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4 ottobre 2017

Rutger Bregman: reddito di cittadinanza subito

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“La povertà non è mancanza di carattere, è mancanza di soldi”: uno slogan provocatoriamente tautologico alla base della battaglia per l’introduzione del reddito di cittadinanza. “Non c’entra né l’automazione del lavoro, né l’espansione della gig-economy”, spiega a cheFare Rutger Bregman, storico e giornalista olandese autore di Utopia per realisti (Feltrinelli). “La ragione per cui dovremmo subito introdurre il reddito universale è una sola: cancellare la povertà”. E così, riuscire laddove il welfare state ha storicamente fallito: “Con il sistema attuale, le persone sotto la soglia di povertà devono passare il loro tempo a dimostrare di essere abbastanza malate, depresse, piene di problemi; di essere davvero dei casi disperati che non riusciranno mai a combinare nulla di buono nella vita. Se riescono a dimostrare tutto ciò, dopo decine di colloqui e un sacco di burocrazia, alla fine forse riceveranno un po’ di soldi”.

Rutger Bregman, reddito di cittadinanza

Rutger Bregman ha 29 anni, è uno storico, scrive per il quotidiano olandese “De Corrispondent” e ha ricevuto due nomination per il prestigioso European Press Prize. Ha pubblicato diversi saggi di storia, filosofia ed economia e il suo lavoro è stato presentato dal “Washington Post” e dalla BBC. L’edizione olandese di Utopia per realisti è immediatamente diventata un bestseller e ha dato origine a un movimento che è finito molto presto sulle testate internazionali.

Nonostante le significative differenze che caratterizzano le varie nazioni e i diversi sistemi economici, il risultato solitamente è lo stesso: il welfare diventa un circolo vizioso che porta le persone in difficoltà ad aggrapparsi a quel poco che possono ottenere dallo stato, senza mai avere davvero l’opportunità per dare una svolta alla loro condizione. “Poco importa che si guardi all’Italia, agli Stati Uniti, all’Australia o alla Svezia: negli ultimi 20/30 anni si è sempre seguita la stessa direzione”, prosegue Bregman. “È il sistema stesso, con questo meccanismo, a produrre apatia, depressione e povertà. Con il reddito di cittadinanza, invece, cambia tutto: chiunque riceverà denaro incondizionatamente e, di conseguenza, vivere una vita priva di povertà non sarà considerato un favore dello stato, ma una condizione assolutamente normale”.

Da questo punto di vista, come sottolineato anche dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman, il reddito di cittadinanza potrebbe davvero trasformarsi in “venture capital per le persone”, consentendo a chiunque di decidere da solo che cosa fare della propria vita, senza l’obbligo di dimostrare di essere malato, di aver seguito tutti i corsi di aggiornamento, di essersi iscritto agli uffici di collocamento e quant’altro.

Ma se il reddito di cittadinanza è la panacea di tutti i mali, in grado di sradicare la povertà dalle società occidentali, perché – nonostante i vari esperimenti in corso – non è ancora stato istituito in nessuna nazione? Le obiezioni storiche a questa misura sono due: i costi stratosferici e il rischio che si diffonda un’epidemia di pigrizia, in cui tutti smettono di lavorare, accontentandosi di quanto gli elargisce lo stato e passando la giornata sul divano a guardare la tv.

Due obiezioni che, secondo Bregman, non reggono: “Più che dei costi, è importante parlare dei benefici e del ritorno che offre. Ogni volta che si sono tenuti esperimenti sul reddito di cittadinanza, il risultato è stato sempre lo stesso: maggiore scolarizzazione, calo della criminalità, migliori condizioni di salute. Il ritorno sull’investimento – in termini di spese legate alla sanità, alla polizia, ai tribunali e all’assistenzialismo – è stato spesso superiore all’investimento fatto. In poche parole, il reddito di cittadinanza, sul lungo termine, si ripaga da solo. Tutti però guardano al costo e pensano che sia insostenibile; purtroppo non valutano mai il ritorno”.

Tra i tanti esperimenti condotti nel passato reperibili nel saggio di Bregman – tra cui il celebre Mincome canadese – il più recente risale al 2009 e si svolge a Londra. I protagonisti sono 13 maschi senza fissa dimora che da circa quarant’anni dormono per le strade della City. Tra spese di polizia, tribunali, opere di beneficenza e servizi sociali, il conto accumulato dallo stato è di 650mila euro l’anno (50mila euro a testa). Stufo della situazione, l’ente di beneficenza londinese Broadway decise di tentare la fortuna: niente più buoni pasto, mense, rifugi e quant’altro; ai 13 senzatetto vengono elargiti 5mila euro ciascuno. In cambio non dovranno fare nulla. “Un anno e mezzo dopo l’inizio dell’esperimento”, si legge nel libro, “sette dei tredici barboni avevano un tetto sopra la testa. Altri due stavano per trasferirsi in un appartamento proprio. Tutti e tredici avevano fatto significativi progressi verso la propria crescita personale e credibilità finanziaria. Erano iscritti a vari corsi, anche di cucina, si disintossicavano, andavano a trovare la famiglia e facevano progetti per il futuro”.

Senza contare, ovviamente, che il risparmio in termini di costi fu enorme e che la tesi della pigrizia fu smentita: “Ovunque venga sperimentato il reddito di cittadinanza si assistono agli stessi fenomeni: i ragazzi proseguono più a lungo gli studi perché c’è meno fretta da parte loro e delle famiglie affinché comincino a lavorare; le spese mediche dello stato diminuiscono perché le persone hanno la possibilità di curarsi meglio; si dedicano più ore alla famiglia, alla comunità e al volontariato perché, non essendoci l’obbligo di lavorare a tutti i costi, si ha maggiore tempo libero a disposizione”. Più utopia di così, si muore: ma è importante notare come tutte queste conclusioni siano supportate dai dati raccolti grazie a numerosi studi ed esperimenti che si sono svolti nel corso dei decenni, buona parte dei quali vengono raccontati nel saggio di Bregman.

A questo punto, è necessario capire di che forma di reddito di cittadinanza si stia parlando: del reddito universale (ovvero dato a tutti indipendentemente dall’entità dello stipendio e del patrimonio) o del reddito minimo garantito (che viene elargito solo finché non si raggiunge una certa soglia)? “Io li supporto entrambi”, spiega Rutger. “Certo, nel breve periodo penso che l’idea vincente sia quella del reddito minimo garantito, che ha maggiori possibilità di venire introdotto; ma sul lungo termine penso che un vero e proprio universal basic income sia la scelta migliore. In fondo, si tende a pensare che siano due misure molto diverse, ma non è così: è vero che il reddito universale lo riceverebbero tutti, anche i miliardari, ma poi lo restituirebbero attraverso maggiori tasse. I media sbagliano sempre quando affrontano il tema e raccontano di costi esorbitanti: bisogna guardare alla redistribuzione netta, non a quella lorda”.

Messa così, sembra che le due forme siano praticamente identiche. E allora perché prendersi la briga di dare soldi a tutti per poi farseli restituire da chi guadagna più della soglia minima? “Perché in questo modo si cancellerebbe lo stigma. Tutti riceverebbero il reddito di cittadinanza, ma una parte lo restituirebbe sotto forma di tasse; in ogni caso, sarebbe una misura che si applica a chiunque e che quindi non marchia chi lo riceve”.

Per capire con precisione quale sarebbe la spesa netta necessaria per introdurre il reddito minimo in Italia, ci si può affidare ai calcoli fatti dall’economista dell’università di Pavia Andrea Fumagalli: nel nostro paese ci sono 9 milioni di persone sotto la soglia di povertà (dati Istat); portare tutti costoro al di sopra di quella soglia – seguendo le tabelle della Commissione di Indagine sulla Esclusione Sociale – verrebbe a costare 22/23 miliardi di euro, poco più dell’1% del Pil italiano. Risorse che, peraltro, si possono recuperare altrove: circa 10 miliardi, sempre secondo i calcoli di Fumagalli, deriverebbero dall’abolizione di tutto ciò che il reddito minimo rende obsoleto: Aspi, Naspi, cassa integrazione in deroga, indennità di mobilità e quant’altro. Le altre risorse si troverebbero spostando gli incentivi economici dalla produzione al consumo, e quindi investendo nel reddito minimo gli 11/12 miliardi utilizzati nelle ultime leggi di stabilità per la riduzione dell’Irap, dell’Ires, per gli incentivi del jobs act e del super-ammortamento.

E quindi: non solo gli studi dimostrano come il reddito di cittadinanza non causi pigrizia e migliori la situazione socio-economico di chi è in difficoltà, ma si tratta di una misura che (nelle forme più moderate) si potrebbe applicare già oggi, praticamente a costo zero. Eppure, una larga parte della classe politica continua a fare resistenza. Matteo Renzi, per fare un esempio, l’ha definito la cosa “meno di sinistra che esista”, proponendo al suo posto un “lavoro di cittadinanza” che ricorda i metodi da DDR per cui, pur di far lavorare tutti, si creavano lavori privi di qualunque valore.

“Ma in fondo, chi se ne importa dei politici?”, sbuffa Bregman; reduce da un bagno di folla a PordenoneLegge e in procinto di partire per Oslo; proseguendo così nel suo incessante tour che, da quando il libro è uscito in versione originale (nel 2014), lo porta in ogni angolo d’Europa e non solo a promuovere le sue utopie (tra cui quella dei vantaggi delle frontiere aperte a tutti), conquistando anche la gloria dell’ormai fondamentale TED Talk. “I veri cambiamenti non partono mai dai politici, ma da chi si trova al margine del dibattito politico. Solo cinque anni fa, il basic income era una questione sconosciuta e quando è uscito il mio libro mi sentivo molto solo; negli ultimi anni il tema ha invece preso a crescere sempre di più e, pensa un po’, ho appena ricevuto una telefonata del Green Party britannico che vuole incontrarmi per discutere. Ho saputo che è stata data una copia del mio libro anche a Matteo Renzi, magari cambierà idea”.

Non sarà facile; anche perché – come lo stesso Bregman ammette – ci sono da ribaltare le secolari convinzioni della destra e della sinistra. “È curioso, perché in verità il reddito di cittadinanza è una combinazione interessante di aspetti di sinistra e di destra. Da una parte, permette di sradicare la povertà; dall’altra lascia che sia il singolo individuo a fare le proprie scelte, senza la guida paterna dello stato. Oggi, invece, abbiamo il peggio di entrambe: il paternalismo della sinistra, convinta di sapere meglio dei poveri stessi quale sia il modo migliore per dare una svolta alle loro vite, e la visione della destra secondo la quale la povertà è causata da una mancanza di spirito di iniziativa”.

Il bersaglio di Bregman, comunque, è soprattutto il “socialismo perdente”: una sinistra ormai incapace di proporre una nuova visione del mondo per una generazione che manca completamente di orizzonti e utopie da inseguire. Una sinistra che si limita a tentare di arginare il fiume populista di destra che, quantomeno, ha il merito di proporre una visione, per quanto distopica e oscura. “È il paternalismo il vero problema”, prosegue Bregman. “Ci sono troppe persone, soprattutto nella vecchia sinistra, che pensano di sapere cos’è meglio per i poveri, quali decisioni debbano prendere, quali lavori e corsi d’aggiornamento fare. Io penso invece che, per la prima volta nella storia, tutti dovrebbero avere il diritto di decidere cosa fare della loro vita, compreso decidere se lavorare o meno; una scelta che per lungo tempo è stata privilegio esclusivo dei ricchi”.

Un aspetto poco considerato, ma assolutamente decisivo, è la possibilità che il reddito di cittadinanza provochi paradossalmente un aumento dei salari: “Tutti potrebbero dire ‘non voglio lavorare da McDonald’s per guadagnare così poco’, conquistando un potere contrattuale che spingerebbe all’insù i salari. Meglio ancora: chiunque svolga lavori poco pagati ma molto importanti – poliziotti, insegnanti, infermieri, spazzini – avrebbe un potere enorme, potendo contare sulla sicurezza garantita dal reddito di cittadinanza e ben sapendo che la società non può fare a meno di loro”.

Il risultato, sul lungo termine, sarebbe che gli stipendi potrebbero allinearsi al valore sociale del lavoro: “Il capitalismo oggi funziona al rovescio: chi fa lavori inutili, che non producono vera ricchezza – per esempio il direttore marketing di una grande azienda – guadagna tantissimo; chi fa lavori fondamentali come l’insegnante guadagna ben poco; sarebbe bello vivere in un mondo in cui le cose funzionano al contrario”, racconta ridendo Bregman.

Non resta che chiedersi una cosa: quanto tempo ancora dovremo aspettare prima di vivere in un mondo del genere? “Ovviamente non ne ho idea; ma se proprio vuoi che faccia una previsione posso dirti questo: negli Stati Uniti, agli inizi degli anni ‘60, nessuno parlava di basic income; sul finire degli anni ‘60 tutti credevano che qualche misura di questo tipo fosse necessaria e agli inizi degli anni ‘70 Richard Nixon (sì, Richard “Tricky Dick” Nixon, nda) arrivò a un passo dal portare a termine quella che sarebbe stata una vera rivoluzione. Se questa tempistica si ripeterà, entro la fine del decennio il reddito di cittadinanza sarà nel programma di governo di molti, molti partiti”.

Attenzione, però: niente di tutto ciò è scontato; soprattutto per chi, come Bregman, ritiene che il reddito di cittadinanza non sia una misura che diventerà inevitabile per via dell’automazione del lavoro: “Il capitalismo si adatta. Abbiamo sottovalutato la sua capacità di inventare sempre nuovi lavori e sempre nuovi bullshit jobs (con i quali Bregman non intende per forza lavori ripetitivi e malpagati, ma anche se non soprattutto lavori ben pagati ma che non producono vera ricchezza; per esempio il “wedding planner”, il trader di borsa e cose di questo tipo, nda). Oggi, secondo alcune ricerche, circa il 30% dei lavori più essere definito ‘bullshit’. Ma questa percentuale potrebbe anche salire e arrivare magari al 50/70/100% di tutti gli impieghi”.

“Ricordiamoci che il reddito di cittadinanza non è solo una questione politica o economica”, conclude. “È soprattutto una questione ideologica: una completa ridefinizione della società, di cos’è il lavoro, di cos’è il progresso. Stiamo ridisegnando tutti i concetti centrali del discorso politico e provando a costruire un futuro in cui ci siano un sacco di spazzini ben pagati e pochi banchieri pagati molto meno di quanto non siano adesso”. Più spazzini, meno banchieri: un ottimo slogan per un futuro utopistico.

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