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27 Febbraio 2017

Lo scontro fra Uber e i tassisti ha generato una confusione vertiginosa di posizioni politiche. Nell’inefficacia delle nostre categorie politiche, sembriamo avere ragioni solo per parteggiare per cause sbagliate: le corporazioni, o le corporation, o uno Stato sempre più illiberale.

Walter White economy: dalla condivisione alla confusione

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Alcune settimane fa delle palme Washingtonia sono apparse in piazza Duomo a Milano, le foglie in cima ai pilastri che sventolavano come manine nel vento freddo di febbraio. La piantumazione è stata finanziata da Starbucks, la multinazionale del caffè che sta per aprire il primo locale italiano poco distante da lì. Lo scrittore Ivan Carozzi ha pubblicato sul Post un’analisi di quell’operazione che vi vedeva una cessione a privati di uno spazio pubblico, per una attività di marketing coperta malamente dai riferimenti a un’estetica internazionale trendy, omologata e stantia, fatta di barbe lunghe e lavagnette e fenicotteri. Non ho condiviso fino a fondo il suo ragionamento, ma mi è parso lucido, mi sono sentito d’accordo. Lo stesso devono aver pensato i militanti di destra che la notte prima hanno dato fuoco a uno degli alberi, o i leghisti che alla sua ombra hanno distribuito banane per contrastare una ipotetica “africanizzazione” d’Italia.

sharing economy, uber

Questa convergenza di sistemi di valori opposti potrebbe sembrare l’avverarsi del vecchio, stupido adagio qualunquista sugli opposti estremismi. Ma in realtà è qualcosa che si sta verificando sempre più spesso, nelle intersezioni fra la politica nazionale dei vari Paesi e gli interessi di aziende in larga misura statunitensi; e forse rivela qualcosa in più che l’allineamento conservatore di alcuni movimenti di frangia sconfitti dalla storia del Novecento.

Le proteste recenti dei tassisti a Roma ne sono un ottimo esempio. I tassisti operano in Italia come una corporazione fondata su un privilegio e un illecito – la manipolazione del mercato tramite l’istituzione di licenze, e la compravendita illegale di queste licenze per cifre altissime. Per difendere questo stato di cose usano violenza e slogan fascisti, e risultano – per un complesso di ragioni al contempo evidenti e disgustose da elencare – ben più ascoltati dal governo di quando scioperano insegnanti o tranvieri, categorie al contempo molto più estese e vastamente più deboli. In quanto italiano che crede nei valori della sinistra, sapevo d’istinto da che parte stare.

Già. D’altro canto, ciò contro cui protestavano – in larghissima misura, Uber – è una multinazionale il cui fondatore dichiara esplicitamente un’ambizione monopolista che è vicino a ottenere; ha un pessima storia di rapporti coi lavoratori – che tratta alla stregua di fornitori esterni, senza dare loro alcuna garanzia – e una cultura aziendale spesso accusata di maschilismo, violenza e omofobia. Anche in questo caso sapevo d’istinto da che parte stare.

La confusione delle mie reazioni rispecchiava quella intorno me. Lo scontro fra Uber e i tassisti ha generato una confusione vertiginosa di posizioni politiche. C’erano moderati democratici che auspicavano l’intervento dell’esercito contro quelli che erano pur sempre degli scioperanti; esponenti della sinistra anticapitalista che difendevano su Facebook persone con i tirapugni e gli slogan di CasaPound; vecchi socialisti che intonavano un peana aynrandiano in difesa di una grande corporation contro una classe di lavoratori. I militanti del Movimento 5 Stelle, nato per promuovere la rivoluzione digitale e abbattere la casta, erano in piazza per proteggere una casta dalla rivoluzione digitale.

sharing economy, uber

Ma la situazione, certo, era più complicata di un semplice scontro fra casta e corporation. I tassisti possono anche essere visti come lavoratori italiani insidiati da un’azienda straniera che mira a scalzarli sfruttando una zona grigia, quando non nera, della legge. D’altro canto Uber – specialmente nella forma di Uber Pop, la app che permetteva a chiunque di fare da autista – può anche essere vista come un fornitore di servizi a prezzi minori, e quindi più accessibili, e una possibilità di lavoro (o di secondo lavoro) per i moltissimi disoccupati o sottoccupati in Italia. Quando vivevo a Torino ho usato spesso quel servizio, nel suo periodo di attività, e molti conducenti erano licenziati Fiat senza lavoro da anni.

Gli schieramenti non collimano con le categorie con cui siamo abituati a ragionare.

In una situazione simile, di recente il senato di Berlino ha imposto regolamenti molto stretti a chi metteva a disposizione un alloggio con AirBnb, per contrastare l’impennata dei costi degli affitti in città. Così facendo, ha fatto perdere la casa a molte persone che, ormai, potevano permettersela solo subaffittando una stanza o un divano tramite AirBnb. Il successo di aziende come Uber ed Airbnb sembra annunciare un futuro prossimo in cui le condizioni del lavoro in gran parte dell’occidente saranno dettate da plutocrati californiani riusciti ad accaparrarsi – grazie a un’idea, al tempismo e un espansionismo sanguinario – un diritto di dazio elettronico su scambi fisici che un tempo sarebbero stati regolati dai governi o dagli individui coinvolti.

Chi difende aziende di questo tipo sottolinea che solo loro si stanno dimostrando abbastanza forti da incrinare i privilegi acquisiti e le distorsioni del mercato; e che la violenza con cui lo fanno produce grandi vantaggi per i consumatori, anche in casi – come quello di Amazon – in cui una posizione effettivamente quasi monopolistica potrebbe prestarsi a degli abusi. Nel fatto che questi non si verifichino vedono una conferma dell’equivalenza fra abbassamento dei prezzi e democratizzazione, e una prova dell’efficienza della competizione di mercato.

Ma come mostra il caso di Amazon, il modello di business di questi nuovi colossi non prevede di sfruttare il monopolio ai danni dei consumatori, con un innalzamento di prezzi; piuttosto, il modus operandi sembra essere di avvalersi della posizione dominante per comprimere i fornitori, imponendo condizioni sempre più svantaggiose per il privilegio di accedere a una porzione via via più grande di mercato. È ciò che fa Amazon con gli editori, e ciò che fa Facebook con i giornali, e sembra essere ciò che si avvia a fare Uber con gli autisti che vi lavorano. Ultimamente, AirBnb ha modificato il funzionamento della sua piattaforma di modo da penalizzare (con meno visibilità, quindi meno soldi) i padroni di casa che non accettano il meccanismo di booking automatico che permette ai viaggiatori di prenotare casa loro, a distanza, senza bisogno di approvazione.

D’altro canto, i meccanismi politici degli stati si stanno dimostrano poco in grado di regolare questi fenomeni, che non tengono conto dei confini nazionali; e i vantaggi che sono in grado di portare (risparmi, o redditi collaterali) risultano nell’immediato particolarmente attraenti in un momento di crisi economica prolungata. Le uniche risposte che può offrire l’attrezzeria politica novecentesca – sostanzialmente tasse e divieti – risultano inutili, o controproducenti o illiberali, come l’idea di contrastare il problema reale delle fake news con un’agenzia ministeriale per la verità.

Nell’inefficacia delle nostre categorie politiche, sembriamo avere ragioni solo per parteggiare per cause sbagliate: le corporazioni, o le corporation, o uno Stato sempre più illiberale.

Di queste, io non so quale scegliere. Per pigrizia e per risparmiare ho usato molto il servizio più economico di Uber, quando era legale; per le stesse ragioni per cui affitto casa con AirBnb e faccio molti acquisti su Amazon. Adotto qualche comportamento di resistenza – i libri di editori italiani li compro in libereria, e qualche mese fa sono uscito da Facebook. Ma come la decrescita o il vegetarianesimo, mi rendo conto che queste auto-moderazioni non saranno mai una soluzione applicabile su vasta scala, non per come le cose sono ora. Le soluzioni su vasta scala, però, continuano a sembrarmi peggiori del problema.

Ho pensato a Breaking Bad, seguendo lo scontro fra i tassisti e Uber.

La serie televisiva Breaking Bad deve gran parte della sua oscura attrattiva e del suo successo alla confusione che genera nelle categorie cognitive degli spettatori. Il protagonista, Walter White, viene presentato attraverso tutte le convenzioni usate nel cinema per definire i personaggi positivi. È vittima di una serie di ingiustizie; è debole fra forti; è animato da intenzioni altruiste e pure. Anche visivamente – nel calore delle inquadrature, nella composizione della scena – il suo personaggio è mostrato attraverso i codici associati alla figura dell’eroe.

shairng economy, walter white

Naturalmente, man mano che la serie va avanti appare evidente che non lo è – è un assassino egoista, inebriato dalla conquista del potere. Ma tanto forti sono le associazioni del primo momento che fino all’ultimo lo spettatore resterà legato a quella figura, tifando per un personaggio che pure sa essere “cattivo”. Non è un atteggiamento irrazionale: è che lo spettatore interpreta ciò che vede in base a categorie che l’esistenza stessa di Breaking Bad sancisce come superate.

Proiettando la mia analogia sullo scontro politico di questi giorni, non so chi fra Uber e i tassisti rappresenti Walter White. Nelle ultime puntate della serie, in preparazione dell’inevitabile morte del protagonista-antieroe, gli sceneggiatori gli fanno compiere un’escalation di efferatezze che dipana la confusione di categorie, e lascia lo spettatore senza più dubbi su dove schierarsi.

Non mi sembra una via d’uscita auspicabile, ma al momento non ne vedo altre.

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