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16 Luglio 2019

Abbiamo bisogno di una cibernetica delle comunità per capire la crisi ecologica che stiamo vivendo

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Partecipa al workshop ‘Cibernetica delle Comunità’ della comunità di Transluoghi.

Viviamo in un pianeta dalle risorse limitate, un piccolo ammasso di elementi alla deriva nell’universo, un’isola di entropia decrescente, un sistema permeabile ma coeso in grado di autoregolarsi e continuare autonomamente ad autogenerarsi.

Da un punto di vista temporale, viviamo un’era geologica particolare se consideriamo che una grande parte dei cambiamenti strutturali, territoriali e climatici globali sono da attribuirsi all’essere umano e al suo operato.

Diamond, in Armi, Acciaio e Malattie, e Harari, in Sapiens, hanno provato a raccontare la nostra storia così da evidenziarne gli agenti causali che hanno determinato un certo svolgimento piuttosto che altri. Per il nostro scopo proveremo a riassumerne alcune parti salienti.

Come parte della natura che ci circonda, abbiamo iniziato il nostro cammino in qualità di cacciatori-raccoglitori, in grado di soddisfare le nostre necessità utilizzando la materia e l’energia che si generava autonomamente, la cui produzione non trovava posto all’interno del nostro sistema culturale e sociale. Questo primigenio processo estrattivo non era ancora da considerarsi compromettente per il contesto ospitante, sia per via del basso numero degli individui umani sia perché le tecnologie adottate avevano una portata molto limitata in termini di spazio e di tempo.

La crisi ecologica che si sta affacciando deriva dal mondo artefatto che abbiamo costruito come specie

Nel tempo, abbiamo utilizzato le informazioni generate durante questo periodo per regolare le fluttuazioni del sistema dal quale dipendevamo, provando ad emanciparci da esso, costruendo dei sottosistemi, semplificati e governabili, che garantissero cibo, acqua, legno e tutte le risorse fisiche di cui avevamo bisogno per garantire la sopravvivenza della specie, per continuare a crescere in numero e per aumentare la qualità della vita. Siamo diventati pastori e coltivatori.

Così, il nostro numero è aumentato lentamente ma inesorabilmente, fin quando, a partire dalla rivoluzione industriale, la popolazione umana è esplosa, con un incremento esponenziale del numero di individui che vivevano sul pianeta. Abbiamo continuato a spostare e a modificare la materia per soddisfare le nostre necessità di abitare, connetterci, viaggiare, mangiare, vestirci, rendendo questa materia nuova, trasformata, non assimilabile nel breve termine dal contesto ospitante, plasmando così un nuovo contesto artificializzato con cui oggi ci troviamo a fare i conti.

Antropocene, l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana.

C’è chi scrive che non è più possibile invertire la rotta, che è troppo tardi per evitare che i cambiamenti climatici, ormai in atto, influiscano in maniera imprevedibile sui nostri ecosistemi, le nostre economie e le nostre società; c’è chi prende in considerazione l’adattamento profondo, l’unico approccio adottabile per limitare i danni e convivere con essi.

La crisi ecologica che si sta affacciando deriva sicuramente dal mondo artefatto che abbiamo costruito come specie. Non è stata progettata, non è voluta, è emersa come output indesiderato di altri processi, processi che si sono accumulati nel tempo e che solo ora siamo in grado di percepire con più chiarezza a una scala globale, come elementi di uno stesso iperoggetto.

La cibernetica si concentra sul modo in cui i sistemi utilizzano informazioni, modelli e azioni di controllo

Se è vero che parte di questa crisi è dovuta al nostro comportamento, alla gestione erronea dei flussi di materia, energia e informazioni, se è vero che questi flussi vengono generati dalle scelte quotidiane di tutti noi, allora la crisi ambientale non è il problema, è solo un sintomo. Il problema siamo noi, i nostri obiettivi personali che vanno in contrasto con quelli comuni (che spesso non riusciamo a vedere, vittime della nostra autoreferenzialità culturale) e i paradigmi cognitivi che li hanno generati.

Per arginare questa crisi, inizia quindi ad avere sempre più senso lavorare su noi stessi come individui e allo stesso tempo come collettività, partendo dai contributi di chi parla di ecologia sociale come strumento per rimodellare le nostre società, andando a influire sui rapporti di potere che generano disuguaglianze economiche, sociali, ecologiche, decisionali e di chi, come i cibernetici, propone delle strade di riflessione per bilanciare gli impatti che stiamo generando nel contesto limitato di cui facciamo parte.

Cibernetica

“La cibernetica è la scienza che studia i principi astratti dell’organizzazione nei sistemi complessi. Si occupa non tanto di ciò di cui è composto un sistema, ma di come questo funziona. La cibernetica si concentra sul modo in cui i sistemi utilizzano informazioni, modelli e azioni di controllo per orientare e mantenere i loro obiettivi, contrastando al tempo stesso le varie perturbazioni. Essendo intrinsecamente transdisciplinare, il ragionamento cibernetico può essere applicato per comprendere, modellare e progettare sistemi di qualsiasi tipo: fisici, tecnologici, biologici, ecologici, psicologici, sociali o qualsiasi combinazione di essi. La cibernetica di secondo ordine in particolare studia il ruolo dell’osservatore (umano) nella costruzione di modelli di sistemi e di altri osservatori.”
Francis Heylighen e Cliff Joslyn

Ma come si comprende, si progetta e si modella un sistema?*

Per semplificare possiamo prendere il classico esempio del termostato utilizzato anche da Francis Heylighen e Cliff Joslyn.

Un sistema è composto da elementi (tangibili e intangibili) che si interconnettono all’interno di un contesto. Nel caso del termostato possiamo definire la temperatura interna, quella esterna, il termostato e la struttura fisica che separa la stanza dall’esterno. L’obiettivo di questo sistema artificiale è di mantenere la temperatura della stanza costante ad un certo livello.

A questo punto possiamo introdurre diversi elementi che garantiscono la stabilità dinamica di questo sistema:

  • Feedback, quando il termometro del termostato, posto all’interno della stanza, registrerà una temperatura superiore al livello al quale è stato impostato, il meccanismo si spegnerà per riaccendersi appena la temperatura sarà inferiore. Questo è un feedback negativo e tende a mantenere in equilibrio un sistema. Il feedback positivo è invece una retroazione che continua a rafforzare un fenomeno all’interno del sistema, in questo caso potrebbe essere un dispositivo che all’aumentare della temperatura aumenta il flusso di aria calda.
  • Feedforward, se il termometro del termostato fosse posto all’esterno della stanza potrebbe misurare la temperatura esterna e governare quella interna in base a dati su eventi che si verificheranno successivamente all’interno della stanza. In un certo senso è un dispositivo di regolazione che agisce su flussi di informazione che ancora non sono disponibili direttamente all’interno del sistema stanza che vogliamo mantenere in equilibrio.
  • Buffer, le mura della stanza, con la loro composizione, tenuta termica, struttura, e geometria possono essere considerate buffer. Sono elementi che determinano la velocità con la quale le fluttuazioni esterne influiscono nel sistema interno.

Questi sono i 3 meccanismi base di controllo, è importante ricordare che all’interno di un sistema possono essercene diversi, che collaborano o competono per raggiungere obiettivi differenti. Qui li abbiamo riportati a scopo divulgativo, ma se volete saperne di più e comprenderli più approfonditamente in contesti differenti (sociali, economici, biologici, ecc), vi consigliamo un articolo imperdibile di Donella Meadows, Punti di leva: dove intervenire in un sistema.

Cibernetica delle comunità

“Se una fabbrica viene smantellata ma la razionalità che la ha prodotta sopravvive, allora quella razionalità, molto semplicemente, sarà in grado di produrre un’altra fabbrica. Se una rivoluzione distrugge un governo, ma gli schemi del sistema di pensiero che hanno prodotto quel governo vengono lasciati intatti, allora quegli schemi si ripeteranno… Si parla molto di sistemi. E se ne capisce poco.”
Robert M. Pirsig

Lavorare su noi stessi quindi, sulle nostre connessioni, sui nuclei minimi nei quali condividiamo informazioni, dove possiamo generare consapevolezza, nuove regole e nuovi paradigmi, sulle comunità.

Per noi designer e per chi che vuole progettare sistemi sociali più equi è fondamentale capire le dinamiche di comunità

Ci sono tante tipologie di comunità, il designer Ezio Manzini nel libro Politiche del Quotidiano ne individua alcune: quelle tradizionali sono spesso territoriali, locali per così dire; le comunità di interesse sono quelle dove le persone sono legate attraverso temi specifici; le comunità di scopo sono quelle che a partire da interessi condivisi generano delle azioni con obiettivi specifici. Se ne possono aggiungere altre (che in parte possono considerarsi trasversali a quelle già indicate) le comunità digitali sono mediate dal contesto tecnologico; nelle comunità fisiche i rapporti sociali sono tangibili; le comunità stanziali risiedono per periodi lunghi in un luogo; quelle temporanee si ritrovano per un breve periodo a condividere un territorio (fisico o digitale).

Tutte queste tipologie seguono le proprie dinamiche, nascono da certi input e generano determinati output, saperle comprendere e riconoscere ci può aiutare a intervenire al loro interno per costruire qualcosa che abbia valore nel lungo termine.

Per noi designer e per tutti coloro che vogliono progettare (con tutti i limiti del caso) sistemi sociali più equi, meno estrattivi e centralizzanti, è fondamentale capire tali dinamiche di comunità: saperne leggere l’evoluzione nel tempo e basarsi sui dati passati per correggere le eventuali deviazioni rispetto agli obiettivi fissati (feedback), dedicarsi alla speculazione su scenari futuri per prevedere (per quanto possibile) quello che potrebbe accadere e progettare a partire da dati non ancora presenti nel sistema attuale (feedforward), lavorare sulle relazioni, sui rapporti, per rendere le comunità più resilienti e meno soggette alle fluttuazioni esterne (buffering), oppure utilizzare tutti questi meccanismi insieme.

Spesso le azioni di community management, community organizing, community engagement e tutte quelle pratiche che tendono a lavorare per il bene comune, per la ridistribuzione equa di potere, risorse e informazioni, appaiono contro-intuitive, richiedono tempo e sacrificio, necessitano di varietà nell’approccio e nelle tematiche e non sono sempre sostenibili a livello economico.

Con chi si iscriverà al laboratorio vogliamo creare una consapevolezza condivisa che potrà essere riportata nelle comunità di riferimento.

L’impegno quotidiano nel proprio ambiente lavorativo o quello sociale attraverso l’attivismo è fondamentale.

Noi, nel nostro piccolo, stiamo lavorando ad un workshop [Cibernetica delle Comunità] per aiutare la comunità temporanea di Transluoghi a migliorare nel tempo e generare un impatto positivo nel contesto delle aree interne nel quale opera. Si tratterà di un primo esperimento, nulla che possa cambiare radicalmente la situazione attuale, 5 giorni di workshop non sono sufficienti!

Quello che vogliamo fare è sperimentare insieme alle persone che si iscriveranno al laboratorio, creare una consapevolezza condivisa che ciascuno potrà riportare nel proprio contesto, nelle proprie comunità di riferimento.

Questo è il nostro modo di essere attivisti, ma è solo uno dei modi possibili, molti dei quali vanno ancora immaginati. È fondamentale secondo noi intercettare persone e comunità differenti, su temi e pratiche diverse, lavorare per il bene comune e per bilanciare i rapporti economici, ecologici, sociali e di potere che attualmente possono compromettere il nostro futuro come comunità umana (tanto sappiamo che il pianeta Terra continuerà a esistere anche senza di noi).

Quindi ben venga il singolo che investe il proprio tempo per piantare alberi (o chi scrive queste storie o chi le illustra), ben venga chi riempie le piazze come Non una di Meno, Extinction Rebellion, Fridays for Future, ben venga chi realizza contesti di scambio e di progettazione territoriale, chi fa giornalismo d’inchiesta per bloccare gli abusi di certe organizzazioni troppo voraci, chi realizza strumenti di lavoro che facilitano le comunità nella loro autogenerazione, chi fa ricerca, chi inventa nuovi strumenti giuridici, chi si dedica alla misurazione di impatto sociale, chi progetta prodotti e servizi realmente sostenibili, chi sperimenta pratiche di autosufficienza, chi compie scelte di acquisto e di stile di vita consapevoli.

Alla base di queste pratiche deve esserci il riconoscimento della direzione comune, così da facilitare lo scambio, l’ibridazione tra tutte queste comunità, che dovrebbero essere in grado di comunicare – tra loro e al di fuori – efficacemente e senza pregiudizi (bias).

Per generare nuovi paradigmi che guidino le azioni umane future dobbiamo uscire dalla nostra autoreferenzialità antropocentrica, dal nostro egoismo, egocentrismo, accettando i nostri limiti personali, costruendo un dibattito comune che non si basi solo sulla constatazione degli elementi che compongono il sistema attuale, ma che indaghi le dinamiche stesse che hanno portato alla sua generazione e che lo porteranno a cambiare di nuovo, preferibilmente in modo coerente ai nostri obiettivi comuni.

I nostri obiettivi sono comuni?


*Partendo dal presupposto che un sistema dipende dalle proprie componenti, dalle interconnessioni fra loro, dagli stock, dai flussi che intercorrono internamente ed esternamente, dai feedback che rinforzano o bilanciano certi comportamenti, dalla capacità di tutti questi elementi di generarsi e autorigenerarsi, dalle proprie regole e dai paradigmi che generano queste regole, si può dire che non c’è nessuna certezza nel progettare o modellare un sistema coerente, soprattutto se vogliamo approcciarci a questa disciplina con una mentalità riduzionista.

Daniele Bucci – Testo
Valeria Loreti – Illustrazione e revisione

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