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Liberi dalla paura di muoversi, la storia di Luigi Zibecchi

“Chi ha la salute ha anche la volontà di attendere al suo lavoro intellettuale e materiale. La ginnastica conserva la salute a chi la ha e la dà a chi ne manca.” Siamo nel 1901, al quarto Congresso Nazionale Italiano dei ciechi. A pronunciare queste parole è Luigi Zibecchi, uomo che immaginiamo vestito alla maniera dei signori, di un’eleganza ottocentesca e solenne. Zibecchi è l’insegnante di ginnastica dell’Istituto dei ciechi di Milano e ha preparato una relazione sui benefici dell’esercizio fisico per il sano sviluppo dei bambini e ragazzi non vedenti che abitano e si formano fra le mura dell’istituto di via Vivaio 7.

Durante i molti anni di insegnamento, il maestro ha avuto modo di conoscere quelli che definisce “i difetti fisici proprio e sgraziatamente dei ciechi”. Racconta che molti si presentano, al momento dell’ammissione, “con un dondolamento del capo laterale o in avanti o indietro o col busto, in modo che sembrano tante campane in azione. Altri si presentano con una spalla più alta dell’altra, per conseguenza un braccio è più lungo dell’altro. Apparentemente dopo poco, con opportuni ginnastici esercizi, questo difetto sparisce. Molti si credono gibbosi, hanno le scapole e le vertebre alquanto convesse. Gli esercizi di ginnastica dopo qualche mese fanno sparire la gibbosità. Altri difetti si riscontrano nel torace, hanno le clavicole concave, lo sterno un poco rientrante per cui è faticoso in loro la respirazione e difficile la digestione e questo è causa di molti altri mali. Ebbene la ginnastica allarga il petto e rende più facile la digestione.”   

Dopo aver letto, nella stanza che ospita l’archivio dell’istituto dei Ciechi di Milano, il documento dattiloscritto che riporta osservazioni e ragionamenti lontani ormai più di un secolo, mi capita per caso di osservare un uomo cieco che passeggia per la città con il suo bastone bianco e gli occhiali da sole poggiati sul naso. Osservo la sua postura, la sua camminata decisa, senza storture; mi viene in mente che forse il passo deciso di un uomo cieco che oggi si aggira per la metropoli con la consapevolezza di poterla attraversare, è indirettamente frutto dell’opera di persone come Luigi Zibecchi, impegnate per decenni a prendersi cura di una categoria fragile che un secolo fa non poteva contare sullo Stato e raramente sulla famiglia.  Ripasso nella mente l’ipotesi del maestro per cui la causa della debolezza fisica dei bambini che venivano accolti dall’istituto milanese sarebbe stata l’infanzia di privazioni e l’incuria dei genitori, contadini e operai senza tempo e risorse che, per attendere al loro lavoro, abbandonavano i bambini ciechi “d’inverno sulle sudicie sterpaglie delle stalle e d’estate sulle luride glebe del campo”. Da ciò, secondo l’insegnante, risultavano guai continui. Tra questi la debolezza dei muscoli delle gambe, mai ben sviluppati perché mai utilizzati per camminare e correre, al contrario dei bambini vedenti che non soffrono del timore di imbattersi in qualche ostacolo imprevisto. La ginnastica è quindi lo strumento in grado di colmare il divario tra i bambini abbandonati nelle stalle e bambini liberi di correre, allenando i muscoli e correggendo la camminata, tanto che, tiene a far vanto Zibecchi: “per la via il cittadino dice “Come? Sono ciechi?”. 

Primo a introdurre l’educazione fisica come strumento per migliorare la condizione generale dei non vedenti – già a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento – l’Istituto dei Ciechi di Milano conserva nel suo archivio testimonianze di vario tipo che aiutano a figurarsi con maggiore chiarezza non solo le modalità con cui questa veniva praticata, ma anche i suoi esiti concreti. Prendo in mano una clavetta di legno, strumento utilizzato dai bambini per allenare la consapevolezza dello spazio intorno a sé. “È importante ricordare che l’unico punto di riferimento spaziale di un non vedente è il proprio corpo” mi spiega Melissa Tondi, conservatrice museale dell’Istituto che si occupa del patrimonio materiale. “Le clavette servivano a misurare i gesti e le distanze, imparare a gestire la gradualità dei movimenti, prendere consapevolezza del proprio corpo in uno spazio ignoto”. Altro strumento fondamentale, utilizzato in particolare dalle bambine – che si credeva avessero un udito più raffinato – è la palla sonora, una semplice palla contenente un campanellino. Lanciando la palla al muro non solo si riesce a misurare la distanza del muro a seconda della velocità con cui torna indietro, ma si impara a dosare la forza. Ci sono poi aste, sbarre, bacchette, cerchi, cavalline, quadri svedesi, funi: tutti strumenti che permettono di allenare la forza, l’equilibrio, l’orientamento e la mobilità, accompagnati da esercizi a corpo libero svolti con l’aggiunta di variazioni nel rispetto delle diverse necessità di bambini ciechi e bambini “semiciechi”, ovvero ipovedenti, che hanno il vantaggio di riconoscere le ombre. 

Quanto la ginnastica sia stata decisiva nello svolgersi della vita in Istituto lo si capisce continuando a scartabellare fra i documenti dell’archivio. Si apprende ad esempio che nel 1909 gli alunni ciechi di Zibecchi vincono il concorso regionale di ginnastica, aperto a tutti i giovani scolari milanesi. L’istituto porta a casa la medaglia d’argento ed è facile immaginare la fierezza con cui i ragazzi devono aver sfoggiato il premio, camminando ordinatamente dall’arena sportiva di Parco Sempione verso via Vivaio, guidati dal loro maestro.

Ma il ruolo dell’educazione fisica emerge ancor più osservando le fotografie ingiallite che risalgono al primo Novecento e ritraggono bambini di appena otto anni, presumibilmente da poco ammessi in collegio, intenti a giocare fra loro. Se a una prima occhiata sembrano normali foto d’epoca di momenti di svago – i grembiulini aggraziati, il sano disordine della ricreazione – a guardare bene si notano posture e movimenti insoliti. Una particolare tendenza, per esempio, a tenere il proprio corpo proteso in avanti, come a tastare il terreno e lo spazio intorno a sé, in cerca di ostacoli, timorosamente. Anche un certo grado di estraneità che si avverte esserci fra i bambini, come se, pur giocando insieme, ognuno portasse addosso una corazza invisibile e procedesse, nel gioco, in un modo solitario e sperso. Diverso è invece ciò che si nota guardando le foto che ritraggono i ragazzini più grandi durante gli allenamenti ginnici. La postura è dritta, i corpi sembrano sicuri e padroni di sé e dello spazio. Il gruppo non è un insieme di individui diffidenti ma una squadra coesa. Non più frastornati dalla confusione spaventosa del gioco senza riferimenti, ma ordinati secondo le regole di una disciplina sportiva che dà ai ragazzi, oltre che una maggiore padronanza del fisico, una certa sicurezza “esistenziale”. Lo spazio, infatti, non è solo quello fisico nel quale camminiamo e che un cieco non può vedere. È anche quello nel quale pensiamo e ci immaginiamo capaci o incapaci di giostrarci. Non vedere lo spazio fisico, ma imparare, malgrado ciò, a muovercisi dentro, permette di abitare lo spazio mentale ed intellettuale con maggiore serenità, ampliando lo spettro delle possibilità. Zibecchi continuerà la sua relazione affermando che il fine della ginnastica non è fare degli atleti, ma trasformare bambini deboli e malsicuri in uomini sani, tenendo conto della massima ciceroniana per cui da un corpo sano segue una mente funzionante.  “La ginnastica influisce anche sul morale perché quanto più uno è sano, tanto più è adatto alla fatica e si dà al lavoro intellettuale e manuale, e non sente l’impero del senso. La ginnastica educativa allontana dal vizio.” L’impegno del primo insegnante di ginnastica educativa sarà d’esempio per i colleghi a cui cederà il testimone, ma ancor più sarà d’ispirazione per i direttori degli altri Istituti dei ciechi dove l’esercizio del fisico non era ancora stato individuato come uno dei vettori educativi centrali. Le prescrizioni di Zibecchi erano chiare: “Io vorrei che in tutti gli istituti dei ciechi fosse dato l’insegnamento della ginnastica con cognizione di causa, con amore e con passione, con cura, con previdenza e prudenza. Senza una di queste qualità non si può insegnare ginnastica. In ogni istante della vita, se vivono la vita vera, i ciechi sono obbligati a contrastare per confronto la loro insufficienza fisica. Credo però che con maggior serenità e coraggio, si abitueranno a guardare alla realtà, quando questa, nel contempo che afferma la loro sventura, da loro i mezzi per ripararla.”

L’uomo cieco che ho visto attraversare la strada trafficata è ormai lontano. Forse si dirige a casa, forse invece sta per entrare in un ufficio. Ci entra con le spalle allineate e il busto dritto, senza dondolamenti nervosi. Libero dalla paura di muoversi in un ambiente ignoto, potrà dedicarsi, come i bambini dopo aver corso, a qualsiasi delle attività che si sia proposto di svolgere. 

 


Questo articolo fa parte del percorso editoriale per raccontare Archivio Meraviglioso, un progetto creato in collaborazione con Wikimedia e con il supporto di Fondazione Cariplo per la costruzione di una piattaforma collaborativa per la digitalizzazione e la divulgazione dell’archivio dell’Istituto dei Ciechi di Milano.