Agency di William Gibson, la solitudine connessa del nostro presente prossimo venturo

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1984/1988
William Gibson pubblica la trilogia dello sprawl.
Termina la guerra fredda, l’occidente ha vinto.

1993/1999.
William Gibson pubblica la trilogia del Ponte
L’ultima decade del secolo XX termina ubriaca d’ ottimismo. Si parla di fine della Storia. Dalle rovine della cortina di ferro l’occidente viene invaso da un esercito di stelle del porno, la prima generazione di attrici hard distribuita dalla rete. S’investe in azioni dot.com sempre più gonfie. Internet promette libertà.

A presagire che quella stagione volge al termine gira voce che un problema, squisitamente tecnico, causerà grandi problemi. La notizia si diffonde sulla rete e riverbera sui mezzi di comunicazioni più antichi, il medium digitale contamina quello analogico dando esiti imprevedibili, non era mai successo. Lo chiamano Y2K o Millenium Bug. Un banale errore di programmazione impedirà agli orologi dei sistemi informatici di scrivere, correttamente, le date dopo il 31 Gennaio 1999. La neonata ma già pervasiva infrastruttura digitale impazzirà. L’apocalisse o comunque uno dei segni della fine del tempo.

Nel sottobosco millenar-complottista dei bulletin board dediti al Y2K, in quel umidità elettronica fatta di paranoia, fantascienza scadente, ignoranza, politica emotiva e realtà insopportabile, si fa le ossa chi darà vita a John Titor.

2000/2013
La mattina del primo Gennaio 2000 la guerra termonucleare causata da una moltitudine di computer disfunzionali non è scoppiata. Qualcuno accende il proprio terminale temendo non vada, invece quello strano miracolo si ripete. Fatto salvo per alcune eccezioni tutto è tranquillo. John Titor compare il 2 Novembre 2000 con un post su un forum, sostenendo di venire dal futuro, e scompare il 24 Marzo 2001 lasciando dietro di se innumerevoli predizioni, tutte fallaci. Il viaggiatore del tempo si accredita inoltre, in maniera velata, come colui che ha risolto, grazie ad un suo intervento nel passato, il Y2K. L’undici Settembre 2001 il mondo esplode.

Williamo Gibson sta scrivendo il suo nuovo romanzo, ha deciso che non sarà di genere fantascientifico. Il suo primo tentativo di scrivere del reale crolla insieme alle Torri Gemelle. L’indescrivibile è accaduto. La realtà costringe lo scrittore a buttare tutto il lavoro e a ricominciare. Da qui nasceranno tre romanzi conosciuti in Italia come il ciclo di Bigend.

2014
William Gibson pubblica The Peripheral (Inverso, Mondadori 2017), una storia di viaggi nel tempo resi possibili da un server cinese capace di far viaggiare i dati su e giù per la linea temporale. Ogni volta che il futuro contatta il passato la linea si biforca e il passato genera un nuovo universo cha ha davanti a se un futuro inedito, sembra quasi di rileggere le spiegazioni sui paradossi temporali che John Titor dava ai suoi fedeli. Appare evidente che Gibson non solo conosce bene l’affaire Titor ma che ne ha anche studiato i risvolti più interessanti, quelle radici sembrano prefigurare la parte più oscura di internet, quella dove oggi sguazzano felici le psywar e le psyop.

2015-2019
Hilary Clinton perde le elezioni, lo scandalo Cambridge Analytica viene alla luce.

William Gibson sta scrivendo Agency, seguito di The Peripheral. Le due linee temporali su cui corre il romanzo sono: il futuro, quello di chi è capace di viaggiare nel tempo (lo stesso universo del precedente) e il presente. Dopo l’ascesa di Trump lo scrittore avverte nel suo scritto un senso di inadeguatezza. Il suo lavoro finisce nel cestino e ricomincia.

2020
Il 21 Gennaio 2020 è uscito l’ultimo romanzo di Gibson che conserva il titolo di quello fallato dall’elezione di Trump, il presente del romanzo è ambientato in una realtà in cui la Clinton ha vinto. Ho letto il romanzo prima della grande epidemia e questo pezzo è stato riscritto più volte durante e dopo le fasi più severe della quarantena, non vi nascondo con un certo disagio e una certa tristezza.

Gibson è uno degli ultimi grandi pensatori dell’epoca moderna, fu lui ad intercettare due programmatori parlarsi una mattina, agli albori dell’informatica di massa, e ad accorgersi che trasformavano un nome in un verbo (interfaccia, interfacciare/interfacciarsi). Da questa illuminazione, la storia della nostra civiltà è la storia di idee/nomi che diventano verbi, costruì un’impalcatura estetica che cambiò via via il paesaggio della fantascienza mentre il linguaggio tecnico cambiava il nostro mondo fino a rendere i due universi combacianti.

Viene in mente l’ossessione di Rimbaud per la manualistica di fine ottocento, sua unica lettura smessa la maschera da poeta e indossata quella d’avventuriero, come se la lettura di quelle informazioni tecniche potessero renderlo pienamente padrone del mondo nuovo che stava germinando sotto i suoi passi. Un mondo costruito sulla tecnica e sul linguaggio che la controlla, chi ne conosce l’essenza ha pieno potere.

Gibson ha osservato la nascita del web con un occhio allenato dall’immaginazione, ne aveva sognato e scritto prima e durante la sua nascita e con questi ultimi romanzi ne arriva a svelare, grazie alla metafora del viaggio nel tempo, tutta la forza distorcente.

Quel terreno incolto degli albori, una libera infinita frontiera che ci ha fatto scorgere un’utopia possibile, è stato presto colonizzato dal potere. I campi sono stati delimitati dal denaro, l’infinito in potenza è stato finito da barriere e costrizioni. Un volta costruito e formato lo status quo è stato possibile usare questo apparato per normare gli individui. Addirittura siamo diventati programmabili a piacere. I cattivi descritti da Gibson proprio questo fanno: arrivano nel passato e deformano la realtà a loro piacimento, semplicemente inserendo dati nella rete. Al di fuori di queste potenti metafore Gibsoniane, chiuse le pagine del libro, il nostro sguardo si ferma sulla mondo circostante e si ritrova, raggelando, nello stesso ecosistema informatico rivelato dallo scrittore. Ancora una volta Gibson è riuscito a rappresentare il circostante, l’immediato e quel tot di futuribile che sta dentro lo zeitgeist con incredibile sintesi.

Se continuiamo a camminare con Rimbaud arrivati ai Passages di Benjamin dobbiamo tornare indietro per avvicinare Baudelaire e incontrare Poe e il suo: Uomo della folla. Sono proprio due scrittori di “robaccia”, quindi, a passarsi il testimone tra due epoche.

Uno, Poe, cantò la meraviglia e l’orrore della nuova realtà moderna usando l’immagine del fiume umano dentro la città, l’altro, Gibson, ci descrive per primo il vuoto che la civiltà generata da quella realtà si sta lasciando dietro. Il Jackpot, così lo chiama lui, è una lenta estinzione che in qualche maniera riusciremo a fermare solo quando ormai l’ottanta per cento di noi umani sarà scomparso. Le ragioni della fine non sono mai completamente rivelate lasciando il lettore responsabile di una interpretazione. La moltitudine di corpi è scomparsa. Le immagini delle nostre città senza persone per colpa del Covid-19 risuonano con ferocia. La Londra del futuro viene descritta come una città vuota dove l’architettura (Benjamin) è protagonista nel deserto, incubo di sorda materia, e non più quinta teatrale e proiezione per l’uomo nuovo.

Intanto nel presente tratteggiato nel romanzo esiste la prima intelligenza artificiale degna di questo nome, o meglio esiste quell’idea che ormai ci siamo fatti, o ci è stata imposta, di come dovrebbe essere questa tecnologia: Un versione migliore dell’uomo senza quell’affare ingombrante che chiamiamo corpo. Poco deve importare ai protagonisti che per arrivare a qualche cosa di simile a quel risultato, cioè dare un simulacro di anima al mero computo, si debba giocare ai novelli negromanti.

Anima e corpo sono concetti che si inseguono dentro alle righe di Agency. La scrittura si è fatta secca, non viene dato molto spazio alle immagini, tutto pare asservito all’urgenza del messaggio che l’autore nord americano vuole passarci. Non dobbiamo stupire felici davanti a nessuna descrizione, l’incanto dell’immaginazione lo troviamo solo in qualche dosato passaggio ma serve a rendere più duri i chiodi che trafiggeranno il lettore attento. Il fato terribile di chi abita il futuro è la sua impotenza: Si può viaggiare a ritroso nel tempo ma non è possibile cambiare il proprio destino per quanto terribile questo possa essere. Il fato di chi abita il presente sta tutto nella sua potenza: nominare, comprendere e programmare/immaginare la nuova epoca e agire dentro di essa per il bene prima che sia troppo tardi.

Siamo Sempre più soli, costantemente collegati gli uni agli altri, in un ossimoro desolante. Saranno i nostri corpi-anima a vivere la solitudine della fine o la gioia dell’inizio.

Note