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17 Maggio 2018

Il mosaico del Welfare, una transizione ancora incompiuta

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La seconda delle nostre brevi conversazioni sulla ricerca di valore (qui la prima – ndr) è un tentativo d’interpretazione del grande mosaico del welfare che oggi assume tinte opache e tratti maldestri, frutto della transizione tutt’ora incompiuta dallo stato sociale (o welfare state), ad una società di welfare, con quindi il naturale potenziamento del principio di sussidiarietà e di una responsabilità condivisa da tutti gli attori. Come nell’arte musiva, che sfrutta la combinazione di frammenti dissimili per riprodurre un disegno finale, i sistemi di supporto sociale sono il prodotto di un’interdipendenza sistemica tra nodi locali, regionali, nazionali e sovranazionali, dove i risultati a volte chimerici sono di difficile lettura causale e sfuggono a qualsiasi tentativo riduzionista.

La parola welfare suscita solitamente contrastanti emozioni nel lettore. Il welfare, o stato sociale, o ancora stato assistenziale come spesso viene tradotto dall’ inglese, è quel sistema normativo con cui uno stato persegue finalità di supporto al cittadino e di riduzione delle disuguaglianze sociali. Attualmente, tali politiche continuano a rappresentare una strategia di successo per l’Unione Europea, nonostante le crepe che ne minacciano la solidità complessiva. La trasformazione dell’architettura sociale ed economica del continente provoca forti pressioni sul sistema sociale Europeo.

Secondo il rapporto Ocse del 2016, al netto di un aumento generalizzato della spesa pubblica in tutti i paesi membri dell’Unione dopo la recessione, l’allocazione di tali risorse è fortemente condizionata dalla crescita della popolazione over 65, che assorbe spesso più della metà delle disponibilità, come nel caso italiano. Infatti, a fronte di una spesa pubblica sociale pari quasi al 28,6% del PIL, più del 16,4% è dedicato alle politiche pensionistiche. Questo dato assume tinte grigiastre se affiancato ad un irrilevante sforzo di sostegno alla famiglia, alle disuguaglianze di reddito (che ulteriormente persistono con il modello pensionistico attuale), alle infrastrutture scolastiche e alle politiche per la casa (Mattia Salvi, Ottobre 2016). Un ulteriore motivo di preoccupazione è rappresentato dalla riduzione della contribuzione fiscale lavorativa al netto di un aumento di soggetti dipendenti dai benefici sociali (Lieve Fransen, Gino Del Bufalo & Edoardo Reviglio, 2018).

Nuovi modelli e strumenti (vedi Appendice 1) sono quindi necessari per comprendere le evoluzioni dello stato di benessere e far fronte alle sfide contemporanee. Molti degli stati membri stanno percorrendo, per necessità o come naturale transizione, differenti percorsi per rispondere alle complessità attuali. In questo senso, la decentralizzazione e la co-creazione di servizi di welfare adatti alle necessità locali sembra essere una soluzione emersa più per necessità che per scelta politica, creando nuove alchimie per il raggiungimento del bene comune. Come spiegato da Paolo Venturi, molti degli stati membri sperimentano nuovi modelli assistenziali, muovendosi lentamente verso schemi decentralizzati. Ancora oggi, il welfare state è un sistema basato sulla redistribuzione, dove lo Stato preleva risorse ai cittadini tramite tassazione, erogando cosi servizi di supporto. Un sistema integrato e decentralizzato di welfare society (o welfare community), invece, enfatizza il principio di sussidiarietà circolare, coinvolgendo cittadini e attori locali nella creazione e produzione di servizi sociali. Questo panorama composito e diversificato “supera cosi la dicotomia pubblico-privato (ovvero Stato-mercato) aggiungendovi una terza dimensione, quella apportata dai beni e servizi generati dai soggetti privati, che però svolgono una funzione pubblica” (Paolo Venturi, Gennaio 2018).

Nuovi soggetti ibridi (vedi Appendice 2), con marcata vocazione comunitaria, attivano esperimenti di co-creazione di servizi per sodisfare le esigenze del singolo e il bene comune. Questi oscillano nel bacino d’identità del terzo settore, tra operatori culturali, nuova industria creativa, innovatori sociali, ed economie partecipative, muovendosi tra la solitudine delle aree dimenticate e l’innovazione dei modelli d’impresa culturale e sociale. Esse nascono collaborative per vocazione e il loro legame con le comunità di riferimento ne costituisce la prospettiva di senso e la costruzione di valore; all’interno di questa prospettiva ricercano innovatività negli strumenti e nelle modalità di creazione di valore per la propria comunità, apportando un sostanziale contributo alla pianificazione e produzione di servizi sociali e sganciandosi cosi da una dinamica di mera dipendenza statale che li rendeva semplici erogatori.

La produzione localizzata e decentralizzata di servizi per la comunità presuppone in se la partecipazione nella creazione di tali servizi, la condivisione delle esigenze e la dislocazione delle competenze. I nuovi esperimenti d’impresa sociale e culturale fungono cosi da facilitatori del bene comune e della consapevolezza di una responsabilità diffusa per il raggiungimento di un equilibrio singolo-comunità. Sfruttando il principio di sussidiarietà circolare, le nuove organizzazioni indipendenti, lavorando con e per il capitale sociale, concorrono, con gli attori del territorio, allo svolgimento delle funzioni pubbliche per il raggiungimento di una condizione di benessere minima condivisa. Il processo di decentralizzazione cosi potenzia il coinvolgimento del cittadino e supporta lo sviluppo di nuove forme di esercizio della sovranità.

Le imprese del terzo settore cosi hanno la possibilità di passare da semplici erogatori di servizi a costruttori di un modello di società inclusiva e sostenibile, in grado di promuovere un impatto sociale capace di raggiungere anche coloro che si trovano ai margini della società, con la consapevolezza che è nell’interesse di tutti, anche degli investitori finanziari, fare in modo che la ricchezza sia meglio distribuita.

L’incentivo per una struttura decentralizzata del welfare può quindi essere promosso dall’integrazione coerente e costante di metodi di valutazione dell’impatto sociale. Questi ultimi, infatti, presuppongono due condizioni d’essere che ne validano il contributo per una modellizzazione circolare del welfare: da una parte, la valutazione dell’impatto sociale, seppur nel lungo periodo, rappresenta una documentazione integrata di creazione di valore sociale sugl’investimenti ora sopiti; dall’altra, la valutazione centralizza la costruzione di valore di tali organizzazioni e ne fortifica le modalità circolari.

La valutazione dell’impatto sociale cosi si configura come un inaspettato alleato per la proposizione di un modello decentralizzato di welfare e il potenziamento di soluzione locali ad esigenze altrettanto periferiche. Un sistema che promuove la disseminazione e la proliferazione di approcci pluralistici ed eterogenei, basati su micro-complessità di mosaici locali, agevola la biodiversità naturale dei sistemi umani e la creazione di un’immagine comune basata su frammenti non omogenei. Il no-profit deve essere in grado di tracciare e comunicare tale pluralità e complessità facendo pressione verticale verso il sistema centrale, lavorando in maniera circolare sulle comunità locali, e promuovendo una cultura lungimirante.

Il terzo settore si assumi quindi la responsabilità propositiva di una strategia e di una strumentazione in grado di documentare e valorizzare il valore sociale e, più in generale, intangibile creato, comunicandolo in maniera costante, al fine di supportare operatività decentralizzata, investimenti ad impatto sociale, ed esigenze locali.


Immagine di copertina: ph. Deva Darshan da Unsplash

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