo.

È il motivo per cui alcuni grandi del passato dichiaravano inutili le scuole di cinema: non immaginavano che potesse esistere una scuola in cui il rapporto con il fare avrebbe avuto la stessa importanza del rapporto con il sapere. Ma la verità è che sono due facce della stessa medaglia.

Com’è cambiata la Volonté in questi otto anni?

È cambiata assieme agli allievi. Abbiamo scoperto attraverso di loro quali erano le loro necessità, e ci siamo posti il problema di come sposarle con quelle del mezzo-cinema. Questo ha significato che ogni ondata di allievi – ciascuna completamente diversa dalle altre – in qualche modo ha ‘modificato’ la scuola stessa, che ha cercato di rilanciare con loro, sul loro stesso terreno.

Allargando lo sguardo al momento di disgregazione sociale e isolamento degli individui che stiamo vivendo, il cinema – che è un’arte della cooperazione – può ancora avere un ruolo sociale? O le sale sono destinate a rimanere deserte?

La desertificazione delle sale è un fenomeno molto italiano, che riguarda il modo in cui è strutturata la filiera, cioè il percorso che c’è tra l’ideazione di un’opera e la sua fruizione, ma ancor prima è un problema di visione politica della società. Gli spettatori sono facilitati a utilizzare altri strumenti, per questo abbandonano le sale, e a questo punto bisogna chiedersi se la nostra politica attuale vuole che le persone escano di casa e si frequentino.

In questo momento, il nostro è un Paese ferito, in cui le persone tendono a stare da sole. Le manifestazioni pubbliche sono pochissime, e quelle che ci sono spesso sono guidate da un pugno di gruppetti politici che cercano di lucrare sui disastri umani. Ma sono fiducioso, penso che la società stia ricominciando a muoversi.

E, per tornare alla Scuola, se i percorsi formativi stanno dentro a questo movimento, i ragazzi che usufruiranno di quella formazione saranno donne e uomini del loro tempo. Una scuola che abbia questa vocazione costruirà percorsi di lavoro comuni, e, nel suo piccolo, avrà modo di cambiare, anche se poco, la società. A partire dai suoi allievi: quando si intraprendono dei percorsi comuni così forti, spesso si esce con un rafforzato desiderio di comunicazione.

Perché proprio Gian Maria Volonté?

Perché Volonté è stato, nel bene e nel male, un uomo del suo tempo: utile, fautore, propositivo, conflittuale. È stato un cittadino che si è messo a disposizione della propria società in quanto attore, e non in quanto divo, non gli interessava. Nel 2008, quando abbiamo strutturato il progetto della Scuola, ci è venuto automaticamente in mente il suo nome.

Eravamo una trentina di persone, non dovemmo nemmeno discutere, qualcuno propose di intitolarla a lui e fummo tutti d’accordo. Erano gli anni della più profonda crisi economica dell’Occidente dopo la seconda guerra mondiale, e il nostro proposito, nel fondare la Scuola, era proprio di reagire a quella crisi immaginando un progetto che guardava al futuro.

Nessuno di noi sarà mai all’altezza di un gigante come Gian Maria Volonté, però da lui abbiamo imparato delle cose. Ad esempio, che ci sono più possibilità di uscire migliori dall’incontro con la moltitudine, piuttosto che dall’incontro con te stesso.

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