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30 Maggio 2018

La violenza della buona governance. Una conversazione con Alain Deneault

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Alain Deneault è un autore franco-canadese che da anni si occupa di temi relativi alla finanza, alla globalizzazione, ai paradisi fiscali. Ha svolto un dottorato di ricerca tra il Centro Marc Bloch di Berlino e l’Università Parigi 8 di Parigi sotto la supervisione di Jacques Rancière.

Tra i suoi libri sono stati tradotti in italiano Offshore. Paradisi fiscali e sovranità criminale (Ombre Corte, 2011); La mediocrazia (Neri Pozza, 2017) e Governance. Il management totalitario (Neri Pozza, 2018). Noto per la sua sensibilità e integrità sociale e politica, lo abbiamo incontrato a Padova in occasione della presentazione del suo ultimo libro, in un incontro organizzato dall’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, che ringraziamo.


FC Mi fa piacere poterti porre qualche domanda su questo testo perché il modo in cui tu affronti il tema della Governance è piuttosto diverso dall’analisi cui siamo abituati in Italia. In Italia il tema della governance è stato lungamente discusso facendo riferimento a una cassetta degli attrezzi di matrice Foucaultiana, in maniera talvolta astratta. Quando ti leggo, invece, non sono capace di separare la tua analisi della governance dalla tua biografia. Giusto per riprenderla brevemente, tu ti sei sempre occupato di temi relativi alla finanza, ai paradisi fiscali e alle corporazioni transnazionali. I tuoi primi lavori si concentrano specificamente sull’influenza dell’industria mineraria canadese in Africa. Cito in particolare un testo che hai scritto insieme a Delphine Abadie e William Sacher, Noir Canada: Pillage, corruption et criminalité en Afrique. Écosociété (2008), nel quale ti soffermi sugli abusi delle multinazionali canadesi del settore estrattivo in Africa guardando ai loro effetti in termini di distruzione ambientale, migrazioni forzate e guerre civili. La pubblicazione del libro ti ha esposto a un’azione legale di vari milioni di dollari da parte di alcune di queste società, dando inizio a una procedura giudiziaria durata anni. L’impronta di quella pubblicazione pare permanere nel tuo lavoro non solo per l’immenso costo umano di quel processo legale ma per il taglio stesso della tua analisi sulla governance, che tiene sempre sullo sfondo gli immensi costi sociali di questa forma di governo transnazionale divenuta, negli anni, dominante.

AD Ho iniziato a pensare alla nozione di governance nel giorno in cui mi sono trovato a confrontarmi con questa parola senza capire da dove veniva né perché si era tanto diffusa nel nostro vocabolario. Quando parliamo di esistenzialismo parliamo di Jean Paul Sartre; quando parliamo di psicanalisi parliamo di Freud; quando parliamo della fine della storia pensiamo a Fukuyama, ma quando pensiamo alla governance non è chiaro da dove venga questa parola e chi abbia sviluppato questo concetto divenuto così centrale. Si tratta di una questione tantopiù problematica perchè travalica i confini nazionali.

È vero, mi sono trovato ad affrontare il tema dalla governance nel momento in cui ho iniziato a studiare l’influenza delle compagnie minerarie canadesi in Africa. Si parlava a quell’epoca di imprese che inquinavano, distruggevano, e finanziavano la guerra in interi paesi. In quello stesso momento ci trovavamo di fronte ad accademici che di fronte a tutti questi problemi, alla povertà alla guerra e alla disperazione sociale, rispondevano che si trattava di un problema di governance. Era un modo di cancellare la realtà impedendole di essere raccontata.

È allora che ho iniziato a studiare la storia della governance per capire da dove provenisse questa parola. La parola governance infatti sembra una parola innocua ma nasconde una logica che può essere violenta. Il fatto problematico è che la governance va contro la politica, meglio ancora si aggiunge alla politica e la annienta, la supera e la esautora. Di fatto, la parola governance non si usava più in Francia dal tardo Medioevo. Nella sua forma originaria francese, la parola gouvernance era usata per descrivere l’atto di mantenersi in buona salute. La buona gouvernance indicava una vita retta, che richiedeva di rispettare una certa morale e che includeva essere composti, lavarsi vestirsi bene e quant’altro. Nel XV secolo gli inglesi se ne appropriano, ma il termine scompare e riappare alla fine del XX secolo nell’ambito del management. Quindi non se ne parla più sino alla seconda metà del ventesimo secolo quando in Inghilterra la governance ritorna come una teoria dell’organizzazione privata.

In quel momento lo sviluppo transnazionale delle imprese induce una gestione diversa del lavoro, non solo ma richiede un assemblaggio delle diverse parti prodotte altrove. Il fatto è che nella governance si tratta più ancora che di divisione del lavoro, come suggeriva Taylor, di divisione del soggetto. Il soggetto si trova a essere de-soggettivato dal lavoro. Dagli anni Settanta in poi, questa diventa la modalità di organizzazione del lavoro perseguita nei servizi, nelle fabbriche, nelle università e nella pubblica amministrazione, oltre che dai grandi attori transnazionali come la Banca Centrale e il Fondo Monetario Internazionale.

In quel momento la gestione tecnica prevale sulla politica, lasciando spazio a un presente inaccessibile nel quale l’individuo è desoggettivato. Non è un caso che questa parola governance sia costituita dal participio presente del verbo “governare”. Essere governante = “governanza”, governance. Il tempo verbale non designa l’atto di governare, ma il “governare” come stato. Ne deriva un presente svuotato di ogni significato e privo di finalità, senza inizio nè fine, eterno che designa “la camminanza” invece che “la passeggiata”. Tutte queste parole, la governanza, la militanza, o la sopravvivenza, sono sostantivi derivati da verbi che destoricizzano l’esistenza. Non è un caso che Foucault ne Le parole e le cose, si serva dei verbi all’infinito per mostrare le modalità d’azione possibili di un’epoca. Il verbo all’infinito apre alla possibilità di cambiamento. Il participio presente erode la storia e catapulta in un eterno presente nel quale ogni cosa è indifferente. Non a caso il vocabolario manageriale può essere applicato a ogni oggetto perchè ogni cosa è indifferente nella sua specificità.

L’ideologia neoliberale dà per scontato una certa naturalità che delegittima il vocabolario politico. Non si dice più politica ma si dice governance, non si dice più cittadino ma si dice stakeholder; non si dice più popolo ma società civile; non si parla più di dibattito politico ma di consenso, non si parla più di lotta ma di accettazione sociale; non c’è più il bene pubblico ma il partenariato, in questo senso quel che avviene è che il senso della vita pubblica viene svuotato per lasciare spazio a un rapporto manageriale di ogni individuo con se stesso.

FC Quel che hai detto dei verbi mi ricordava quella fase della storia umana in cui non tutto era organizzato dal management. Penso agli anni Sessanta e Settanta quando il senso della storia era ancora da darsi e il futuro era una specie di incognita che la società poteva negoziare e produrre. L’idea della vita sociale come protagonista della storia finisce nell’epoca neoliberale con quella che Fukuyama descriveva la “Fine della storia”. Ecco nei tuoi esempi questa “fine della storia” è per molti versi incarnata. Tu dicevi che la governance disassembla la società e la riassembla ma in questo assemblaggio cambia qualitativamente quello che siamo – da popoli a società civile, da soggetti a individui de-soggettivati nella grande catena produttiva globale. Foucault diceva che il liberalismo in realtà è una sorta di naturalismo, perché produce per certi versi una nuova natura nella società. La mia domanda è come è stato possibile un cambiamento qualitativo così pervasivo e invisibile allo stesso tempo?

AD Una delle conseguenze della governance neoliberale è che destruttura il soggetto. In altre parole muoviamo oltre la semplice osservazione dell’alienazione. Il soggetto alienato nella fabbrica fordista obbediva e diceva “va bene faccio questo lavoro anche se non so chi lo comprerà o chi lo consumerà”. Il soggetto destrutturato non sa nemmeno cosa fa durante il suo lavoro. La teoria del management permette al capitale umano di essere impiegato senza neanche sapere a fare cosa. È per questo che il management non sceglie mai i migliori, sceglie sempre i più obbedienti. Il management rincorre continuamente una specie di propensione psichica. Seleziona le persone sulla base di criteri a queste sconosciuti e infine seleziona gli individui più deboli, accondiscendenti o malleabili, perché il punto fondamentale della governance è la responsabilità.

In questo senso l’individuo svolge una funzione ma la maggior parte del tempo la passerà a capire come dimostrare di essere un individuo responsabile e questa è la mediocrazia, il tentativo di capire che cosa desiderano gli altri in modo tale da rispondere ai loro bisogni. In questo senso il lavoro non corrisponde più al tentativo di reprimere i propri pensieri e obbedire agli ordini – una volta c’era il padrone e il lavoratore doveva fare ciò che diceva il padrone e reprimere ciò che pensava. Ora è diverso perchè bisogna voler lavorare, bisogna voler piacere al capo, bisogna voler essere produttivi e bisogna voler continuare a lavorare fino allo sfinimento.

La questione non riguarda solo il tempo del lavoro ma anche il consumo. Il consumo è regolato da una serie di esperti manipolatori, neurologi e esperti di marketing che catturano il nostro cervello senza lasciare spazio al ragionamento.

Non so se conoscete Patrick Le Lay, ex presidente dell’emittente televisiva TF1 che riferendosi alla campagna pubblicitaria della Coca Cola ha dichiarato che lo scopo del suo canale televisivo era vendere all’azienda tempo disponibile del cervello umano. Il suo lavoro in altre parole era un lavoro propedeutico teso a preparare il cervello alla pubblicità più degli altri canali.

Molti canali adesso cercano la modalità per arrivare al cervello senza indurre alcun ragionamento. La stessa cosa vale per gli elettori. I partiti non ci invitano più a ragionare su diversi progetti per la società ma ci vendono dei sentimenti. L’estrema sinistra vende la rabbia; il centro sinistra vende l’indignazione; il centro vende la speranza mentre il centro destra vende l’ansia di andare veloci e l’estrema destra vende l’odio. In ultima analisi siamo invitati a votare attraverso i sentimenti. Noi andiamo a votare per sentimenti e se andiamo ancora più in là vediamo che siamo indotti a comportarci come chiede l’oligarchia.

L’oligarchia finanzia gli esperti le università e produce etichette. Se pensate come l’oligarchia avete dei buoni premi. Se volete che le multinazionali abbiano dividenti più elevati, se volete che i paradisi fiscali siano facilmente accessibili, se volete che l’ecologia non sia nient’altro che marketing, se volete che ci siano meno fondi per i servizi pubblici e meno diritti per i lavoratori, allora sarete moderni, responsabili, razionali, virtuosi. Di converso se vi allontanate da questa visione sarete paranoici, irresponsabili, retrogradi, nostalgici. In questo senso i soggetti sono completamente destrutturati e la controparte di quest’angoscia è il consenso. Il consenso è la parola magica del vocabolario odierno perchè lo scopo stesso della governance è creare consenso tra tutti gli attori attorno alle finalità neoliberali. E la controparte della paura e dell’angoscia che vive il soggetto è la consapevolezza di vivere in un contesto dominato dal consenso.

FC Vorrei provare a calare nel contesto italiano questi concetti e queste suggestioni. Nell’ambito universitario mi colpiscono per esempio alcune frasi che sottendono il tenativo di vendere dei sentimenti o degli immaginari, per esempio si parla spesso di consentire agli studenti di provare l’“eccitazione della competizione” – si vende dunque l’eccitazione a partire da condotte specifiche – la competizione in questo caso. Mi viene in mente un testo di Mark Fisher, autore recentemente tradotto in Italiano dall’editore Nero che ha pubblicato Realismo Capitalista (Nero, 2018) che in un testo molto diffuso parlava del volontarismo magico, “la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere”. Fisher scriveva che il volontarismo magico è l’altra faccia della depressione – quel senso di inadeguatezza che suggerisce che noi siamo gli unici responsabili della nostra miseria e perciò la meritiamo, se non riusciamo a trarre vantaggio da un mondo pieno di opportunità. Le narrazioni di cui stiamo parlando non fanno mai i conti con la materialità della vita, con la disoccupazione, la sottoccupazione, i bassi salari eccetera. In questo senso Fisher si soffermava a osservare i tassi di depressione nella società contemporanea e notava come questi non hanno mai raggiunto picchi così alti come avviene oggi nel mondo occidentale – mi torna sempre in mente una frase di Richard Kadison, capo dell’unità di salute mentale nei servizi sanitari della Harvard University, per il quale lo studente medio nell’anno 2000 aveva lo stesso livello di ansia del paziente psichiatrico medio nel 1950.

AD Stai toccando già l’argomento del mio ultimo libro, Faire l’économie de la haine – Creare l’economia dell’odio, dove si parla della censura e del tipo di censura di cui hai appena parlato. Ci sono quattro tipi di censura, due dei quali li conosciamo molto bene. Il primo riguarda la censura dell’autorità – la forma più esplicita di censura che rimanda a tagli, rimozioni, cancellazioni.

Poi c’è l’altra censura che consiste nell’auto-censura, intesa come strategia legata alla paura di non poter crescere professionalmente o di non poter accedere al mercato del lavoro o alla paura della repressione politica e alla scelta di non dire qualche cosa per evitare tutto questo.

Poi c’è un altro tipo di censura, che rimanda alla nozione di censura di cui parlava Sigmund Freud. Questo tipo di censura non è lontano dall’autocensura ma si produce in modo inconscio. Non si tratta di dire “questa parola che emerge nella mia coscienza non la uso per questi determinati motivi”, il problema è provare malessere ancora prima che questa motivazione possa arrivare al cervello. E cosa spiega questo malessere? Che cos’è che fa provare malessere prima ancora che il malessere possa arrivare alla coscienza? È l’ideologia, è quello che Freud definisce come la moneta nevrotica. La moneta dice tutte le regole che uno deve seguire per avere successo nel suo ambiente.

Nelle università per esempio non si potrà dire che il modello d’impresa è la mafia, si dirà automaticamente che l’impresa ha problemi di governance e questa è una forma di autocensura in quanto la negoziazione tra le parole avverrà in modo inconscio.

Tutto questo per dire quanto potere hanno coloro che scelgono le parole che usiamo a livello sociale, perchè a livello psichico e mentale le parole ci portano a conformarci a certi specifici obiettivi. pertanto all’università dovete avere risultati da vendere nel mercato, non sarete più docenti nè studenti ma degli imprenditori di voi stessi. In questo senso il docente che farà bene la sua ricerca sarà uno stupido mentre chi la farà male avrà risultati eccellenti – inutile dire che non sono mai stato impiegato all’università [ride, ndr].

FC C’è un libro che mi viene in mente e che vorrei citare. La traduzione del titolo in italiano è Social killers. La rivolta dei nuovi schiavi (Isbn Edizioni, 2009). Si tratta di un libro uscito quasi dieci anni fa che racconta la riforma neoliberale degli uffici postali introdotta dall’amministrazione Reagan. L’autore Mark Ames fa un lavoro assai interessante sui personaggi e ricostruisce le ragioni di un fenomeno realmente accaduto negli anni della Reaganomics, quel processo per cui gli impiegati postali un bel mattino si svegliavano e andavano a lavoro con l’AK47 nell’intento di uccidere tutti quanti. Siamo all’inizio di quelle stragi di massa destinate a far parlare di sè negli anni successivi, basti pensare alla manifestazione recente nella quale gli studenti nelle scuole superiori chiedevano il controllo delle armi al suon di Never again.

Nell’epoca di Reagan la violenza diffusa aveva luogo anzitutto negli uffici postali, non a caso il titolo del libro in inglese è precisamente “Going postal”, a indicare una follia omicida che in quegli anni veniva identificata con le poste. Mark Ames descrive i protagonisti, si sofferma nelle loro debolezze e evidenzia come alle narrazioni dominanti che si soffermano sulla follia e le armi facili manchi sostanzialmente una analisi contestuale capace di soffermarsi sul mercato del lavoro. Social killers in questo senso interpreta le stragi di massa che iniziano in quegli anni come una sorta di “rivolta dei nuovi schiavi” indotta dalla riforma della governance introdotta da Reagan negli uffici postali e nella pubblica amministrazione, soffermandosi sul trauma prodotto nel soggetto dalla violenza della nuova cultura aziendale, che Aimes descrive precisamente come una cultura della crudeltà.

Nel mentre si parla tanto di buona governance, di efficienza e di eccellenza ci troviamo di fronte pertanto a forme sempre più esplicite di violenza, a un’epoca di polarità emotive dove, se ci atteniamo a analisi come questa, la narrazione rassicurante dell’epoca neoliberale rimanda a un ambiente di lavoro ostile che talvolta rende impossibile contenere la violenza.

AD Quando si parla di eccellenza si rimanda generalmente alla produzione di una forma assoluta di mediocrità. La mediocrità non richiede necessariamente incompetenza. Non si può confondere la mediocrità con l’incompetenza o l’incapacità. La mediocrità è il livellamento verso la media. Bisogna essere efficienti e capaci di rispondere ai bisogni immediati ma nel contempo bisogna rimanere interscambiabili, pensare come lo script che ci richiedono di incarnare, lavorare all’arrivo della macchina e avere una presenza fisica che è rappresentativa del mondo dell’impresa. Bisogna quindi essere attivamente standard – medi – e attivamente mediocri e qual è il risultato? Sostanze psicotrope, alcolismo, burnout, depressione e la grandissima angoscia sottesa alla distruzione del soggettività di chi lavora.

FC È interessante come la seduzione del discorso dell’eccellenza nasconde sempre un discorso di esclusione perchè in ultima analisi l’eccellenza non rimanda ad altro che al processo politico che pone sempre la barra più alta al punto che molti non riescono più a passare. Mi chiedevo in tutto questo cosa rispondi quando ti trovi a discutere in un dibattito con economisti ortodossi, che a queste parole danno un significato molto diverso?

AD [ride, ndr] È una domanda molto interessante e molto vasta. Il problema dell’economia è che gli economisti si sono appropriati della parola, soprattutto gli economisti ortodossi. L’economia è diventata un pensiero superiore trascendente che è aldilà della politica e dell’etica.

Il problema di tutto questo è una parola, una parola che non si usa più ed è il capitalismo. Se guardiamo a questa parola capiamo che il capitalismo è un regime che permette al capitale di crescere. L’organizzazione della vita sociale consiste nella necessità di permettere al capitale di crescere. Quanto costa permettere al capitale di crescere? Bisogna licenziare un pò di persone, bisogna corrompere un dittatore, bisogna inquinare la terra, bisogna minare la salute di popoli interi, bisogna sprecare ricchezze illimitate, bisogna mentire, manipolare e non ci si pongono queste domande nelle facoltà di economia e commercio.

Nelle facoltà di economia e commercio si fa esclusivamente l’economia dell’odio; si tratta in poche parole di mettere in atto il risultato dell’odio senza provare il sentimento. Sul piano politico non ci chiediamo più perchè bisogna fare tutto questo, non ci poniamo più questa domanda, l’economia attuale cerca di evitare queste domande perchè deve mantenere il consenso.

FC Nelle scorse settimane in Italia si è parlato molto di governo neutrale, un’espressione che richiede, come tu dici, una sorta di consenso alla governance, non a caso in passato non si sarebbe mai accettata una espressione di questo tipo – non esiste un governo neutrale, esiste solo un governo politico, appunto. In questo contesto analisi come la tua aprono spazi critici e talvolta sono precisamente questi spazi a consentire interruzioni nel consenso.

AD È questo che bisogna fare. Dobbiamo restare sempre vigili e organizzare collettivamente qualcosa di completamente diverso. Sviluppare un’altra economia, altre reti, nuovi rapporti sociali.


Immagine di copertina: ph. Andy Hall da Unsplash

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