La città è permanenza di valori, intervista a Mario Botta

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Mario Botta è tra i più importanti e influenti architetti contemporanei, nato a Mendrisio, cresciuto professionalmente a Milano e per certi versi adottato da Venezia porta con sé una visione dell’architettura in perenne tensione tra pragmatismo e senso del sacro.

Fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio e allievo ideale di Carlo Scarpa, Mario Botta è un punto di riferimento fondamentale per riflettere su questo tempo d’emergenza e di reclusione, di paura e sparizione in cui le città sembrano ridursi a strade di polvere e le attività umane si ritraggono fin dentro gli schermi dei computer e degli smartphone.

Viviamo in una situazione d’emergenza e ormai da parecchi giorni vediamo dalle nostre finestre strade deserte oltre ad un senso di angoscia e paura che ci attraversa di casa in casa. Cosa resta oggi dell’idea di città?

Credo che la città sia e resti una conquista dell’umanità. La città è la forma di aggregazione umana più performante, più bella, più flessibile e più intelligente che l’uomo conosca. Non c’è un’altra forma di aggregazione umana che permetta di vivere e di vincere il sentimento terribile della solitudine e della laurea e che al tempo stesso apra liberamente alla vita sociale – l’uomo del resto è un animale sociale – così funzionale ed efficace come la città e in particolare come la città europea.

Non pensa però che ad oggi, vista anche la dinamica del virus, la città rischi di essere un facile veicolo di contagio e quindi sostanzialmente si riveli come un modello aggregativo in crisi?

Ci saranno anche delle grandi défaillance se parliamo della città americana o della città asiatica, ma la città per antonomasia è la città europea. E da questo punto di vista la chiusura che viviamo in questo momento credo che sia dovuta esclusivamente all’emergenza per doverci salvare la vita e portarci a casa la pelle per dirla più semplicemente ancora. Certo al momento viviamo una circostanza tecnico sanitaria che ci impone delle rigide condizioni di sicurezza, però di per sé la città resta una conquista enorme. E per quello che credo e penso è assolutamente inimammagiinabile pensare la propria vita e vivere senza la città.

Lei dove è nato?

Io sono nato in campagna e oggi vivo in un suburbio che è un po’ ancora campagna, la città non è solo un insieme di funzioni, la città il territorio della memoria, il luogo dei popoli estinti.

Cosa significa vivere l’identità una città?

Noi ad esempio andiamo a Venezia non perché abbiamo bisogno delle funzioni di Venezia e nemmeno della sua straordinaria bellezza, ma perché abbiamo bisogno di riconoscere noi stessi attraverso le generazioni passate che hanno costruito quella meravigliosa città. Noi andiamo a cercare noi stessi. Noi andiamo a cercare la nostra identità all’interno della città. E quindi tornando al triste e anche tragico momento che stiamo vivendo dobbiamo anche rassicurarci che non può scomparire dall’oggi al domani una forma come la città che dal neolitico in poi si è sviluppata e continua anche oggi ad essere un attuatore sociale incredibile.

Quali sono le differenze tra la città di stampo europeo e quella americana o asiatica?

La città asiatica per fare un esempio è molto più primitiva, semplice e schematica. In sostanza una struttura estremamente funzionale: dalle strade fino a dentro all’ascensore che porta direttamente ogni abitante nel proprio habitat, nel proprio privato. La città europea invece ha una serie di spazi di transizione che ne sono la principale ricchezza. La città sta negli spazi aperti, negli spazi pubblici, nelle contrade, nelle grandi piazze e nei grandi viali. La città è lo spazio collettivo, non quello privato. Il privato poi può modificarsi di volta in volta, fino al cambiamento d’uso che è molto diffuso e comune: una struttura nata per essere una scuola si trasforma in un insieme di uffici, un’altra nata per essere una residenza diventa una galleria d’arte o altro ancora. E questa capacità di trasformazione è una forza tipica e particolare della città europea.

Da dove è necessario ripartire per restituire vita ad una città dopo l’emergenza? Quali i luoghi su cui è necessario e importante porre particolare attenzione?

Non solo dopo, ma anche ora all’interno dell’emergenza sono gli spazi pubblici il luogo da cui ripartire. Pensiamo molto semplicemente a quanto è avvenuto e sta avvenendo con i balconi dei condomini. Nati come elementi privati i balconi sono diventati veri e propri sistemi di comunicazione. Dal balcone si canta e si cerca il rapporto con l’altro, con il vicino che prima era un semplice estraneo e adesso in qualche modo è una figura amica o quanto meno solidale. Da questo punto di vista non ho dubbi che la città continuerà più di prima ad evolvere in maniera sempre più bella e accogliente perché nella città che definiamo europea tutti gli spazi collettivi convergono sempre verso gli spazi pubblici.

Quindi è importante restare in città e in un certo senso viverla nonostante gli obblighi di questi giorni?

 Ma certamente! E non è – ripeto – una questione tecnica o banalmente funzionale e distributiva. Verde noi cerchiamo la città perché è il luogo dei nostri progenitori, perché lì ci sono le piazze e le strade in cui si incontravano i nostri genitori.

La città dunque come luogo primario di una memoria comune viva da elaborare in continuazione?

Quando lavoravo al progetto per la Scala di Milano avevo ben presente cosa rappresentava quel luogo al di là del valore storico e artistico. Io so infatti che quando vado alla Scala non ci vado solo per sentire della musica straordinaria o per ascoltare l’opera e avvertire la magia di un rito collettivo, ma ci vado perché quel rito contiene anche un immaginario sempre collettivo che è stato già vissuto da altri prima di me e che in me come in ogni altro spettatore rivive per l’ennesima volta.

Pensi un po’, mia nonna che era una domestica, una serva, alla Scala ci andava con il calesse. Partivano con questi cavalli bianchi e pur di esserci tornavano poi casa a tarda notte nel buio più completo. E quindi io alla Scala mentre ascolto musica vivo una parte di me che fu di mia nonna. Vivo la memoria di un qualcosa che non si esaurisce e non scompare certo nella superficialità del viverre immediato, nell’immediatezza che è la vera e propria catastrofe dei nostri giorni. Al contrario la città è permanenza di valori.

Cambierà il disegno delle città dopo questa terribile pandemia che ha trasformato la nostra quotidianità?

Probabilmente sì, si ridefinirà l’architettura delle città. Del resto l’uomo è l’animale che più si adatta alle condizioni lo sappiamo bene, ma dobbiamo anche considerare che la città che siamo abituati a vivere noi non è mica una costante, non è una permanenza fissa. La città che conosciamo oggi è un qualcosa che noi, qualcosa che di volta in volta viviamo. Infatti diciamo sempre La mia città. Perché la città che vivo io è diversa dalla città che hanno vissuto i miei genitori che è ancora diversa da quella che hanno vissuto i miei nonni, per fare un semplice esempio generazionale.

La città si adatta e cambia come un organismo vero e proprio, ma quali sono le costanti?

La città ha in verità una flessibilità incredibile più di quanto ci si possa spesso immaginare. Certo ha delle costanti e delle permanenze, ma poi ha tutta una serie di variabili continue. Le nostre città sono molto diverse da come sono state fondate e da come sono stare trasformate attraverso la sedimentazione e la stratificazione storica. La ricchezza che ha una città è data dalla sua capacità di trasformazione e interpretazione del tempo come della memoria. Si è cittadini perché non esiste distinzione tra città e cittadinanza, in caso contrario la città è frutto di un irrigidimento innaturale.

Non crede tuttavia che – come molti stanno ipotizzando – assisteremo nei prossimi anni ad una sorta di fuga verso la campagna?

Magari ci sarà una fuga verso la campagna, ma più per condizioni strutturali temporanee. Io non dico certo che si debba vivere sempre in città, io parlo più che altro di un bisogno esistenziale che è tale da cinquemila anni. La città è sempre stato un attrattore non solo economico, anzi non mi riferisco a quello perché allora in tal caso un attrattore economico lo sono anche i grandi centri commerciali che semmai sono i principali responsabili della distruzione delle città. Io intendo la città come forma primaria del vivere collettivo, perché è nella città che trovo la mia identità.

Quando sono all’estero e mi chiedono dove abito, dico che abito a Milano, che abito a Parigi o a Londra. L’idea della città è più forte della nazionalità perché la città offre un’idea della storia, restituisce un contesto che non è solo di servizio, ma che è una forma identitaria ovvero il sapere da dove veniamo. Riconoscere un paesaggio fa parte della ricerca della propria identità. Abbiamo bisogno di andare a Venezia perché Venezia la conosciamo già, perché ne conserviamo dentro di noi la memoria, non perché è altro da noi o perché ci è straniera.

Il suo lavoro la porta spesso in Asia, cosa vede di quella società?

Mi capita di lavorare nei paesi asiatici sì, lavoro e ho lavorato in Cina come a Shanghai e devo dire che anche lì si cerca e si insegue il modello della città europea fatta di verde, spazi comuni etc.

Tuttavia non bisogna dimenticare che per la Cina questo rappresenta un salto incredibile compiuto in poche decine di anni. Quello che noi abbiamo costruito, stratificato e trasformato in mille anni loro lo hanno fatto in dieci, trenta anni al massimo. Un balzo enorme che li ha scaraventati da una situazione praticamente medievale fin dentro alla contemporaneità e questo ha creato evidentemente grandi squilibri.

Pensa che allo stato attuale ci sarà un momento di ripensamento anche in Cina?

Per loro sarà sicuramente un momento di riflessione, dovranno sforzarsi ancora di più a riequilibrare le loro città e per farlo efficacemente dovranno sicuramente seguire quella che è l’esperienza storica della città europea. E se ci pensiamo bene questo è un vantaggio che dovremmo cogliere per il nostro benessere, ma anche e soprattutto per riscoprire un poco chi siamo per davvero. Anche al di là del tempo complicato in cui ci sta toccando vivere è importante sapere da dove veniamo per affrontare con intelligenza le difficoltà.

Uno dei più importanti artisti italiani del secondo novecento, Gianfranco Ferroni, sosteneva che non era per mancanza di curiosità, ma anzi per eccesso di curiosità che non viaggiava perché ancora molto aveva da scoprire della stanza in cui si trovava. E ora che spesso in una stanza trascorriamo le nostre giornate senza possibilità di viaggiare o di vedere altro che non sia il nostro quartiere?

La posizione di Ferroni quella sensibile di un poeta, di un artista. Pensiamo anche a Giorgio Morandi che trascorse tutta la sua vita in due stanze e con solo qualche bottiglia era capace di dare vita al proprio immaginario mostrando un mondo infinito di possibilità.

Poeti e artisti come loro ci aiutano certamente a riflettere con cura e attenzione sulla nostra condizione e rappresentano per noi un’opportunità per riflettere sulle cose, sulle nostre giornate, su ciò che ci è davvero necessario per vivere. L’immaginazione aiuta a mostrarci per davvero la realtà nella sua essenza.

Come vive questi giorni di “quarantena” obbligata?

Al momento lavoro, faccio tutto quello che occorre e che serve rispettando tutte le norme di sicurezza, ma di certo questo non aiuta il mio lavoro, anzi direi per nulla. Lavorare in questo modo per me è terribile, mi fa male. Certo faccio parte di un grande studio, ma per me è proprio impensabile pensare, immaginare e provare a risolvere problemi che sono legata a dei luoghi senza viaggiare, senza incontrare le persone e mangiarci insieme o abbracciarsi anche.

Lo scambio umano, la fisicità è parte integrante del pensare, del comprendere. A distanza sì certo si fanno un sacco di video chiamate, ma non si pensa, quello che si fa è attingere ognuno al proprio archivio personale, ripetere quello che già sappiamo, essere quello che già siamo, ma se vogliamo evolvere, risolvere e cambiare le cose dobbiamo progredire e l’unico modo che conosco è quello che nasce dall’incontro. Il piacere che ho sempre avuto e che ho tutt’ora per il mio lavoro è nell’incontro che è una forma semplice, umanissima di scoperta. Scoprire le cose è un’attitudine di ogni essere umano. Scoprire è un gesto, un’azione che compiamo quotidianamente, anche quando non ce ne rendiamo pienamente conto.


Le immagini sono tratte da Mario Botta Architetti

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