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Come la co-progettazione crea approcci orizzontali e centrati sull’impatto

Non sarà sfuggito a nessuno quanto il termine co-progettazione sia diventato di uso comune. D’altra parte lo possiamo applicare a ogni ambito e sembra buono per esemplificare in maniera piuttosto efficace ogni tentativo corale di concepire idee, progetti o interventi. Si può co-progettare un sistema di servizi o una forma organizzativa, ma lo si può fare anche con una vacanza che coinvolge più persone o un menù preparato a più mani.

Per quanto non sia sempre accompagnato dal dovuto rigore scientifico, l’uso inflazionato della formula magica “co”, affiancata alle più disparate attività umane (programmare, progettare, gestire, produrre, lavorare, operare, etc.)  diventa accettabile proprio nella misura in cui rivela una tensione costante e ormai comunemente riconosciuta a concepire le forme della progettazione e della produzione come necessariamente plurali, policentrici e inclusive. Una grande opportunità ma anche una dimensione sfidante. Perché quando la co-progettazione è chiamata in causa come specifica modalità di strutturare la relazione tra Enti locali e Terzo settore per assicurare alle comunità locali i servizi di welfare e gli interventi sociali e tradurre nel concreto il principio di sussidiarietà orizzontale, la stessa formula magica inizia a presentare diversi aspetti problematici, anche se indiscutibilmente affascinanti.

La co-progettazione, così intesa, si presenta effettivamente come campo ancora pieno di fraintendimenti. Da un lato, ad esempio, c’è la tendenza a prendere in considerazione la co-progettazione tra Enti locali e Terzo settore esclusivamente come strumento amministrativo. Questa attenzione apparentemente eccessiva data agli aspetti procedurali e alle vicende giuridiche e giudiziali che hanno segnato la storia recente della co-progettazione, trova probabilmente ragione nella vaghezza che caratterizza da sempre le norme che la regolano. Gli amministratori che si avventurano nella strada della co-progettazione hanno la sensazione di intraprendere un cammino impervio, pieno di rischi e zone d’ombra, certamente meno rassicurante dell’appalto, quando non rappresentato addirittura come un modo per eludere gli obblighi previsti  dalle regole anti-corruzione.

È chiaro che questo tipo di opzione necessita di una chiarezza e un rigore procedurale che, da sola, la lettura delle norme non sembra in grado di offrire. Proprio per questo, quindi, emerge una ricerca continua e preventiva di certezze affermate, di aderire a protocolli preconfezionati, di ancorarsi a interpretazioni solide e a “modelli procedurali” testati e collaudati. D’altronde è “meglio un appalto fatto bene che una co-progettazione fatta male” (cit.), tanto più laddove il suo utilizzo non sia che un misero tentativo di consolidare oligopoli o forme di spartizione clientelare. In tal caso il risultato non sarebbe comunque proporzionato allo sforzo.

La co-progettazione prevede il passaggio da una logica gerarchica a un approccio orizzontale aperto e centrato sull’impatto

Tuttavia, non si tratta solo di adottare la formula amministrativa perfetta o di muoversi con onestà e correttezza tra le norme. E’ utile anche non accontentarsi di valutare la co-progettazione esclusivamente in base alla sua aderenza alle regole. Circoscriverla a questo ambito ne depotenzierebbe le possibilità trasformative. Si tratta invece di un processo che travalica necessariamente il piano amministrativo e investe aspetti che hanno a che vedere con trasformazioni più profonde e coinvolge in pieno approcci, metodologie, modalità organizzative, risorse e relazioni territoriali. In assenza di questa ampiezza di sguardo si potranno al massimo riprodurre logiche concertative tra diversi partner, se non puramente estrattive nei confronti di una cooperazione sociale a cui non viene riconosciuto il giusto valore.

Dall’altro lato c’è il rischio di dare invece eccessiva enfasi al carattere generativo della co-progettazione, come se bastasse solo introdurla in prospettiva per trovare una soluzione a tutti i mali. Questa narrazione presenta la co-progettazione come capace di sprigionare a prescindere creatività e spirito collaborativo: la panacea, l’antidoto salvifico, un ambiente comodo e addomesticato, in grado di annullare di per sé i meccanismi competitivi e quelli burocratici. Il processo, invece, sembra piuttosto scosceso e pieno di insidie. Quella della co-progettazione tra Ente locale e Terzo settore è una traiettoria caotica che il più delle volte procede per approssimazioni, per tentativi, per avanzamenti e arretramenti, con riflessività e circolarità. Perché se vogliamo innovare, “non dobbiamo aver paura di far parte dell’errore” (cit. Azzurra Spirito).

Non deve stupire. In primo luogo perché non sempre e  non ovunque la co-progettazione è l’abito migliore da indossare. La sua adozione non può che essere frutto di analisi di contesto e pre-condizioni culturali che, se non pre-esistenti, devono quantomeno risultare come volontà autentiche, come investimenti intenzionali di tutti gli attori in campo: costruire relazioni di fiducia, collaborare, impegnarsi per il territorio, cooperare, mettere in comune risorse, integrare le organizzazioni, darsi regole di funzionamento. Tutte dimensioni spigolose e faticose. Tutti elementi che la co-progettazione stessa, peraltro, può contribuire a rafforzare.

In secondo luogo perché la co-progettazione prevede necessariamente il passaggio da una logica gerarchica, chiusa e prestazionale, a un approccio orizzontale, aperto e centrato sull’impatto. Nel primo caso dentro ai confini ben delineati da un contratto si configura una relazione asimmetrica tra chi detiene la titolarità e chi fornisce i servizi. Questi sono valutati, appunto, sulla base di prestazioni definite dai capitolati e rigorosamente verificate in termini di quantità e qualità.

Nello spazio fluido della co-progettazione si configura invece un’organizzazione più complessa, poliedrica ma non per questo meno strutturata, anche se con margini aperti e permeabili, capaci di includere altri soggetti e altre traiettorie.

In questo spazio organizzativo prende forma una relazione di co-responsabilità tra i diversi attori nei confronti di un servizio o di un progetto rivolto alla comunità locale. Una tensione che richiama in tutto l’animosità e la vivacità della produzione dei beni comuni (non la pacificazione del bene comune).

La co-progettazione si presenta come possibile piattaforma per promuovere nuove alleanze tra istituzione e cittadinanza

Questa prospettiva dovrebbe caratterizzarsi da un’attività di apprendimento organizzativo permanente, perché non contempla scissioni tra i soggetti che progettano e quelli che producono, che sono implicati alla pari nel processo. Le forme di rendicontazione e monitoraggio, non meno rigorose, sono invece ancorate alla misurazione degli impatti prodotti più che alla mera verifica degli interventi effettuati: un punto di vista ribaltato e certamente meno diffuso se guardiamo ai servizi in capo alle amministrazioni pubbliche.

A ben guardare, più che di un’opzione tra due modelli, quello chiuso, gerarchico e prestazionale e quello aperto, orizzontale e centrato sull’impatto, sembra che l’attualità ci metta di fronte a una strada obbligata, a un percorso senza ritorno, laddove è impensabile che a fronte della frammentarietà della composizione sociale e della scarsità di risorse messe a disposizione, la soluzione vada ricercata intorno a forme verticistiche, assistenziali, incardinate sulle dicotomia pubblico-privato, sull’alternativa stato-mercato e sul riconoscimento di un welfare residuale, individuale ma standardizzato e non invece generativo, contestuale e personalizzato.

Fuori da ogni formula retorica buona per recitare il mantra dell’innovazione, la co-progettazione si presenta più semplicemente come opportunità, quando si materializza offrendo una tensione organizzativa e un’elasticità tali da saper rispondere più efficacemente alla condizione comune di vulnerabilità, rappresentata dai mutamenti continui e repentini che coinvolgono (e travolgono) il corpo sociale, combinando i bisogni in problemi di volta in volta inediti e imponendo un’apertura di sguardo verso i contesti.

La co-progettazione, proprio dove riesce a disegnare geometrie variabili e margini inclusivi, aperti ad altri soggetti, si presenta come possibile piattaforma per promuovere nuove alleanze tra istituzione e cittadinanza, tra competenze specialistiche e sapere diffuso, tra figure professionali e volontariato, tra impresa e territorio.

Un contesto in cui può prendere forma concretamente quell’inversione culturale incentrata sulla “capacitazione”, in cui operatori e beneficiari smettono i panni di erogatori e fruitori a cui somministrare interventi assistenziali, per vestire quelli di co-produttori di opportunità per la soluzione comune di problemi. Una prospettiva user-centered e “open innovation based”, si potrebbe dire utilizzando due formule altrettanto abusate, più facili da evocare che da praticare perché espongono a tutti i rischi dell’incertezza. Ma d’altronde, richiamando i dubbi procedurali e le necessità metodologiche rappresentate all’inizio di questo testo, rischio e incertezza non sembrano più essere condizioni aggirabili.

Il processo di elaborazione di pensiero e di buone prassi non può che essere collettivo

Con l’intento di rispondere a questa domanda di chiarezza e stimolare ulteriormente la discussione, una serie di esperti, di innovatori, di amministratori e di protagonisti del Terzo settore, riuniti online per due incontri promossi dal Forum del Terzo Settore Veneto, ANCI Veneto e IN-DEEP, si confronteranno sul tema della co-progettazione, a partire da questa settimana. Il primo degli incontri, previsto già per la mattina di giovedì 11 dicembre, tratterà il processo di co-progettazione. Elisa Venturini, vicepresidente dell’ANCI regionale e Marco Ferrero, portavoce del Forum del Terzo Settore Veneto, daranno il via ai lavori per poi lasciare spazio a Angelo Stanghelli, direttore di ASP Città di Bologna, che proverà a restituire la prospettiva della co-progettazione vista dagli ingranaggi interni all’amministrazione pubblica, ragionando sull’approccio necessario e sulle esperienze più significative. Giulia Casarin, anch’essa del Forum Terzo Settore del Veneto, ai cui è affidata la moderazione del l’incontro, introdurrà poi l’avvocato Riccardo Bond, esperto di diritto degli appalti, che proverà a portare alcune riflessioni intorno agli aspetti più marcatamente amministrativi.

Nel nuovo anno, il prossimo 21 gennaio 2021, lo sguardo sarà proiettato invece sui protagonisti della co-progettazione, con Mauro Ferrari, esperto di progettazione sociale di IN-DEEP, che proverà a ragionare intorno ai ruoli dei diversi attori locali coinvolti. Davide Cester, avvocato ed esperto di diritto amministrativo e del Terzo Settore, concentrerà invece lo sguardo sulla natura e i limiti connessi ai profili giuridici degli attori locali, mentre Niccolò Gennaro, direttore del CSV Padova, contribuirà alla discussione aprendo una finestra sulle esperienze che vedono il volontariato impegnato nella costruzione del nuovo welfare. All’incontro, moderato da Maria Gallo, presidente di Auser Veneto, porteranno il loro punto di vista anche tre assessor* alle politiche sociali di tre amministrazioni: Marta Nalin per il Comune di Padova, Maria Daniela Maellare per il Comune di Verona e Simone Venturini per il Comune di Venezia. Sarà invece Claudia Fiaschi, portavoce nazionale del Forum del Terzo Settore ad abbozzare le possibili conclusioni.

D’altronde, il processo di elaborazione di pensiero e di buone prassi a su questo argomento non può che essere collettivo.

Due appuntamenti concentrati e densi quindi, che si inseriscono nel fervido dibattito che coinvolge il principio della sussidiarietà orizzontale. Un modo di attrezzarci ulteriormente per poter affrontare nel concreto le affascinanti insidie della formula magica “co”.

Qui i link per iscriversi agli incontri