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25 Settembre 2019

La quotazione in borsa di WeWork racconta la crisi dell’immaginario californiano

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Il 2019 è già stato un anno attivo per le IPO delle società tecnologiche statunitensi. Se da un lato aziende come Fiverr, Zoom e CrowdStrike hanno visto salire il valore delle proprie quotazioni, dall’altro lato unicorni come Uber e Lyft hanno deluso le aspettative.

Tra le IPO che suscitano maggiore attesa c’è sicuramente quella di WeWork (nota come The We Company) soprattutto dopo la decisione di rimandarla di alcune settimane. Fondata nel 2010 nel quartiere di SoHo a New York da Adam Neuman, Rebeka Neuman e Miguel McKevley, WeWork è una società americana che fornisce spazi di lavoro condivisi. Nei suoi nove anni di vita è cresciuta rapidamente comprendendo 528 sedi in 111 città e 29 paesi.

Tuttavia, David Trainer su Forbes ha etichettato questa IPO come ‘la più ridicola e la più pericolosa’. L’articolo, che analizza le performance della società, mostra come WeWork non sia un business economicamente sostenibile. Nel 2018 l’azienda ha registrato perdite per circa 1,9 miliardi di dollari a fronte di 1,8 miliardi di fatturato con una perdita di capitale di circa 219.000 dollari l’ora. Una delle cause che gli esperti hanno addotto alla mancanza di profittabilità riguarda il business model che viene inquadrato come leasing d’ufficio. Un modello non propriamente ‘radical disruptive’.

Da un lato, WeWork affitta per lunghi periodi da società terze grandi ambienti di lavoro che sono poi trasformati in coworking. In questo modo si cercano di contenere i costi di locazione. A sua volta, l’azienda di Adam Neuman offre postazioni condivise a prezzi più alti che sono giustificati da una serie di servizi aggiuntivi come gli eventi di networking, il supporto tecnologico e l’accesso alla rete di esperti e professionisti.

Il profitto di WeWork sta, quindi, nel differenziale tra affitti di lungo periodo e affitti di breve periodo.

Questo modello funziona solo durante i periodi di espansione economica, quando le società hanno bisogno di uffici. WeWork è stata in grado di capitalizzare la richiesta di una vasta gamma di attori economici come i freelance, gli startupper, i designer e i digital marketer che hanno bisogno di una scrivania per le loro attività. Ma, nonostante la crescita del mercato, la società è in perdita. La mancanza di profittabilità di WeWork ricorda la più recente IPO di Uber.

I manager della piattaforma con base a San Francisco hanno dichiarato che ‘le spese operative sarebbero aumentate in modo significativo nel prossimo futuro’ e che Uber ‘potrebbe non raggiungere mai la redditività’. L’insufficienza delle performance economiche è motivata dai manager con la necessità di ‘bruciare cassa’ per espandersi verso nuovi mercati.

La visione strategica non è quella di competere con altri attori ma bensì di creare un monopolio, cosi come recita uno dei mantra della Silicon Valley, pronunciato nientepopodimeno che Peter Thiel: competition is for losers.

L’assenza di profittabilità è giustificata dalla promessa di una posizione di controllo nel mercato futuro. Solo in questo tipo di regime economico aziende come WeWork possono generare profitti. Una promessa che, come i manager di Uber hanno fatto ben notare, potrebbe non realizzarsi mai.

Allora, com’è possibile che un’azienda non profittevole come WeWork, il cui business model non è certo innovativo e che si basa su una promessa futura di sostenibilità, abbia raddoppiato il proprio valore da 20 a 47 miliardi di dollari dopo l’ultimo round di investimento di SoftBank (per poi ritornare ad una valutazione inferiore dopo aver deciso di rimandare l’IPO)? Quali sono le metriche, gli asset e i benchmark che gli investitori utilizzano per misurare il valore di una compagnia?

Il dibattito generato su questo caso ha prodotto diverse analisi. Alcuni esperti si soffermano sul valore immateriale del brand o sul piano di acquisto e non di affitto degli immobili da trasformare in coworking. Altri sul valore aggiunto in termini di intelligenza collettiva prodotta nei coworking o più semplicemente sulle capacità di self-branding dell’eccentrico fondatore. Tuttavia, le dichiarazioni degli investitori e del founder conducono ad un altro tipo di riflessione.

Lo scorso 14 agosto, WeWork ha presentato i documenti necessari per l’IPO. L’introduzione recita: ‘Dedichiamo tutto questo all’energia del noi — più grande di ognuno di noi, ma dentro tutti noi’. Il fondatore ha rimarcato la relazione tra valutazione e dimensione spirituale della sua società anche in un’altra occasione a Forbes, affermando: ‘La nostra valutazione e le nostre dimensioni oggi sono basate molto di più sull’energia e sulla spiritualità che su un qualsiasi moltiplicatore di fatturato’.

Ma questo non dovrebbe stupire considerando il fatto che la loro mission è ‘elevare la coscienza del mondo’. WeWork non è solo una società che vuole generare profitti ma il suo intento dichiarato è quello di migliorare il mondo attraverso il mercato, cosi come prescritto dall’Ideologia Californiana. ‘Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo’ o ‘Il futuro non è ancora stato scritto’ sono solo alcune delle frasi motivazionali che campeggiano nei co-working.

L’economia startup ha offerto ai giovani che non riescono a trovare un lavoro nelle corporation non soltanto la possibilità (spesso delusa) di garantirsi un reddito, ma anche una forma di salvezza dall’incertezza esistenziale del presente. L’hype generato dall’esplosione delle startup del Web 2.0 ha promosso la visione di un nuovo sistema socio-economico in cui le tecnologie digitali avrebbero migliorato la vita delle persone. Questo immaginario ha permesso agli attori economici di agire nel presente come se questo potenziale futuro fosse reale attraverso ‘fictional expectations’ (aspettative fittizie) (Beckert, 2016) nonostante il grande grado di incertezza.

Questo meccanismo è utilizzato anche dagli investitori che ipotizzano alcuni scenari possibili e cercano di capire se le idee proposte dalle startup possono avere senso in quegli stessi futuri. In altre parole, il valore d’uso dei prodotti e servizi viene creato attraverso l’immaginario che opera come un ‘collective calculative device’ (dispositivo di calcolo collettivo) (Callon, 1998). In questo modo specifiche forme di razionalità possono operare, ma gli immaginari sono molteplici, diversi e possono competere l’uno con l’altro: vi è quindi bisogno di continue pratiche di rinforzo.

Questo è il ruolo dei ‘frame makers’ (Beunza & Garud, 2007). Gli startupper di successo, gli incubatori, le società di consulenza o le stesse business competition sono alcuni degli attori e dei momenti che intervengono in questo processo. La creazione del monopolio, quindi, avviene innanzitutto attraverso la colonizzazione dell’immaginario futuro. Le narrative operano come regimi di giustificazione del valore (Boltanski & Thévenot, 2006). Produrle e gestirle significa controllare in che direzione i capitali finanziari devono dirigersi.

Se si opera all’interno del frame dell’economia startup, quindi, non appare irrazionale ricevere round di finanziamento e valutazioni elevate anche se si è in perdita. Gli investitori sostengono il processo di materializzazione di un potenziale futuro in cui avranno una posizione di dominio. Per questo motivo sono disposti a supportare con somme ingenti le startup non economicamente sostenibili.

Questa è la strategia di SoftBank: sostituirsi all’IPO. Il fondo giapponese finanzia le proprie società anche se non profittevoli finché non riusciranno a creare un monopolio in uno dei potenziali futuri. Ovvero, SoftBank cerca di rimandare quanto più è possibile questo momento.

Questo perché l’IPO rappresenta un banco di prova sia delle performance economiche ma soprattutto dell’immaginario e delle pratiche di valutazione dell’economia startup. Come considerare razionali le parole del founder di SoftBank Masayoshi Son che ha dichiarato che per valutare una società deve ‘sentire la forza’.

Questa motivazione indirizza le scelte di finanziamento di uno dei più grandi fondi di investimento al mondo. Finché si opera all’interno del frame dell’economia startup, le valutazioni sono percepite come giustificabili e razionali. Quando una società che appartiene al mondo startup/digital come WeWork (che si definisce un’azienda tech) deve operare in un altro sistema di valore, allora emerge l’irrazionalità delle pratiche e delle valutazioni. Il confronto tra i due frame che si manifesta nell’IPO produce una crisi del regime di verità (Foucault, 1977) in cui opera l’economia startup.

Il fallimentare IPO di Uber e quello probabile di WeWork, quindi, non possono essere spiegati considerando solo metriche oggettive come asset, piano di sviluppo o performance economiche. Ma questi casi vanno riletti alla luce della più ampia crisi dell’immaginario della Silicon Valley e delle sue pratiche di misurazione del valore.

*Queste riflessioni sono contenute nella pubblicazione del mio lavoro di ricerca sull’economia startup: Luise, V. (2019) Le forme dell’innovazione nell’Ideologia Californiana. Le retoriche, i modelli e le trasformazioni dell’economia startup, Milano: Egea.

Bibliografia

Beckert, J. (2016). Imagined futures. Fictional expectations and capitalist dynamics. Cambridge and London: Harvard University Press.

Beunza, D., & Garud, R. (2007). Calculators, lemmings or frame-makers? The intermediary role of securities analysts. The sociological review, 55, pp. 13-39.

Boltanski, L. & Thévenot, l. (2006) On Justification: Economies of Worth. Princeton: Princeton University Press.

Callon, M. (1998). The Laws of the Markets. Blackwell Publishers: Oxford.

Foucault, M. (1977). The Political Function of the Intellectual. Radical Philosophy, (17), pp. 12- 14.

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