Immaginare biblioteche come laboratori: la lezione di Einaudi e Zevi

È stato inaugurato il 27 maggio scorso a Beinasco il nuovo centro culturale intitolato a Bruno Zevi nato dal restauro dell’ex biblioteca “Nino Colombo”1A occuparsi della riqualificazione della struttura, è stato il tema del Prof. Ing. Carlo Ostorero del Dipartimento di ingegneria strutturale, edile e geotecnica del Politecnico di Torino. che riporta in vita la prima e unica realizzazione del modulo prefabbricato ispirato dalla Biblioteca civica Luigi Einaudi di Dogliani, realizzata anch’essa da Bruno Zevi e che nei piani del promotore dell’iniziativa – l’editore Giulio Einaudi –avrebbe dovuto dare vita  a una rete di biblioteche/centri culturali all’insegna della massima funzionalità per la diffusione della pubblica lettura e in generale della cultura nel paese2Queste vicende sono al centro del mio libro Come un Ministro per la cultura. Giulio Einaudi e le biblioteche nel sistema del libro, Firenze, Firenze University Press, 2020..

Volendo evocare la genesi del progetto che porta a Beinasco, dobbiamo ricordare che la storia inizia di fatto il 30 ottobre 1961 con la morte del Presidente Luigi Einaudi, quando il Comune di Dogliani, chiede a Giulio Einaudi di realizzare un monumento per onorarne la memoria e l’editore dona alla comunità una biblioteca pubblica/centro culturale che verrà inaugurata il 29 settembre 1963. 

Per questo progetto Einaudi coinvolge tutte le case editrici italiane, che donano i libri che costituiranno il fondo iniziale della biblioteca, e il grande architetto Bruno Zevi, che dona un progetto architettonico incredibilmente innovativo per quegli anni, in linea con l’idea che animava l’architettura organica, intesa come un’attività sociale, tecnica e artistica allo stesso tempo, fondata sulla passione civile e sul desiderio di rinnovamento del paese. La caratteristica distintiva dell’architettura organica non stava dunque  nell’estetica «ma nella psicologia, nell’interesse sociale, nelle premesse intellettuali di coloro che la facevano»3Cfr. Bruno Zevi, Verso l’architettura organica. Saggio sullo sviluppo del pensiero architettonico negli ultimi cinquant’anni, Torino, Einaudi, 1945, p. 68.. Era una architettura rivolta al benessere delle persone, all’insegna del concetto di varietà, flessibilità, crescita, rispetto dell’individuo e delle sue esigenze. 

La biblioteca di Dogliani nel 1963 e quella di Beinasco, inaugurata 5 anni dopo, il 29 settembre del 1968, ruppero un immaginario.

Questo è forse l’aspetto più interessante della vicenda: era quasi un secolo che di biblioteche si parlava quasi come musei e questo aveva sicuramente contribuito alla definizione di una idea distorta che aveva allontanato le biblioteche dall’essere percepite come laboratori, luoghi di ricerca, spazi di discussione pubblica, strumenti di formazione, informazione e diffusione della cultura alla portata di tutti. Dunque, il contributo più grande che mi fa piacere ricordare oggi è stato quello di fornire una ‘immagine’ inedita di cultura come cosa viva.

La biblioteca civica Luigi Einaudi di Dogliani (esterni). Foto dell’archivio della Biblioteca Luigi Einaudi di Dogliani.

 

Presentazione de Il mondo dei vinti di Nuto Revelli – 22 Luglio 1977. Foto dell’ archivio della Biblioteca Luigi Einaudi di Dogliani

 

Lo spazio inaugurato a Beinasco e quello della biblioteca civica Luigi Einaudi a Dogliani, nelle loro diverse funzioni e declinazioni, sono fortemente simbolici e ci ricordano una visione emozionante e fortemente contemporanea del ruolo della cultura come motore di sviluppo che negli anni ‘60 Einaudi e Zevi seppero immaginare e realizzare. Il giorno dell’inaugurazione nel presentare le caratteristiche della nuova biblioteca ai cittadini di Beinasco, Giulio Einaudi li esortava dicendo: «La biblioteca è della cittadinanza, è vostra! Dovete utilizzarla come indicherete voi e via via vedrete che essa risponderà alle vostre domande»4Cfr. C. Faggiolani, Come un Ministro per la cultura, cit. p. 217..

È questo che anche oggi andrebbe ricordato ai cittadini di Beinasco e sarebbe forse compito dell’amministrazione proiettarsi in questo tipo di immaginazione partecipata rispetto agli usi possibili a partire dalla solita domanda-guida: a quale interesse collettivo possono rispondere le biblioteche/centri culturali nella contemporaneità?

Se pensiamo che nel 2021 solo il  7% degli Italiani hanno frequentato una biblioteca e che il restante 93% non vi è mai entrato e alle sfumature che questi numeri nascondono rispetto all’isolamento dei giovani e al loro allontanamento dalla partecipazione culturale5Ne abbiamo parlato qui https://che-fare.com/almanacco/cultura/biblioteche-servizi-culturali-benessere-giovani/, appare in modo cristallino il bisogno di ‘biblioteche giovani’ in una duplice accezione: pensate per quel tipo di pubblico ma anche rivitalizzate, rilanciate come ad affrontare una nuova fase del ciclo di vita delle stesse, all’insegna di alcune caratteristiche che definiscono la grammatica di una generazione per la quale il libro ha perso la centralità che aveva indubitabilmente ai tempi di della biblioteca Einaudi ma soprattutto il suo potere simbolico. Un pubblico per il quale la biblioteca non ha mai rappresentato quel ‘punto di riferimento’ nel quotidiano che rappresenta tuttora per gli adulti/affetti stabili6Ne abbiamo parlato qui https://che-fare.com/almanacco/cultura/biblioteche-heavy-users-bene-comune/. Le biblioteche stanno ancora vivendo di rendita ma non durerà a lungo. 

Che cosa accadrebbe se…? Suona così la domanda da porsi per immaginare le caratteristiche di una biblioteca pensata in questa direzione e me ne viene in mente subito una per cominciare: che cosa accadrebbe se la biblioteca fosse concretamente progettata come uno spazio laboratoriale?

Uno spazio in cui si mescolano usi apparentemente dicotomici: forme di apprendimento formali e informali; una lettura lenta e immersiva – per richiamare la Wolf7Per esempio si veda M. Wolf, Lettore vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale, Milano, Vita e pensiero, 2018.  ma anche quella sociale e condivisa che concretizza in modalità analogica le sempre più diffuse pratiche di social reading; pensieri lenti e veloci – per evocare Kahneman – oggi indispensabili entrambi. 

Uno spazio laboratoriale così pensato appare subito come una infrastruttura dalla prossimità diversificata8Richiamo il bel libro di Ezio Manzini, Abitare la prossimità. Idee per la città dei quindici minuti, Milano, Egea, 2021 nella quale possono avere luogo una varietà di funzioni intorno al libro e alla lettura così da offrire alle persone (ai giovani in particolare) più opportunità di incontro, più possibilità di sviluppare pratiche di innovazione culturale e sociale intorno al concetto di sviluppo di comunità. Uno spazio laboratoriale così pensato concretizza quella idea di biblioteca ‘fattore abilitante’ e di bibliotecari ‘attivatori di legami’ di cui tanto si sta parlando, completamente proiettata verso il futuro.

In una intervista fatta a distanza di molti anni dalla realizzazione di questi progetti, Bruno Zevi, alla domanda sul perché avesse deciso di donare il progetto architettonico di queste biblioteche/centri culturali, rispose che era il minimo che potesse fare, felice com’era di partecipare a questa avventura che era una manifestazione di passione e impegno civile. Zevi sperava ovviamente che alle due biblioteche/centri culturali qui ricordate sarebbe seguita la realizzazione di centinaia di biblioteche ma non è stato così, eppure, concludeva Zevi in quella intervista: il seme di Dogliani e Beinasco è ancora in grado di germogliare. 

Questa piccola realizzazione tanto importante dal punto di vista storico culturale è oggi un piccolo banco di prova per capire se Zevi nella sua visione poteva avere ragione.