Come la Costituzione dell’Ecuador ha forgiato i diritti Fondamentali della Natura

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Ogni settimana in collaborazione con la casa editrice nottetempo, cheFare pubblica una serie di interventi di filosofi, antropologi sul mondo naturale. Dopo mesi di reclusione forse è il caso di provare a capire che mondo abitiamo e soprattutto imparare a conoscerlo meglio. Oggi pubblichiamo un estratto da Forest Law / Foresta giuridica di Ursula Biemann e Paulo Tavares. Qui il contributo della scorsa settimana.

Rivolte — Quando, nel 2002, la compagnia petrolifera cgc ha arbitrariamente invaso il territorio di Sarayaku, in Amazzonia la situazione politica era radicalmente diversa rispetto al periodo dei regimi militari negli anni ’60 e ’70. Durante il processo di ridemocratizzazione avviato con l’elezione del presidente Jaime Roldós nel 1979, ha gradualmente cominciato a organizzarsi una potente coalizione di movimenti indigeni, che è culminata nella creazione della Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (conaie) nel 1986. Nel 1990 conaie ha mobilitato una rivolta a livello nazionale, con la richiesta di una riforma costituzionale e la proclamazione dell’Ecuador come “stato plurinazionale”.

Due anni dopo, mentre la maggior parte dei governi latinoamericani stava sperperando denaro nelle commemorazioni per il quinto centenario della “scoperta delle Americhe”, l’Organizzazione delle Popolazioni Indigene di Pastaza (opip), fondata nel 1978, ha organizzato un’altra imponente marcia su Quito, uscendo questa volta dalle pianure dell’Alta Amazzonia. Questi cortei di protesta hanno costretto lo stato a riconoscere il territorio tradizionale di diverse nazionalità indigene, compresa quella di Sarayaku, e dettato l’agenda politica per i due decenni successivi.

“Se non fosse stato per le mobilitazioni degli anni ’90, forse la gente in Ecuador starebbe ancora dicendo che non ci sono popolazioni indigene in questo paese,” afferma Luis Macas, uno dei fondatori e degli strateghi intellettuali della conaie. “Queste mobilitazioni e la massiccia presenza di popoli indigeni sono state una forma di ’linguaggio’ per farci ascoltare. Forse perché parliamo un’altra lingua, non ci avevano mai capito, cosí abbiamo dovuto usare un linguaggio diverso, che è appunto l’atto della mobilitazione”.

Ecologia politica — Quando la devastazione ecologica scatenata dalla corsa militarizzata alle risorse, avvenuta durante la Guerra Fredda, ha travolto il pianeta, di pari passo con la forza crescente delle mobilitazioni indigene che avrebbe portato alle rivolte degli anni ’90, le preoccupazioni relative alla destabilizzazione dell’ecosistema globale si sono progressivamente trasformate in problemi di politica internazionale.

Tra la pubblicazione di Only One Earth: The Care and Maintenance of a Small Planet nel 1972 e Our Common Future nel 1987/1988 – i due rapporti preparati per la prima (Stoccolma, 1972) e la seconda (Rio de Janeiro, 1992) conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo – all’interno dei forum governativi internazionali, dei circoli accademici e dei mass media si moltiplicavano i dibattiti sul degrado ambientale, il sovrappopolamento e la scarsità di risorse. L’ambientalismo ha generato innumerevoli forme di attivismo civile e di organizzazioni in difesa dell’ambiente, mentre nel tempo, per qualificare, svecchiandola, la dottrina dello sviluppo, si è aggiunto il concetto di sostenibilità. L’Amazzonia è stata uno dei territori chiave, dal punto di vista sia simbolico sia materiale, intorno a cui sono state costruite e diffuse queste rivendicazioni emergenti e le loro relative articolazioni politiche.

Sulla base della forte tradizione di scienze biologiche presente in Ecuador, un territorio che ha contribuito ad approfondire e a trasformare la nostra conoscenza delle dinamiche e della storia della natura dai tempi di Alexander von Humboldt e Charles Darwin, le reazioni alla devastazione provocata dall’industria petrolifera nel nord dell’Amazzonia hanno portato alla formazione di un movimento ambientalista solido e innovativo, rappresentato in particolare dalla creazione, alla fine degli anni ’80, di un’organizzazione dal basso profilo, ma molto attiva e politicamente influente, chiamata Acción Ecológica.

In Ecuador, l’etica e la politica dell’ambientalismo hanno incontrato i movimenti popolari che stavano combattendo strutture socio-economiche estremamente diseguali supportate da governi autoritari e ideologie razziste. La protezione dei fiumi e delle foreste comuni era intimamente correlata alla difesa delle libertà civili e dei diritti socio-economici, culturali e legati alla terra.

Allo stesso modo, il movimento dei raccoglitori di caucciú dell’Amazzonia brasiliana guidati da Chico Mendes, che ha richiesto una “riforma agraria” basata sull’istituzione di riserve forestali di proprietà collettiva, cosí come la rivolta della popolazione Ogoni nel delta del Niger in Nigeria, che fu una battaglia per la sopravvivenza sia contro le terribili pratiche della Royal Dutch Shell sia contro una giunta militare spietata, erano movimenti tanto per l’ambiente quanto per i diritti umani, e forgiarono strutturalmente una forma di teoria e pratica che fondeva politica ed ecologia in un unico terreno di lotte.

Alle frontiere forestali della cintura equatoriale globale – il rifugio mondiale della biodiversità – il “mondo comune” dell’ambientalismo era un territorio fratturato e conteso, modellato da una distribuzione diseguale di ricchezza e potere, strutturato su un violento processo storico di esproprio ecologico e segregazione sociale, economica ed etnica.

Costituzionalismo — L’Ecuador è emerso dal boom del petrolio degli anni ’70 piú urbanizzato e modernizzato, ma piú povero e devastato ecologicamente, con un enorme debito estero, un’iperinflazione e un livello di disoccupazione vertiginoso. Nel corso degli anni ’80 e ’90, man mano che l’ortodossia neoliberale si è fatta strada, il paese è stato sottoposto dal Fondo Monetario Internazionale a uno dei piú drastici trattamenti d’urto mai realizzati nel continente. Per un decennio l’Ecuador è stato scosso da numerose convulsioni politiche guidate dai movimenti indigeni, che hanno infine portato, nel 2007 e nel 2008, alla redazione, da parte dell’Assemblea di Montecristi, di una nuova costituzione.

Vero e proprio prodotto di una storica battaglia per riformulare l’apparato dello stato, le cui origini risalgono alle epocali rivolte indigene degli anni ’90, la Costituzione di Montecristi dichiara l’Ecuador uno “stato plurinazionale e interetnico” e introduce una serie di elementi legali innovativi, come il concetto di sumak kawsay – malamente tradotto come “buon vivere” –, che cerca di ridimensionare l’idea di sviluppo, e il concetto relativo ai Diritti della Natura, che dichiara soggetti giuridici gli ecosistemi, le foreste viventi, le montagne, i fiumi e i mari.

Ai sensi della legge costituzionale dell’Ecuador, la natura, o Pachamama, è titolare di una serie di diritti inalienabili: “il diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi”. Il punto cruciale è che, in difesa di questi diritti, gli individui, le comunità e le nazionalità possono agire legalmente di fronte a istituzioni pubbliche e tribunali. Oltre a essere uno strumento giuridico, il capitolo 7 della costituzione è stato concepito come uno strumento strategico che deriva dalle storiche lotte per i diritti umani e per i diritti terrieri collettivi, a cui si ricollega.

Influenzata dalla filosofia, dalla politica e dall’etica dei movimenti indigeni, la formulazione dei Diritti della Natura è stata anche il prodotto dei dibattiti nati nell’ambito delle moderne scienze ambientali, dell’attivismo e della difesa dei diritti. Alberto Acosta, presidente dell’Assemblea di Montecristi, parla dell’incontro di cosmologie apparentemente dissonanti, eppure sempre piú alleate: “Quando abbiamo parlato di plurinazionalismo, di rispetto per Pachamama, di sumak kawsay, di diritti collettivi, abbiamo cominciato a ripristinare i fondamentali elementi di civiltà di queste culture, che sono state massacrate, colonizzate e sfruttate nei periodi della conquista, delle colonie e della repubblica. Per questo
sembrava cruciale che nella fondazione giuridica dello stato venisse dato alla natura un posto di rilievo, e che le fossero attribuiti propri diritti specifici. Nel mondo indigeno, la natura non ha mai preteso questi diritti, semplicemente perché essa è parte di un tutto piú grande. Secondo la nostra logica, invece, era necessario aggiungerli. Strettamente parlando, i Diritti della Natura sono riconducibili a una cosmologia moderna, perché gli esseri umani cosí facendo garantiscono diritti a tutti gli altri esseri viventi”.

In Ecuador, dove Gaia di James Lovelock incontra Pachamama, dove il sapere indigeno confluisce con l’attivismo ambientalista moderno e con le scienze climatico-ecologiche, è stata gradualmente forgiata la politica dei Diritti della Natura. Tenuto conto che il sistema di governo del paese è un mosaico plurinazionale, con un elettorato formato da diverse visioni cosmologiche, era necessario prendere in considerazione le diverse concezioni della natura e i molti modi di rapportarsi a essa, ovvero era necessario riconoscere, per legge, la coesistenza di mondi naturali differenti all’interno dei confini geografici dello stato ecuadoriano.

“Quando abbiamo approvato i Diritti della Natura nella costituzione, questo processo ha comportato una riflessione su cosa sia esattamente la natura,” spiega l’ecologista Esperanza Martínez, una delle fondatrici di Acción Ecológica. “Decidere di adottare il termine Pachamama è stato soprattutto un atto di riconoscimento della saggezza di coloro che sono cosí profondamente legati alla Terra. È stata anche un’azione critica rispetto alle nozioni classiche di ambiente e di natura. È stato un atto di apertura, un aprirsi alla diversità”.

Nina Pacari: Secondo la logica occidentale, è possibile concepire un contratto naturale. Nella visione del mondo delle popolazioni indigene, invece, non è necessario perché, secondo il pensiero olistico, violando i diritti 
individuali di una persona si violano i diritti della natura. Ne è un esempio lo sfruttamento petrolifero. Ma nel corso dei dibattiti gli ambientalisti hanno detto che era importante definire la natura come un soggetto dotato di diritti.

Cosí ci siamo detti: troviamo un punto d’incontro. Il risultato, dunque, è una norma di carattere interculturale, un concetto nuovo che può essere il paradigma per la conservazione della natura. Nel caso dell’Ecuador, con la nuova costituzione e le riforme che sono state portate avanti sin dagli anni ’90, diciamo che una persona o un individuo è un soggetto dotato di diritti; che i popoli o le identità collettive come First Nations sono soggetti dotati di diritti; e che anche la natura è un soggetto dotato di diritti.

Testo estratto da Forest Law / Foresta giuridica di Ursula Biemann e Paulo Tavares

 

DIRITTI DELLA NATURA, CAPITOLO 7 DELLA COSTITUZIONE DELL’ECUADOR DEL 2008

Art. 71. La natura, o Pachamama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi.
Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dall’autorità pubblica l’osservanza dei diritti della natura. Per applicare e interpretare questi diritti saranno osservati i principi stabiliti dalla Costituzione, secondo le circostanze.
Lo Stato incentiverà le persone fisiche e giuridiche, cosí come le collettività, a proteggere la natura, e promuoverà il rispetto di tutti gli elementi che formano un ecosistema.

Art. 72. La natura ha diritto a interventi di risanamento. Tali interventi saranno indipendenti dall’obbligo che hanno lo Stato e le persone fisiche e giuridiche di risarcire gli individui e le collettività che dipendono dai sistemi naturali danneggiati.
Nei casi di impatto ambientale grave o permanente, inclusi quelli derivanti dallo sfruttamento di risorse naturali non rinnovabili, lo Stato stabilirà i meccanismi piú efficaci per il risanamento e adotterà misure adeguate per mitigare o eliminare le conseguenze ambientali nocive.

Art. 73. Lo Stato adotterà misure precauzionali e restrittive per attività che possano condurre all’estinzione di specie, alla distruzione di ecosistemi o all’alterazione permanente dei cicli naturali. È proibita l’introduzione di organismi e di materiale organico e inorganico che possano alterare in modo definitivo il patrimonio genetico nazionale.

Art. 74. Le persone, i popoli, le comunità e le nazionalità avranno diritto a godere dell’ambiente e delle ricchezze naturali che rendono possibile il buon vivere. I servizi ambientali non saranno suscettibili di appropriazione; la loro produzione, il loro approvvigionamento, utilizzo e godimento saranno regolati dallo Stato.

Note