Pubblichiamo una riflessione di Studio-Method – tra i protagonisti della residenza CIVICITY – che attraversa in chiave critica la Milano Design Week. Il racconto prende forma nel Quartiere Adriano e si interroga su come cambierebbe la città se il design si concentrasse sulla cura, sul migliorare e sull’abitare ciò che già esiste, inscrivendo la sostenibilità sociale e ambientale in un orizzonte condiviso.
“Ti piace questo posto?” Chiesi a una barista che lavorava in un locale affollato e frequentato da
designer nel centro di Milano. “Non ci verrei mai”, rispose lei…
Il Quartiere Adriano si trova proprio al margine estremo del confine comunale di Milano. Raggiungerlo con i mezzi pubblici fa immediatamente percepire la sua distanza dal resto della città. Il quartiere è isolato da infrastrutture, cantieri e lunghi tempi di percorrenza. Questa condizione di marginalità è ciò che Sara, responsabile della curatela culturale di Magnete, il centro comunitario con cui abbiamo collaborato, ha identificato come il principale problema di Adriano: “Nessuno lo conosce. Non è sulla mappa. Sembra che la comunità qui abbia bisogno di validazione dal resto della città”. Rispetto alla scena culturale sofisticata e orientata a livello internazionale del centro di Milano, ciò che accade ad Adriano viene spesso descritto in termini paternalistici ed è guardato un pò dall’alto in basso. È considerato significativo e interessante come forma di organizzazione cittadina, ma raramente “cultura” nello stesso senso.
Trascorrere del tempo nel quartiere ha però reso evidente che questo isolamento ha anche permesso ad Adriano di proteggersi da alcuni degli effetti della gentrificazione e di coltivare forti forme di organizzazione dal basso. L’attività culturale qui è organizzata dalla comunità per la comunità: laboratori di pittura per bambini, teatro e performance, corsi di musica, sessioni di falegnameria, tornei di carte al centro anziani. Queste pratiche sono dirette, radicate e strettamente legate ai bisogni e ai piaceri quotidiani di chi abita nel quartiere. Riflettono una diversa versione di cultura e di design, che parte da ciò che già esiste, dal desiderio dei residenti di prendersi cura dei propri spazi e dal senso di responsabilità civica reciproca. E tuttavia, poiché sono valutate principalmente attraverso i loro effetti sociali, raramente viene loro riconosciuto lo status di “cultura” e di “design” in senso pieno, e sono spesso considerate pratiche informali, provvisorie o ingenue. Poiché è il processo a contare, la forma, e la qualità formale del risultato, viene considerata meno importante, finendo così per essere declassata a qualcosa che non è pienamente design.
Studio-Method e Lorenzo Bondavalli, fotografia di Lorenzo Basili
Studio-Method e Lorenzo Bondavalli, fotografia di Lorenzo Basili
Dovremmo allora accettare un’irrisolvibile divisione tra ciò che è socialmente utile e ciò che è materialmente e tecnicamente “di qualità”? Oppure cercare modi per tenerli insieme, permettendo al valore sociale e alla qualità progettuale di rafforzarsi reciprocamente? Rivendicare questa ambizione richiede forse un ripensamento delle strutture attraverso cui design e cultura vengono prodotti e valutati; e cosa implicherebbe un tale cambiamento per il nostro modo di comprendere l’impatto dell’industria del design sulle nostre città?
Nel tentativo di contaminare la Milano Design Week con queste domande, ci siamo confrontati con i limiti di operare all’interno di un’economia culturale frenetica, guidata dal commercio e centrata sull’autorialità. Le conversazioni con designer, curatori e ricercatori durante gli incontri organizzati da cheFare hanno ripetutamente evidenziato i vincoli politici, economici e urbani che impediscono a tali pratiche dal basso di entrare nell’ecosistema della Design Week. Una conversazione con Annibale D’Elia, direttore di Economia Urbana Moda e Design del Comune di Milano, ha contribuito a chiarire questa condizione descrivendo la Design Week come un’economia delle idee, guidata da una costante domanda di novità: “Qual è la tua idea? Qual è la prossima novità?”. Questo ha spostato la nostra attenzione dai contenuti alle strutture che inquadrano la produzione del design.
Tra queste strutture, centrale è il “brief” tradizionale, il contenitore generico attraverso cui vengono organizzati la maggior parte dei contributi alla Design Week. Il brief presuppone un designer che arriva da altrove per proporre una soluzione: arrivi, mostri il tuo prodotto, te ne vai. Il risultato è un sistema estrattivo che equipara il valore all’innovazione alla novità, separando spazialmente etemporalmente il design dalla vita quotidiana e creando quella boothtopia fantasmagorica che solitamente associamo alle Design Week.
Studio-Method e Lorenzo Bondavalli, fotografia di Lorenzo Basili
Studio-Method e Lorenzo Bondavalli, fotografia di Lorenzo Basili
In risposta, abbiamo proposto il contro-modello del micro-brief. Invece di chiedere idee ai designer, il micro-brief parte da una domanda più semplice, rivolta direttamente ai residenti dei quartieri di Milano: cosa vorreste vedere accadere nel vostro quartiere? Cosa ha bisogno di cura, riparazione o attenzione? Ispirato ai valori orientati alla sufficienza osservati ad Adriano, il micro-brief sposta l’attenzione dall’astrazione verso ciò che già esiste e verso i desideri e i bisogni dei residenti, riposizionando il design come pratica che permette al potenziale radicato nella cittadinanza di emergere e prendere forma.
Per esplorare questo approccio, abbiamo progettato un carretto mobile ispirato alla figura dell’Arrotino, l’artigiano itinerante che un tempo attraversava i quartieri italiani affilando coltelli e riparando utensili. Reinterpretato come dispositivo di design contemporaneo e agganciato a un monopattino Lime “hackerato”, il carrello ha attraversato Milano raccogliendo micro-brief dai residenti e funzionando al contempo come postazione temporanea per interventi immediati.
Abbiamo attivato il carrello attraverso due workshop: uno nel Quartiere Adriano durante i Community Days del quartiere, e uno in Tucidide, un ex complesso industriale oggi popolato da giovani creativi.
Ad Adriano, i residenti arrivavano con piccole necessità di riparazione. Sono stati sistemati occhiali. È stato costruito collettivamente uno sgabello. La partecipazione era diretta. Le persone maneggiavano gli strumenti, prendevano decisioni e imparavano facendo. I risultati erano tecnicamente modesti e spesso più vicini a un servizio tecnico che a design, ma i partecipanti erano visibilmente orgogliosi, e l’esperienza del fare insieme contava più degli oggetti stessi. A Tucidide, la situazione era quasi invertita. Le riparazioni erano più complesse e hanno coinvolto tre interventi specifici in situ. Qui miravamo a dimostrare una forma di riparazione e riuso generativo capace di confrontarsi con la risoluzione formale dei progetti circostanti della Design Week. Il controllo è tornato maggiormente a noi come designer. I risultati erano più precisi e formalmente convincenti, ma la partecipazione è diventata più distante. Meno mani coinvolte, decisioni prese in modo più centralizzato.
Studio-Method e Lorenzo Bondavalli, fotografia di Lorenzo Basili
Studio-Method e Lorenzo Bondavalli, fotografia di Lorenzo Basili
Ciò che la presenza dell’Arrotino ha reso possibile in entrambi i contesti, tuttavia, è stato altro. Le persone restavano. Guardavano, facevano domande, si fermavano, scambiavano commenti, prendevano un caffè e trascorrevano tempo attorno al carretto. Anche quando la competenza reintroduceva gerarchie, la prossimità persisteva e l’atmosfera rimaneva conviviale. Vista da questa prospettiva, la questione riguarda meno la scelta tra partecipazione e qualità, e più la comprensione di come la qualità venga prodotta, da chi e in quali condizioni.
I micro-brief e l’Arrotino offrono un modo per affrontare queste domande. Riformulando il brief come dispositivo situato e politico, spostano l’attenzione da un’economia delle idee verso le infrastrutture che mediano l’accesso alla competenza tecnica. Il brief non si limita più a chiedere soluzioni, ma definisce cosa conta come problema, quali tipi di conoscenza vengono mobilitati e chi è autorizzato a partecipare. Operando attraverso la prossimità, i micro-brief creano situazioni in cui competenza e fiducia possono accumularsi nel tempo. In questo senso, la convivialità non è un effetto collaterale, ma un metodo. Crea le condizioni attraverso cui la qualità può emergere e essere sostenuta a livello locale, permettendo che il valore venga prodotto attraverso cura continuativa, riuso e attenzione condivisa, piuttosto che attraverso la novità o la validazione autoriale. Il design inizia a operare meno come oggetto finito da consumare e più come situazione condivisa, irregolare e negoziata, in cui familiarità, fiducia e apprendimento diventano parte del processo progettuale.Da qui prende forma una diversa comprensione della pratica civica. Una in cui la cittadinanza è vista non solo come questione di alfabetizzazione politica, ma anche di alfabetizzazione materiale: sapere come prendersi cura degli spazi condivisi, come fabbricare e riparare insieme, e come confrontarsi con le condizioni materiali della vita quotidiana e dei propri spazi cittadini. In questo quadro, il ruolo del design non è rappresentare le comunità, ma fornire strumenti, metodi e forme di competenza che possano essere accessibili, apprese e riappropriate dai residenti.
L’Arrotino del Design non offre un modello per sostituire la Design Week, né risolve le contraddizioni che mette in luce. Piuttosto, chiede come potrebbe cambiare la città se le infrastrutture del design spostassero la loro attenzione dal mostrare la novità al sostenere le condizioni attraverso cui le comunità possano continuamente prendersi cura, migliorare e abitare ciò che già esiste, portando sostenibilità sociale e ambientale in un orizzonte condiviso. Se il design deve essere civico, il suo compito potrebbe non essere inventare di più, ma imparare a restare abbastanza a lungo affinché cura, competenza condivisa e qualità progettuale coincidano.
Suggerimenti per i futuri residenti
Anticipare la logistica. Anche operando in ambito locale e con attenzione, la produzione materiale richiede tempo e coordinamento. La predisposizione preventiva delle infrastrutture consente di evitare soluzioni dell’ultimo minuto, spesso onerose.
Delimitare il punto di accesso. La residenza si articola attorno a un tema ampio e complesso. La scelta tempestiva di prospettiva specifica permette di garantire chiarezza e profondità.
Costruire relazioni prima dei progetti. Fiducia e familiarità costituiscono le condizioni di possibilità per una collaborazione significativa.
Assumere rischi materiali. La produzione di elementi tangibili mette le idee a contatto con la realtà e genera una frizione produttiva.
Accogliere l’incompletezza. La residenza non mira a risolvere ogni aspetto, ma a formulare una posizione chiara.