Dobbiamo superare la crisi dell’immaginazione che sta sgretolando il futuro

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    Tra le relative novità di queste settimane, c’è n’è una che non sta passando inosservata. Ci siamo scoperti incredibilmente desiderosi di futuro. Una società che viveva immersa nel qui ed ora, nell’epoca della gratificazione istantanea, si è improvvisamente trovata a riporre una marea di aspettative sul “dopo”. Con una passaggio tanto veloce quanto pervasivo, dopo una infornata di analisi su “il mondo ai tempi del Coronavirus”, ci siamo trovati inondati da articoli su “come sarà il mondo dopo il Coronavirus”. Quasi da un giorno all’altro siamo diventati tutti futurologi.

    C’è chi invoca più audacia nel pensare al futuro, chi prefigura scenari catastrofici, chi vede in questo frangente una occasione per finalmente trasformare in meglio la società, chi pensa che in niente sarà più come prima, chi pensa che in fondo non cambierà nulla, chi si rifiuta di pensare al futuro, per una crisi di rigetto o semplicemente perché riconosce di non avere alcuna base solida per fare previsioni sensate, dal momento che siamo ancora nel bel mezzo di un ciclone.

    Nonostante tutto, trovo questo momento particolarmente generativo e sono convinto che in questo momento immaginare il futuro della nostra società possa essere utile a fornire input preziosi ad una molteplicità di processi decisionali in corso. Per prendere buone decisioni, abbiamo bisogno di poter vagliare tanti scenari e alternative, abbiamo bisogno di opzioni da scartare, provocazioni che svelano contraddizioni e bussole per metterci in cammino. Per cui, ben venga questo innamoramento collettivo per la futurologia.

    Articolo dopo articolo però, la sensazione è che, bene o male, ci troviamo a ripetere più o meno sempre le stesse cose. A prendere parola sono quasi sempre le stesse voci. Chi aveva degli argomenti “prima”, ha ora l’opportunità di portarli avanti con più forza. Ma in poche occasioni si ha la l’impressione di leggere qualche cosa di realmente differente. Anche le idee più “radicali” (come il reddito di base, la settimana lavorativa di 4 giorni o l’idea che donne e uomini debbano essere retribuiti allo stesso modo e condividere il lavoro di cura), che oggi diventano sorprendentemente più “accettabili“, almeno in termini relativi , sono in realtà il frutto di “intuizioni” del passato che solo oggi trovano consenso (grazie agli sforzi di tante e di tanti).

    In questo momento immaginare il futuro della nostra società è utile a fornire input preziosi ai molteplici processi decisionali in corso

    Ha quindi senso chiedersi quanto siamo capaci, come società, di pensare e progettare un futuro. Perché sembra proprio che ci siamo disabituati a farlo, accontentandoci di discutere solo di aggiustamenti marginali di una serie di equilibri che riteniamo non più modificabili. E forse, anche, ci sentiamo meno in dovere di farlo, perchè si tratta di qualche cosa che “non ci è nemmeno più richiesto”, in un contesto in siamo trasformati in utenti, consumatori e destinatari di decisioni altrui.

    Queste domande hanno per fortuna intercettato un recentissimo paper di Geoff Mulgan, personaggio eclettico a cavallo tra politica e ricerca. Mulgan è stato consulente di Blair al governo, fondatore di think tank e “guru” dell’innovazione sociale. Qualche mese fa ha lasciato la direzione di Nesta – una delle principali fondazioni inglesi per l’innovazione – e ha deciso di fare un passaggio nel mondo della ricerca, diventando fellow di Demos Helsinki e professore all’UCL (University College London), università che si sta distinguendo per la capacità di coinvolgere un buon numero di “pensatori divergenti” (i più noti, per gli italiani, sono Mariana Mazzucato, Francesca Bria e Simone Gasperin).

    Mulgan ci racconta, nel suo “The Imaginary Crisis (and how we might quicken social public imagination)”, di come stiamo vivendo una “crisi di immaginazione” senza precedenti. Ci viene facile immaginare scenari apocalittici o immaginare nuovi sviluppi tecnologici, ma non siamo proprio più abituati a immaginare una società migliore, caratterizzata da nuovi diritti, nuove pratiche, nuovi equilibri sociali, nuove forme di stare bene insieme.  Ci affanniamo a studiare incentivi per fare impresa, ma quando si tratta di “fare società”, non sappiamo più nemmeno da dove cominciare.

    Salvo qualche rara eccezione, università, think tank e partiti politici paiono meno capaci di assolvere a questo ruolo. E chi ancora ci prova ad elaborare nuove visioni (di un mondo plasmato da beni collettivi, zero emissioni zero, pratiche di democrazia partecipati, monete complementari e stili di vita sostenibili) sembra essere scarsamente organizzato e poco equipaggiato per riuscire davvero a influenzare il dibattito pubblico e convincere una massa critica di persone in grado di generare effetti di scala trasformativi.

    Saremo in grado di riconoscere il valore insito nel “coltivare immaginari”?

    Non so dire quanto questa  analisi sia completa o corretta ma ho la sensazione che la domanda che Mulgan ci pone sia per noi, oggi, molto rilevante.

    Nel ripercorrere la storia dell’immaginazione sociale, il paper passa in rassegna metodi e strumenti che sono stati utilizzati per espandere “lo spazio del possibile” (speculazioni filosofiche, idee generative, pensieri utopici, manifesti politici programmatici, design speculativo, grandi fiere internazionali, movimenti sociali orientati al futuro, giochi, installazioni artistiche, romanzi di fantascienza, comunità prefigurative e sperimentazioni sociali), fornisce una mappa di possibilità sociali che avrebbe molto senso esplorare (a cavallo tra diversi campi di applicazione e idee generative) e identifica in una forma di immaginazione dialettica a cavallo tra speculazioni sul futuro ed esperimenti pre figurativi in contesti reali il terreno più fertile per ricominciare ad allenare la nostra capacità collettiva di pensare nuovi mondi.

    Saremo capaci di creare spazi, luoghi e contesti adatti per investire su queste attività che richiedono tempo, competenze e risorse per sperimentare ed apprendere? Saremo in grado di riconoscere il valore insito nel “coltivare immaginari” ed investire nello sviluppo nuove istituzioni con questa missione? Avremo la forza di abilitare allo sviluppo di un pensiero nuovo le comunità più diverse, aprendo spazi per una molteplicità di voci, esperienze e generazioni, evitando che il “costruire il futuro” resti un privilegio per una schiera di privilegiati con caratteristiche simili (maschi bianchi, altamente educati e relativamente facoltosi)?

    Acquisire consapevolezza di avere una necessità è il primo passo per compiere scelte giuste. Affrettiamoci dunque, perchè nei prossimi decenni ci troveremo ad affrontare sfide sempre più grandi e avremo bisogno di tutta la nostra capacità di reinventare il mondo in cui viviamo, a beneficio di tutte e tutti.

    Note