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12 aprile 2016

La Fondazione Archivio Diaristico italiano riscrive la Storia dal basso, attraverso le storie come bene comune.

Storie personali come bene comune

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Situata nel comune di Pieve Santo Stefano, un piccolo paese toscano, la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale è un archivio pubblico il cui patrimonio documentario è nel Codice dei Beni Culturali dello Stato. L’archivio raccoglie diari, lettere, autobiografie delle persone comuni. L’archivio ed il museo adiacente testimoniano un pezzo della storia dell’Italia e dei suoi abitanti. Raccolgono oltre 7500 testimonianze che attraversano i confini locali e nazionali.

Il potere universale delle storie e l’approccio dal basso unito all’aspetto “glocal” dell’Archivio, lo rendono uno dei luoghi più innovativi al mondo. beni comuniQuando sono entrata in contatto per la prima volta con la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale mi è sembrato naturale approcciarmi come volontaria per questo piccolo ma incredibilmente significativo progetto.

Allora non avrei mai immaginato che un’istituzione culturale del mio piccolo paese toscano, sarebbe diventata un luogo che cambia la vita di tante persone, la mia per prima. Recentemente ho intervistato Natalia Cangi e Loretta Veri, la Direttrice dell’Archivio e la sua Fundraiser, per conoscere meglio le origini del progetto e ciò che lo rende speciale.

AC: Come è stato pensato il progetto in origine dal suo fondatore Saverio Tutino?

NC: L’idea originale consiste nel dare una casa alle storie della gente comune, con la creazione di un archivio della memoria in cui tutte le persone hanno la possibilità di lasciare una traccia della propria vita. Saverio Tutino ha deciso di creare un luogo molto democratico in cui la voce della gente comune ha un posto speciale.

Come ha iniziato Saverio questa raccolta di memorie e come viene portata avanti dal team?

NC: Insieme con l’idea dell’Archivio è nato il Premio Pieve, un concorso nazionale che Saverio ha lanciato per scegliere il “meglio” (anche se non possiamo parlare del migliore in senso assoluto, perché tutte le storie sono estremamente importanti) fra autobiografie, diari, epistolari e memorie che la gente avrebbe inviato all’Archivio.

In questo modo, ha pensato che sarebbe stato più facile convincere le persone a donare e condividere le proprie storie personali in uno spazio pubblico con un vasto pubblico. Così il Premio Pieve è stato il primo catalizzatore per la condivisione delle proprie storie personali da parte di un pubblico che non era abituato a questo.

Nel 1984, prima del boom dei blog e dei social media, la condivisione della propria vita personale non era un fenomeno di massa. Era necessario dare inizio a questa consapevolezza tra le persone comuni – non scrittori o professionisti nel campo della cultura – al fine di condividere parti della loro vita o di quella dei loro parenti. Oggi, Premio Pieve resta lo stimolo più importante per le persone che spediscono le loro memorie all’Archivio. Anno dopo anno, si tratta di una sorta di piazza pubblica dove le storie prendono vita ancora una volta, e molte persone vengono da tutto il mondo per prenderne parte. Il team lavora duramente per comunicare e gestire logisticamente la memoria, sia online che offline.

Che cosa ha fatto di Saverio Tutino il pioniere di un approccio dal basso alla conoscenza e al patrimonio culturale?

NC: L’idea che ha avuto Tutino dell’Archivio ha un forte valore politico: ha voluto dare voce a coloro che non ce l’hanno, raccontando la Storia attraverso le storie comuni, in un approccio dal basso verso l’alto. Tutino è stato l’unico a salvarli dall’oblio, pensando all’archivio come un posto che va al di là della biblioteca o di un mero deposito. Ha usato la parola “vivaio”, intesa come il luogo dove nuove vite crescono e si sviluppano. Quindi il nostro lavoro – per dare valore alle piccole piante, storie – consiste nel dare loro una nuova vita, rispettandole insieme ai loro autori.

Dare valore alle storie implica, certamente, il loro mantenimento e la loro protezione (non dimentichiamo che siamo soggetti al Codice italiano dei Beni Culturali e del Paesaggio), e oltre a questo significa facilitare la diffusione della missione dell’Archivio in quanti più campi possibile: lo facciamo pubblicando storie come siamo abituati, ma lo facciamo anche investendo in progetti complessi e innovativi, come ad esempio il progetto Impronte Digitali, finanziato dalla Fondazione Telecom, attraverso il quale stiamo digitalizzando tutto il patrimonio di memoria al fine di condividerlo con una vasta comunità facendolo vivere per sempre.

Come si fa a mantenere viva la visione di Tutino innovando il format?

NC: Le persone e le loro storie sono da sempre al centro del nostro lavoro e hanno avuto sempre la nostra massima attenzione, molti anni prima di Facebook e dei blog. Così abbiamo naturalmente ampliato la nostra azione online, creando una bella e attiva comunità e innescando progetti innovativi che varcassero i confini locali.

Il Premio Pieve è il primo festival italiano ad essere in diretta Twitter sia in italiano che inglese, con il nostro social media team che ha la responsabilità di tradurre, attraverso diversi canali e format, queste storie intime e personali, rispettando la narrazione offline. Inoltre, manteniamo un rapporto personale con chiunque ci mandi la propria storia. La nostra attività di tutti i giorni è quella di mantenere questo collegamento, anche dopo molti anni, via telefono, email o social media. La nostra rete online, che comprende sia autori sconosciuti e gente comune, ma anche giornalisti, artisti e professionisti della cultura, è sempre in contatto con l’Archivio.

Cito un esempio su tutti: la settimana scorsa abbiamo inviato una newsletter sull’anniversario di Saverio. Non avete idea di quante risposte, di quante email commoventi abbiamo ricevuto. L’Archivio parla al cuore della gente, e il rapporto con la gente non è forzato, ma organico e tangibile. A volte inizia online, per poi diventare personale, o viceversa.

In che modo l’archivio sta lavorando sul concetto di “conoscenza come bene comune”?

NC: L’Archivio ha avuto, fin dall’inizio, un approccio molto contemporaneo per quanto riguarda la condivisione di contenuti, dando agli autori tutto il potere e il diritto sulle loro storie, mentre queste vengono preservate e comunicate. Le storie non ci appartengono – le condividiamo nel momento in cui l’autore vuole questo. Tendiamo a lasciarle parlare da sole, senza l’intermediazione critica, e lavoriamo sodo per rendere questa cultura accessibile a tutti, sia nel mondo accademico che non. Il modello dell’archivio è open source e diamo il benvenuto a qualsiasi persona da ogni parte del mondo, sette giorni su sette, gratis (i gruppi ci lasciano solitamente una piccola offerta).

Qual è il potere e il potenziale globale dell’Archivio Diaristico Nazionale?

NC: L’Archivio sta diventando una destinazione di turismo internazionale fuori dai circuiti di massa perché è un posto veramente peculiare e unico in cui trovarsi. La geografia non ci aiuta: non siamo inseriti in un itinerario turistico volto al mercato globale, e le infrastrutture e i trasporti pubblici non rendono la vita facile ai turisti. Le persone che ci amano preferiscono definire il viaggio all’archivio come un pellegrinaggio.

In effetti, andare in pellegrinaggio significa camminare verso luoghi particolari, unici, verso esperienze straordinarie. Il viaggio verso l’Archivio è il pellegrinaggio di un laico. Coloro che vengono qua possono trovare un insieme di storie che raccontano gli ultimi 250 anni di storia del genere umano. Tutti i racconti sono in italiano, ma proprio perché gli italiani sono immigrati in tutto il mondo, il contenuto può parlare anche di Australia, Canada, Stati Uniti, America Latina ecc. Ha una voce universale.

L’Archivio è un modello scalabile e ripetibile?

NC: Il sogno di Tutino era quello di “costruire” in ogni città nazionale ed internazionale, un archivio che raccogliesse le memorie delle persone comuni. Noi crediamo nella sua visione e cerchiamo di mantenerla viva. Essendo una fonte di ispirazione per gli archivi di tutto il mondo, abbiamo creato un modello open source. Facilitiamo e sosteniamo molti nuovi archivi, alcuni sono come la nostra realtà, e altri nascono con differenze basate sulla cultura e sui bisogni locali.
“Il modello funziona” è quello che dicono tutti quelli che hanno avviato un progetto su ispirazione dell’Archivio, in Francia, Austria, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo… Ci stiamo confrontando per questo anche con le istituzioni in Canada e in Messico. Leggere la storia dal basso è, di sicuro, un bisogno comune universale.

Qual è il valore delle relazioni nella vita di tutti i giorni e nella strategia dell’Archivio?

LV: L’Archivio è stato concepito dal suo fondatore come un luogo di relazioni e di condivisione. Adesso sono parole “di moda” ma qui si applicano da più di trent’anni.

Depositare la propria storia di vita o il proprio diario è un atto di donazione basato sulla fiducia e un grande gesto di condivisione. 
Da quando ci siamo messi a lavorare in modo specifico sul fundraising (marzo 2010) abbiamo allargato le nostre relazioni visto che il fundraising si basa proprio sulla capacità di creare relazioni, fra un donatore e chi beneficia del dono a sostegno della propria causa.

Sempre più spesso chi deposita un suo scritto di memorie in Archivio viene a vedere il luogo che accoglierà il proprio testo, viene a conoscere chi se ne prenderà cura, cerca una relazione che poi mantiene nel tempo con i mezzi di comunicazione più vari, dalla lettera scritta a mano, alla mail, alla telefonata, alle visite in Archivio, alla partecipazione all’evento del Premio che qualcuno vive come un rito imperdibile anno dopo anno. Ma la relazione adesso si mantiene viva anche in altro modo grazie a internet e in particolare ai social media. 
Alcuni diaristi e amici dell’Archivio ci aprono le loro case, ci invitano da loro e diventano persone che frequentiamo abitualmente, che sentiamo settimanalmente, che consideriamo parte delle nostre vite.

Quanto è importante la collaborazione ed il lavoro dei volontari nelle attività dell’Archivio?

LV: Il volontariato è l’elemento fondamentale della nostra istituzione culturale. Il vero cuore pulsante di tutte le nostre attività. Il Premio Pieve semplicemente non esisterebbe senza volontari e considero volontari anche chi prende un piccolo compenso da collaboratore o da dipendente. Sono talmente esigue le cifre destinate a chi lavora per l’Archivio occupandosi di tante mansioni molto specialistiche che sarebbe ingiusto non annoverare tutti fra i volontari, a partire dalla direttrice Natalia Cangi il cui stipendio non copre nemmeno un terzo della quantità e qualità del suo impegno. Del resto loro stessi si sentono e si definiscono “volontari” anche quando percepiscono dei compensi.

I volontari dell’Archivio si occupano di tutto: leggono diari, li trascrivono, li schedano, li digitalizzano, incontrano le persone che vengono a consegnarli, fanno visite guidate al museo, allestiscono gli eventi, organizzano, gestiscono i social, il sito internet, la newsletter, fanno editing di libri, fundraising, progettazione, si occupano di traduzioni, di pubbliche relazioni, scrivono articoli, fanno fotografie, curano mostre e installazioni, coordinano incontri pubblici, fanno letture ad alta voce, gestiscono laboratori autobiografici e molto altro.

Avere un gruppo così folto, specializzato, appassionato, disponibile e sempre sorridente è la vera forza di questa istituzione.

Qual è il rapporto con il paese di Pieve Santo Stefano e i dintorni toscani?

NC: La relazione con Pieve Santo Stefano, il piccolo paese della Toscana, è una relazione che l’Archivio ha dovuto costruire. Non è stato facile all’inizio, come credo non sia mai facile per le istituzioni e i progetti che hanno una visione nazionale e globale pur vivendo in piccole realtà.

Fin dall’inizio, il progetto aveva l’ambizione di raccogliere la memoria, le storie, di ogni italiano, salvando il patrimonio autobiografico italiano. C’erano altri archivi locali in tutta Italia, ma nessuno aveva un respiro nazionale.
Abbiamo lavorato duramente per creare un collegamento con Pieve, inizialmente, con il progetto Pieve ’44, dove abbiamo intervistato gli abitanti di Pieve chiedendo di raccontarci il momento drammatico della distruzione quasi completa del loro paese. Continuiamo a creare questa connessione anno dopo anno durante il Premio Pieve, cercando per coinvolgere la gente del posto nel premio.

Per esempio, negli ultimi anni, abbiamo organizzato il pranzo per i volontari del premio chiedendo alle imprese locali pievane (ristoranti ed enoteche) – operazione chiamata Food Raising – di donare cibo e viveri. Da non dimenticare, inoltre, è la stessa Commissione di Lettura, un gruppo di lettori locali che si incontrano una volta a settimana da 30 anni, per discutere le storie depositate presso l’Archivio, facendo una prima scelta di quelle che saranno presentate durante il Premio Pieve. Quella di dare la possibilità e il potere alle persone comuni di leggere in anteprima tutti i contenuti è stata definita un’idea brillante.

Infine, il Piccolo Museo del Diario, il nostro percorso esperienziale attraverso la memoria ad opera dello studio DotDotDot, e uno dei musei più innovativi in Italia, ha facilitato il rapporto con le persone di Pieve, che percepiscono ora l’Archivio come parte del loro patrimonio, e ne sono fiere. Inoltre facciamo uno sforzo nel mantenere il museo aperto tutti i fine settimana dando alla gente la possibilità di viverne le storie, e raggiungendo un grande numero di visitatori.

L’Archivio ha iniziato collaborazioni, nei dintorni, con Anghiari – sviluppando il Memory Route, una rotta turistica della memoria – e Arezzo, la città più vicina, o Città di Castello, in Umbria. Essendo l’Archivio un’istituzione nazionale profondamente radicata nel suo territorio, diventa importante non essere isolati a livello locale.

Qual è l’impatto che l’Archivio e il Piccolo Museo del Diario hanno sui visitatori?

NC: Possiamo dire che il Piccolo Museo del Diario e il Lenzuolo di Clelia sono espedienti per entrare in contatto con le persone sia a livello emotivo che esperienziale: i visitatori sono molto coinvolti emotivamente e passano molto tempo all’interno del Museo, anche se è piccolo, come dice la parola stessa.

La partecipazione è garantita: ognuno trova una storia che in un qualche modo gli parla. Le attrazioni interattive che contengono la memoria digitale sviluppano una relazione rapida e profonda con il pubblico: ad esempio la storia di Vincenzo Rabito, che si estende per tutto il XX secolo raccontata da un brillante caso studio narrativo, è sorprendente e, ancora una volta, molto coinvolgente. Il capolavoro di Clelia parla al cuore di tutti, e completa il percorso di esperienza nel Piccolo Museo del Diario.

In che modo le persone possono essere coinvolte nell’Archivio diventando parte attiva della comunità della memoria?

LV: Ci sono molti modi per lasciarsi coinvolgere e sostenere la nostra buona causa della memoria.
Il primo è parlarne, far conoscere l’Archivio, condividere i suoi post, fare il passaparola, tenere alta l’attenzione. Più l’Archivio sarà conosciuto, più la sua comunità sarà allargata, più sarà facile avere una base di potenziali sostenitori. 
Poi ci si può candidare a diventare volontari. Ci sono molte azioni possibile da fare come volontari anche se non si vive in Valtiberina toscana. Ci sono volontari che trascrivono diari, altri che fanno traduzioni, altri che ci aiutano nell’organizzazione di eventi in giro per il mondo.

Però dobbiamo dire che il modo migliore per sentirsi parte dell’Archivio è raggiungere Pieve Santo Stefano, mettere questo piccolo paese come tappa di un prossimo viaggio. L’esperienza che si fa dal vivo qui a Pieve circondati da storie di persone che hanno lasciato all’Archivio la traccia del loro passaggio nel mondo sarà emozionante e indimenticabile. Chiunque è passato da qua diventa il miglior ambasciatore della causa della memoria.


L’articolo è stato pubblicato da Shareable, in una serie sulle migliori storie di innovatori sociali italiani. Qui per l’articolo originale / Un ringraziamento speciale a Jessica Carlini per la traduzione

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