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23 Marzo 2020

Come Internet sta cambiando il modo di trasmettere la cultura, intervista a Giorgio Zanchini

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In questi giorni di spaesamento ristretto, rinchiusi e avvitati nei nostri domicili cerchiamo un po’ di conforto affacciandoci alle nostre finestre che siano reali e aperte sul silente paesaggio urbano o che siano schermi che trasmettono in streaming tv, cinema e curiosità dagli archivi open di tutto il mondo.

Qualche settimana fa è uscito in libreria un piccolo, denso e importante libro: La cultura orizzontale (Laterza), in cui gli autori Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini indagano la trasformazione del consumo come della trasmissione culturale nel nostro Paese.

Abbiamo così incontrato, o meglio contattato Giorgio Zanchini, giornalista, conduttore di Quante storie su Rai3 e di Radio anch’io su Rai Radio1 oltre che autore di un romanzo tra i più interessanti e preziosi usciti quest’anno, Sotto il radioso dominio di Dio (Marsilio).

Quali cambiamenti determinerà il Covid-19 per il mondo della cultura italiana? Quali le prospettive possibili?

La risposta mi sembra oggi difficilissima, sappiamo ancora troppo poco su come evolverà l’emergenza, sulle trasformazioni che porterà. Provo a indicare tre fenomeni che mi paiono già percepibili: una crescente digitalizzazione del lavoro, con investimenti corposi nello smart working – senza scordare che per una buona fetta delle generazioni più giovani questo è già realtà da molto tempo -; un processo di verticalizzazione del lavoro, almeno quello informativo, forse meno quello culturale.

Nelle redazioni in questa prima fase sono restati soprattutto i vertici, il che significa che si attenua lo spazio per la discussione e si incrementa quello della decisione verticistica, veloce, teoricamente efficiente. È un fenomeno rischioso, e mi sembra quasi superfluo spiegare perché; a proposito di rischi, una tentazione che potrebbero avere gli editori e più in generale i datori di lavoro è convincersi che si possa fare la stessa cosa con meno persone, e anche qui mi pare evidente la perdita alla quale andremmo incontro.

Come orientare la probabile riorganizzazione della cultura? Cosa manca e cosa sarà davvero urgente atttivare?

Rispondo qui in modo volontaristico e ottimistico con l’ultimo punto che avrei voluto aggiungere alla risposta precedente. Forse è prematuro e superficiale dirlo, anche perché siamo nella prima fase della crisi, quella dello slancio, della solidarietà, della condivisione, ma mi pare che quell’impressione di unità, di sforzo comune, di messa in comune di tutto, a cominciare dalle idee, dagli spettacoli, dagli incontri, non possa essere cancellata quando le cose torneranno come prima.

Il lavoro culturale avrà bisogno, come se non più degli altri settori, di aiuto, sussidi, coperture

Si accentuerà credo la dimensione della condivisione, dell’accessibilità, della prestazione gratuita. E tuttavia sarà inevitabile fare i conti con due grandi problemi: sarà un Paese più povero, che dovrà fronteggiare anni difficili, e bisognerà comunque ragionare sulla retribuzione del lavoro culturale, che avrà bisogno, come se non più degli altri settori, di aiuto, sussidi, coperture.

Quale il ruolo di quello che lei definisce con Giovanni Solimine La cultura orizzontale?

Secondo me in parte lo stiamo vedendo durante questa spaventosa crisi del covid19. La comunità è molto più aperta, permeabile, eternamente connessa, e il singolo è perennemente a caccia – o cacciato da… – di notifiche, video, meme, esperienze, letture e a sua volta perennemente attivo, nell’immettere notifiche, nel viralizzare, nel raccontare se stesso, le proprie giornate, le proprie idee.

Pensiamo a cosa sarebbe accaduto trent’anni fa. Comunicazioni dall’alto attraverso la televisione e la radio, condivisione attraverso i giornali, e poi ognuno chiuso nelle sue case a parlare tutt’al più coi propri familiari e al telefono con qualche amico. L’orizzontalità in questo momento ci sta salvando, sta rendendo potenzialmente ricchi persino gli arresti domiciliari. La cattività casalinga ha aguzzato ingegni e stimolato creatività e generosità. Sono infiniti gli esempi di pratiche culturali comuni, dalla cucina, alle lezioni partecipate, ai club di lettura e pittura, ai tanti artisti e maestri che dedicano molto più tempo ad attività in comune.

Si diceva, con l’avvento di internet che il mondo della cultura era ormai tutto diverso. Ora un altro cambiamento ci costringe a ripensarlo, quali opportunità? Quali strumenti abbiamo sottovalutato e che forse ora possono risultare utili?

Io per ora vedo più le opportunità dei rischi, almeno in questa prima fase. La rete ha cambiato tutto e ha cambiato in modo radicale produzione e fruizione della cultura. In questi giorni mi pare che si stia assistendo ad una sorta di conversazione ininterrotta, molto più aperta e policentrica rispetto al mondo di ieri.

L’orizzontalità ci sta salvando, sta rendendo potenzialmente ricchi persino gli arresti domiciliari

Oggi ciascuno di noi ha la possibilità di sottoporre a verifica quello che viene affermato, di cercare da mille fonti le notizie, di confrontarlo con le reti con le quali è in costante contatto. C’è però un ma che vorrei insinuare. Ho l’impressione che la conversazione ininterrotta, il bisogno di stare sulla rete, inserirsi, cercare, dialogare, sottraggano tempo alle attività classiche dell’apprendimento culturale – in primis la lettura di libri -, da quello che leggo e sento persino gli scrittori non riescono a leggere e scrivere. Ma la situazione è eccezionale, quindi vedremo tra un po’.

In questi giorni assistiamo ad un picco degli ascolti Tv  dimostrando che in un paese come l’Italia ancora vincolato a limiti strutturali (connessioni a singhiozzo) la tv svolge ancora un ruolo centrale. Secondo lei come andrebbe rivista la sua funzione?

Sì, i dati sull’audience sono impressionanti, per analisi più acute delle mie rimando a quello che scrive Grasso ogni giorno sul Corriere, ma anche a siti come tv blog. Crescono moltissimo telegiornali e talk show, le persone costrette a casa sono alla costante ricerca di informazioni, e le trovano in televisione. Mi pare un fenomeno fisiologico e non sorprendente, sono anni che gli studiosi ci dicono che la televisione non è certo in via di sparizione, non viene soppiantata dalla Rete o dai social, ha solo assunto diverse forme, si parla di televisioni, è il modo di essere consumata che è cambiato molto, è il cosiddetto delivery che conta, il modo in cui ricevi il prodotto, ma i prodotti resistono e come. Anzi, non si è perduta neppure la sua funzione più tipica, quella di rito condiviso, programmi come Montalbano o Don Matteo registrano ascolti altissimi, svolgono quasi una funzione identitaria. Quanto alla funzione surrogatoria di scuole e università mi pare che la Rai abbia ben raccolto la richiesta delle istituzioni, e stia rafforzando la programmazione culturale, formativa, anche per i bambini.

Nel libro con Solimine scrive quasi profeticamente: “Lo streaming sta diventando la forma che emblematicamente rappresenta la fruizione culturale e forse ogni genere di consumo nel nostro tempo”. E la sua esplosione di questi giorni certifica la vostra affermazione, ma può bastare?

Qui mi permetto solo due notazioni. La prima riguarda il digital divide. La rete in questi giorni è sovraccarica, tutti guardano di tutto, e ci rimettono le case e i luoghi dai collegamenti deboli. La seconda rimanda all’enorme potere di seduzione e cattura della nostra attenzione che la Rete oggettivamente ha.

C’è un rumore di fondo che rende difficile distinguere le voci, non mi sembra il momento dell’ascolto pacato

Ricordate Infinite Jest di Wallace? È forse un pensiero un po’ novecentesco, ma il coronavirus rischia di atterrare la formazione classica, lo studio solitario, serio, ore sui libri. L’eccezionalità della situazione ci fa gettare sulla Rete, sulla compagnia, sulle mirabilia dello streaming, e uscirne diventa sempre più difficile.

L’infrastruttura di rete sta sostituendo quella urbana, e stiamo assistendo proprio alla riduzione del mondo a ronzio?

Anche in questo caso la mia risposta rimanda a quello che ho detto sulla domanda precedente, non soltanto l’infrastruttura di Rete diventa in questo momento più importante di quella fisica – immaginate che accadrebbe se saltasse adesso la Rete, lo smarrimento (anche se ci salverebbero radio e tv…), ma non è da escludere che anche noi europei finiremo per prendere la strada asiatica e israeliana, di sorveglianza assoluta dei nostri movimenti. A quel punto entreremmo in un cortocircuito tra le due infrastrutture che imporrebbe a mio avviso un intervento giuridico, istituzionale a garanzia delle nostre libertà.

Ora che tutto è rallentato forse la cultura ha qualche chance in più di partecipare alla velocità del mondo?

Chissà. Io non è che sia granché ottimista da questo punto di vista. Il mondo è spaventato, alla ricerca di punti di riferimento, speranze, progetti, tutti vivono nella Rete alla ricerca di rassicurazioni, conferme, smentite, compagnia. C’è un rumore di fondo che rende difficile distinguere le voci, non mi sembra il momento dell’ascolto pacato. Ma passerà.

Chiudete il vostro libro sostenendo che la cultura orizzontale non può fare a meno di quella verticale, come coabiteranno?

Dovranno coabitare pena una cattiva comprensione del mondo e peggio pena l’incapacità di rispondere alla complessità del reale. Credo che la crisi che stiamo vivendo ci stia insegnando una cosa preziosa. L’orizzontalità è una buona cosa ma non va bene per tutto. Ci sono momenti in cui per capire le cose, adattarsi, rispondere alle sfide, leggere meglio il quadro, abbiamo bisogno di verticalità, che è una metafora per competenza, sapere profondo, esperienza, capacità di correlazione e comprensione storica. A chi ci rivolgiamo in queste ore? Ai virologi, agli epidemiologi, a coloro che hanno costruito il loro sapere in modo verticale. Uso un’altra metafora: quando si alza la marea si vede chi sa nuotare.

Nel suo romanzo Sotto il radioso dominio di Dio, lei racconta di un’indagine che si rivolge al passato di una famiglia e ai suoi legami con la storia di questo paese. Ora assistiamo ad una sorta di “obbligato” ritorno alla famiglia ma contemporaneamente alla perdita umana in molti casi proprio di chi è il portatore di quella memoria. Resteremo più soli. Siamo pronti per tornare a indagare? E dall’altro lato abbiamo la possibilità di uscire da un perenne presente che ha negato a lungo il passato per immaginare “finalmente” un futuro possibile?

È una domanda che mi imporrebbe risposte fluviali, ma cercherò di essere sintetico. Dobbiamo partire da un dato sociologico. La conformazione odierna delle famiglie italiane è molto diversa da quella che descrivo in quel romanzo, oggi è più parcellizzata, frammentata, con una percentuale di nuclei composti da single inimmaginabile cinquant’anni fa. Sono nuclei sempre più piccoli, più sfaldati rispetto al mondo di ieri, composti da persone che hanno reti ramificatissime online e spesso disabituati alla compresenza con i propri familiari, nell’offline.

Il rapporto tra le generazioni è più labile rispetto a quello novecentesco

Difficile dire quali conseguenze avrà tutto ciò. Il rapporto tra le generazioni è più labile rispetto a quello novecentesco. Leggevo in questi giorni delle analisi americane sull’altissima mortalità del virus in Italia, sulla strage di anziani, e veniva avanzata l’ipotesi che dipenda dalla convivenza sotto lo stesso tetto di varie generazioni, più alta che altrove. Può essere ma forse non sanno come fossimo solo pochi anni fa.

Spesso i vecchi vivono da soli, o con una badante. E però l’Italia non è un deserto sociale. Come ha scritto una volta Fofi l’Italia è un Paese antico e i processi sono lenti, lunghi. Gli anziani sono parte delle nostre famiglie e della nostra storia, non credo vengano abbandonati, mi pare che il nostro Paese non c’abbia pensato un momento di fronte all’ipotesi della cosiddetta immunità di gregge. Magari in modo inconsapevole ma qualcosa c’entra con l’idea di memoria.

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