Martedì 14 aprile 2026
Sguardo bianco
 
Politiche e pratiche della bianchezza

Come si è formato il modo con cui l’Occidente ha imparato a vedere – e controllare – il mondo? In questo saggio, Nicholas Mirzoeff, tra i massimi esperti di cultura visuale, ricostruisce la genealogia dello “sguardo bianco”: dall’invenzione rinascimentale della prospettiva all’ascesa del capitalismo fondato sul lavoro schiavile, fino alla messa a punto delle tecnologie contemporanee di sorveglianza. Secondo l’autore, questo sguardo avrebbe contribuito a modellare un mondo razzializzato e oppressivo, nel quale chi non è percepito come “bianco” vive sotto minaccia costante. Oggi, tuttavia, la crisi della supremazia bianca apre nuovi spazi di immaginazione politica e alcune possibilità di trasformazione. Sguardo bianco si presenta come una guida critica e insieme una chiamata all’azione e all’impegno etico, invitando a conoscere meglio ciò che diamo per scontato, a vedere ciò che lo sguardo dominante tende a occultare e a coltivare forme alternative di percezione capaci di cambiare il mondo che abitiamo.


Grazie alla gentile concessione dell'editore, pubblichamo in anteprima un estratto del libro Sguardo bianco. Politiche e pratiche della bianchezza di Nicholas Mirzoeff, edito da Meltemi Editore. Il volume sarà disponibile dal 17 aprile 2026.



Una macchina per la metamorfosi

Utilizzando le macchine degli Stati, delle navi e delle piantagioni, lo sguardo bianco ha organizzato la realtà bianca in una macchina per la metamorfosi. L’esperta di studi coloniali Macarena Gómez-Barris ha teorizzato quello che definisce “punto di vista estrattivo” (extractive view): la prospettiva che rendeva invisibili i popoli indigeni. All’interno di quello spazio occultato, la vista bianca ricavava valore operando come un processo di cambiamento o di metamorfosi¹. La bianchezza arrivò a trasformare la terra, che secondo la visione del mondo indigeno non poteva essere posseduta, in proprietà assoluta del colono bianco. In seguito, su quella terra colonizzata avvenne un nuovo mutamento: la vita umana venne trasformata in valore finanziario per mezzo della violenza². Come sostiene lo storico Walter Johnson, la produzione basata sulla schiavitù trasformava “le frustate in lavoro, poi in balle di cotone, in dollari, in sterline"³. Nel linguaggio economico, questo processo viene solitamente considerato come uno scambio, ma mentre i dollari possono essere scambiati con il cotone e altri beni, le frustate e il dolore che ne risulta non possono (o non dovrebbero) essere affatto oggetti di scambio⁴. Eppure, il lavoro forzato nella schiavitù imposta dai coloni fu trasformato in profitto spettacolarizzato. Minuscole isole come Madeira, poi le Barbados, e infine Saint-Domingue (l’attuale Haiti), divennero i luoghi di maggiore guadagno del mondo atlantico⁵.

L’ultimo elemento dello sguardo bianco è il tempo, inteso sia in forme semplici sia in forme composte. Il tempo veniva ricavato direttamente da coloro che erano soggetti alla sorveglianza della vista bianca. Negli anni Sessanta del XIX secolo, in Inghilterra, questa estrazione del tempo veniva descritta in termini sorprendentemente poetici dagli ispettori delle fabbriche: “Atomi di tempo sono gli elementi del guadagno"⁶. Maggiore è il tempo che si riesce a ottenere da un lavoratore, maggiore è il profitto. Il lavoro in schiavitù o a contratto forzato permetteva di sfruttare al massimo questa estrazione. A partire dalla piantagione, si proiettava un tempo composto che andava dalla conquista del passato al dominio del presente e del futuro. La geografa nera Katherine Kittrick definisce il risultato di questo processo come “futuri della piantagione” (plantation futures), ovvero “una concettualizzazione del tempo e dello spazio che segue le dinamiche della piantagione fino al carcere e ai settori urbani impoveriti e distrutti⁷ 

Anche Marx ha tracciato simili parallelismi tra la piantagione, la colonia e la fabbrica, in termini della loro “fame di pluslavoro da lupi mannari"⁸ e per il “prolungamento della giornata lavorativa al di là dei limiti della giornata naturale"⁹. La dimensione spazio-temporale della piantagione conferisce profondità e spessore alla realtà bianca, mentre la proiezione del futuro della piantagione le assicura una direzione. Sebbene la realtà bianca continui, il suo presente è in realtà il passato futuro della piantagione proiettato sullo schermo imperiale.


Lo sciopero contro la bianchezza

Lo sciopero contro la bianchezza rifiuta questo sistema estrattivo, decostruendo la staticità della vista bianca, costituita dallo schermo, dalla statua, dallo Stato e dalle sue leggi. Opporsi all’egemonia bianca svela l’esistenza di un altro mondo attraverso l’attivazione di quella che chiamerò “relazione visibile”, seguendo la definizione del filosofo caraibico Édouard Glissant. La relazione evoca “un vissuto cosciente e contraddittorio dei contatti tra culture"¹⁰. Per estensione, la relazione visibile è un’esperienza reciproca vasta e ambivalente che opera a livello cosciente, contrastando gli impulsi dell’inconscio culturale che è stato ereditato. Allo stesso modo, permette sempre il “diritto all’opacità”, ovvero la garanzia della possibilità di non essere completamente visibili o trasparenti per tutti. La relazione si oppone a ciò che Glissant chiamava “identità delle radici”, focalizzata intorno al sé e in un territorio specifico.

L’ultimo elemento dello sguardo bianco è il tempo, inteso sia in forme semplici sia in forme composte. Il tempo veniva ricavato direttamente da coloro che erano soggetti alla sorveglianza della vista bianca

Al centro dell’invito alla relazione da parte di Glissant c’è la frase adottata da Fred Moten come titolo della sua recente trilogia: “Consentire a non essere un essere unico"¹¹. Nonostante la complessità di questi filosofi straordinari richiederebbe molte pagine per essere pienamente analizzata, desidero ora soffermarmi su una parola: consenso. Per Moten, il consenso è una condizione preliminare “non negoziabile”. È centrale in ciò che si intende per giustizia. Questo stato di cose non è soddisfatto nell’attualità, a eccezione di quando si instaurano momenti temporanei di relazione visibile. Lo sciopero contro lo sguardo bianco non riguarda i termini e le condizioni. Si tratta di uno sciopero femminista per affermare il consenso in quanto condizione dell’incontro umano nella relazione visibile. Posso acconsentire a essere visto, oppure tu puoi rivendicare il tuo diritto all’opacità. Partendo da questo presupposto, possiamo costituire un fronte comune.


Questo sciopero si presenta sotto forme differenti. Ben lontano dall’essere un singolo evento unitario, per la rivoluzionaria Rosa Luxemburg lo sciopero di massa consisteva in una serie di opposizioni che si verificavano quando “la massa proletaria, che contava milioni di persone, si rendeva improvvisamente e bruscamente conto di quanto fosse intollerabile l’esistenza sociale ed economica che aveva pazientemente sopportato per decenni”. Questo creava ciò che lei definì “un’immagine […] del movimento rivoluzionario nel suo complesso”¹². Si trattava dello sciopero come relazione visibile. Ciò che rende generale lo sciopero non è il fatto che tutti vi partecipino o che tutti si mobilitino in senso pratico, ma piuttosto che venga messo in discussione l’ordine sociale ed economico nel suo insieme. Richiede nuove forme di relazione. Si manifesta come indisposto al governo o, come affermano Moten e Harney, “inadatto all’assoggettamento"¹³. Oggi, lo sciopero umano è “più generale dello sciopero generale”¹⁴, il che rende visibile ciò che è normalizzato.

Il consenso è una condizione preliminare “non negoziabile”. È centrale in ciò che si intende per giustizia. Questo stato di cose non è soddisfatto nell’attualità, a eccezione di quando si instaurano momenti temporanei di relazione visibile

Le azioni previste dallo sciopero includono l’immaginare, il rifiutare, il decostruire e il distruggere la realtà bianca. Tutto questo prende le mosse dalla “formula queer” pronunciata dal personaggio di Herman Melville, Bartleby, “Preferirei di no"¹⁵. Il rifiuto crea i futuri della resistenza (resistance futures), nei quali l’energia inespressa dei rifiuti del passato – come il rifiuto di farsi da parte o il rifiuto di fingere che non ci fosse nulla da vedere – torna ad attivarsi. Il rifiuto interrompe il tempo. Lo sciopero reclama il tempo sottratto da parte della piantagione, della fabbrica, del burocrate, della scuola, dell’ufficio o del sistema di welfare.


Così come la transizione al capitalismo ruotava attorno all’assoggettamento dei corpi al tempo e al ritmo del lavoro salariato, la transizione verso lo sciopero contro la bianchezza rappresenta una nuova relazione con il tempo e lo spazio che sfugge al futuro della piantagione per trovare o inventare la contemporaneità. Nel 1957, in un intervento in occasione dell’indipendenza del Ghana, Kwame Nkrumah dichiarò: “Non guardiamo né a est né a ovest. Guardiamo avanti”. Al di là della politica della Guerra fredda, guardare avanti significava assumere un punto di vista che si opponeva al capitalismo razzializzante e si rivolgeva a un avvenire lontano dalla direzione stabilita dai futuri della piantagione¹⁶. Guardare avanti è guardare verso un futuro di decolonizzazione.


Per riprendere gli slogan dello sciopero femminista argentino che nel 2020 ha ottenuto la conquista dei diritti riproduttivi, lo sciopero contro la bianchezza mobilita “il pensiero, la visibilità e il sentimento” di tutto ciò che è stato fatto scomparire con “il desiderio di cambiare tutto"¹⁷. Per la femminista argentina Verónica Gago, questo sciopero è una “lente” studiata nello specifico per “rendere visibili le gerarchie"¹⁸. L’azione del rendere visibile rientra nel processo attivo della de-invisibilizzazione: l’annullamento dell’invisibilità e della cancellazione all’interno della realtà simbolica della bianchezza.

Le azioni previste dallo sciopero includono l’immaginare, il rifiutare, il decostruire e il distruggere la realtà bianca. Tutto questo prende le mosse dalla “formula queer” pronunciata dal personaggio di Melville, Bartleby, “Preferirei di no”

Ogni sciopero contro lo Stato è uno sciopero femminista perché, come osserva l’antropologa¹⁹ Audra Simpson, “lo Stato è un uomo”. L’autrice individua nel sovrano coloniale una “pulsione di morte a eliminare, a controllare, a nascondere e, in altre parole, a ‘far sparire’ ciò che fondamentalmente mette in discussione la sua legittimità"²⁰. Al centro di questo impulso c’è lo stupro, elemento centrale tanto nell’immaginario quanto nella pratica del capitalismo razzializzante del mondo atlantico. Nel dipinto di Tiziano Il ratto di Europa (1560), raffigurante una delle metamorfosi di Ovidio, il dio Zeus, nelle sembianze di un toro bianco, rapisce Europa²¹. La ragazza, in preda al panico, sventola una bandiera rossa, mentre le sue compagne, sulla riva, si allarmano. Dei mostri marini, forse cugini del Leviatano, circondano la scena dello stupro, mentre una nave coloniale solca il mare sullo sfondo. Nel mito, in seguito alla violenza subita, Europa dà alla luce Minosse, re di Creta, considerato allora il fondatore della civiltà europea. Per estensione, come ha sostenuto Sarah Deer, esperta in studi sulla Nazione Muscogee²² dell’Oklahoma, lo stupro “può essere impiegato come metafora dell’intero concetto di colonialismo"²³. Le numerose rappresentazioni della colonizzazione come presa di possesso del corpo di una donna indigena non sono altro che rielaborazioni del ratto di Europa²⁴.


Tiziano, Il ratto di Europa, 1560. Olio su tela, 178 × 205 cm (70’/16 × 80’/16’’) Isabella Stewart Gardner Museum, Boston. © Isabella Stewart Gardner Museum / Bridgeman Images


Ma lo stupro non è solo una metafora. Era una pratica quotidiana del capitalismo razziale. L’abolizionista Olaudah Equiano ha descritto così il periodo in cui fu costretto a lavorare come marinaio ridotto in schiavitù nelle Indie Occidentali del XVIII secolo:


Mi capitava spesso di avere in custodia diversi carichi di nuovi negri da vendere; ed era pratica quasi costante, da parte dei nostri compagni e degli altri bianchi, commettere spietate violenze sessuali nei confronti della castità delle schiave. […] Ho persino saputo di casi in cui appagavano le loro passioni brutali con femmine che non avevano neppure dieci anni.²⁵


Per quanto orribili, queste azioni acquisivano un loro “senso” nella logica del capitale razziale. Nella schiavitù del mondo atlantico, ogni figlio nato da una donna schiavizzata diventava automaticamente una proprietà umana grazie a quell’astuzia legale chiamata partus sequitur ventrem, secondo cui lo status giuridico della madre determinava quello del figlio. Questo principio comportava un “profondo rovesciamento delle nozioni europee sull’ereditarietà” facenti parte del sistema patriarcale del primogenito²⁶. Allo stesso modo, generando una nuova proprietà umana – elemento centrale nella metamorfosi del capitale razziale della vita in valore attraverso la violenza – rendeva lo stupro economicamente redditizio.




Note


¹ M. Gómez-Barris, The Extractive Zone: Social Ecologies and Decolonial Perspectives, Duke University Press, Durham (NC) 2017, pp. 5-9.


² Sylvia Wynter ha parlato di una “Black metamorphosis” correlata. Cfr. K. McKittrick, Dear Science and Other Stories, cit., pp. 154-167.


³ W. Johnson, River of Dark Dreams: Slavery and Empire in the Cotton Kingdom, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (MA) 2013, p. 244.


⁴ Ivi, p. 248.


⁵ J.W. Moore, Madeira, Sugar, and the Conquest of Nature in the “First” Sixteenth Century. Part I: From “Island of Timber” to Sugar Revolution, 1420-1506, in “Review”, vol. 32, n. 4, Fernand Braudel Center, 2009, p. 353. Cfr. Cap. 1.


⁶ K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie, Verlag von Otto Meissner, Hamburg 1867; tr. it. Il capitale, vol. 1, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 277.


⁷ Cfr. K. McKittrick, Plantation Futures, in “Small Axe”, vol. 17, n. 3, novembre 2013, p. 2; J. Casid, Scenes of Projection: Recasting the Enlightenment Subject, cit.


⁸ K. Marx, Il capitale, cit., p. 278.


⁹ Ivi, p. 291.


 ¹⁰ É. Glissant, Poétique de la relation, Gallimard, Paris 1990; tr. it. Poetica della relazione, Quodlibet, Macerata 2007, p. 135.


¹¹ F. Moten, Black and Blur. Vol. I: Consent Not to Be a Single Being, Duke University Press, Durham (NC) 2017, p. XV.


¹² R. Luxemburg, The Rosa Luxemburg Reader, a cura di P. Hudis, K.B. Anderson, Monthly Review Press, New York 2004, p. 181.


¹³ Cfr. F. Moten, S. Harney, The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study, Minor Compositions, New York 2013; tr. it. The Undercommons. Pianificazione fuggitiva e studio nero, ombre corte, Bologna 2021, p. 64; J.C. Scott, The Art of Not Being Governed: An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven (CT) 2009; tr. it. L’arte di non essere governati. Una storia anarchica degli altopiani del Sud-Est asiatico, Einaudi, Torino 2020.


¹⁴ C. Fontaine, Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà, cit., p. 38.


¹⁵ Cfr. K. Keeling, Queer Times, Black Futures, New York University Press, New York 2019, pp. 45-47; C. Fontaine, Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà, cit., pp. 39, 206.


¹⁶ K. Nkrumah, From Now on We Are No Longer a Colonial but Free and Independent People, 6 marzo 1957, https://youtu.be/lTTdi8AjZg8.


¹⁷ Cfr. C. Fontaine, Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà, cit.; V. Gago, La potenza femminista, cit., pp. 9, 224.


¹⁸ Ivi, p. 27.


¹⁹ La ricerca antropologica di Simpson riguarda soprattutto le politiche e le culture indigene nordamericane, in particolare quella Kahnawà:ke Mohawk [N.d.T.].


²⁰ A. Simpson, The State is a Man: Theresa Spence, Loretta Saunders and the Gender of Settler Sovereignty, in “Theory and Event”, vol. 19, n. 4, 2016, pp. 1-16.


²¹ Ovidio, Metamorfosi, a cura di P. Bernardini Marzolla, Einaudi, Torino 2015. Cfr. anche E. Butterfield-Rosen, Men are Dogs: Titian’s Poésie for Philip II, in “Artforum”, vol. 60, n. 8, aprile 2022.


²² Detti anche Creek, i Muscogee sono un popolo nativo americano storicamente radicato nel sud-est degli Stati Uniti [N.d.T.].


²³ S. Deer, The Beginning and End of Rape: Confronting Sexual Violence in Native America, University of Minnesota Press, Minneapolis 2015, p. XVII; citato in N. Estes, Our History Is the Future, cit., p. 81.


²⁴ Cfr. Cap. 2.


²⁵ O. Equiano, The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, or Gustavus Vassa, the African, London 1789, https://www.gutenberg.org/files/15399/15399-h/15399-h.htm#CHAP_V.


²⁶ J.L. Morgan, Partus sequitur ventrem: Law, Race and Reproduction in Colonial Slavery, in “Small Axe”, n. 44, 2018, pp. 1-17.

Partecipa alla trasformazione

Iscriviti alla newsletter
di cheFare

Questa è la nostra informativa privacy.