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24 Maggio 2016

Libera Gentrification in libero Stato

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Il termine Gentrification è un termine ormai molto diffuso, di uso comune nel linguaggio giornalistico è entrato a pieno titolo nel vocabolario italiano con il termine italianizzato gentrificazione, andando oltre allo specifico utilizzo che negli anni è stato fatto nella ricerca sociologica e geografica (tra i più rilevanti Smith, 1996 e 2002; Atkinson, 2004)

Per una discussione critica sul concetto e sulle condizioni che sembrano determinare il fenomeno, conviene avvalersi della definizione, compatta ed esaustiva, che l’enciclopedia Treccani propone:

“Termine coniato nel 1964 da R. Glass e con il quale si intende quel fenomeno di rigenerazione e rinnovamento delle aree urbane che manifesta, dal punto di vista sociale e spaziale, la transizione dall’economia industriale a quella postindustriale. La g. è tipica delle «città globali», associata alle politiche a indirizzo neoliberale, con forte permeabilità delle arene pubbliche locali agli interessi del capitale privato. Gli effetti della g. consistono in un radicale mutamento delle aree più depresse (inner city) delle città industriali in termini sia di ambiente costruito – attraverso la demolizione, ricostruzione o riqualificazione dei quartieri storici in via di decadenza – sia della composizione sociale.”

La lettura e l’analisi di questa definizione mi riporta indietro nel tempo, quando da ragazzino ho iniziato ad arrabbiarmi con la gentrification. No, non sto parlando del concetto unitario di per sé (che allora ovviamente ignoravo), ma di alcuni concetti (ed accesi dibattiti) che questa definizione evoca.

Ad esempio, avendo da giovane sfogliato i libri di Naomi Klein (2000), ho mal digerito tutto ciò che girava intorno al processo di deindustrializzazione della società occidentale: la globalizzazione, le multinazionali e le contraddizioni sulla distribuzione del potere e la ricchezza mondiale.

Più tardi, in università, entrato in contatto con le opere di David Harvey (2003), ho continuato ad arrabbiarmi, convincendomi che la critica marxista potesse essere la panacea contro i rischi sistemici del libero mercato, del neoliberal planning come causa di tutti i mali delle città globali (anche se i due termini affiancati sembrano un ossimoro; Baeten, 2011).

Stesso discorso sul concetto di decadenza, per un attimo ho considerato la possibilità che un mondo di orti e foreste potesse essere una valida alternativa alla crescita, nella possibilità di considerare la sostenibilità ambientale come riscoperta del rurale e del frugale, leggendo delle visionarie proposte di Latouche (2009).

Una sola cosa non ha convinto a pieno la mia rabbia, ossia il presunto dramma esistenziale che lo stravolgimento del tessuto sociale auto-indotto dai processi di gentrification genera.

In altre parole non riuscivo a sentire nessuna empatia negativa, condivisa da molto ricercatori, giornalisti, antropologi e scrittori, sul dramma del turn-over dinamico della composizione sociale dei quartieri.

Un fenomeno che razionalmente ho sempre spiegato come il risultato di alcuni fattori tra cui l’aumento dei valori immobiliari o le variazioni del livello di attrattività -che alcuni quartieri raggiungono- nelle scelte localizzative di determinate categorie di persone.

Non sono riuscito ad arrabbiarmi neanche pensando all’esigenza che alcuni individui hanno di spostarsi e vivere nuovi spazi in seguito a nuovi bisogni, opportunità e motivazioni in continua evoluzione.

Questo a prescindere dalle ragioni per cui lo devono effettivamente fare: interessi sociali, culturali, artistici, di investimento familiare, di fallimento personale, di accumulazione di capitale umano e finanziario. Tutte motivazioni egualmente importanti e legate al complesso sistema delle attività umane.

Con il passare del tempo ho addirittura iniziato a sentire una “attrazione fatale” verso tutti i fenomeni intermedi della gentrification.

Una passione verso le capacità di adattamento (o resilienza) e spostamento di nuove popolazioni in base al rinnovo dei quartieri e al cambiamento di pezzi di città. Comparti residenziali che da decadenti sono diventati sedi di comunità migranti, da warehouse industriali a nuovi distretti artistici, fino agli edifici dei centri commerciali e finanziari. Osservando in ognuno di questi una concentrazione immane di attività: dai servizi per la cultura all’artigianato, dagli spazi spazi coworking al design e la moda.

Ho allora iniziato a riflettere su come il fenomeno si è legato alla generazione che da un lato sembra odiarlo e dall’altro sembra viverlo come protagonista principale, ossia i millennials.

Parliamo quindi della generazione che l’Economist (2011) ha definito come la più istruita , creativa ma soprattutto imprenditoriale che abbia mai messo piede sul pianeta terra. La generazione Erasmus, la generazione del cambio città ogni 3 mesi, cambio lavoro ogni 2 e quasi quasi mi trasferisco a Londra.

A differenza dei babyboomers e della generation X, che hanno potuto contare su condizioni di vita stanziali, i millenials hanno dovuto preparare le le valigie per trasferirsi nelle città promettenti, quelle dinamiche, quelle in cui si investe nel cambiamento. Berlino, Parigi, Copenaghen, Bruxelles, ma soprattutto Londra (EY Urban Attractiveness report, 2015:12) .

Questo perché i millenials non sono stati costretti a spostarsi da un quartiere ad un altro, da un Paese ad un altro, ma l’hanno fatto perché nati e cresciuti in condizioni economiche e culturali che nessuna generazione prima di noi ha mai potuto avere.

È la generazione che a 15 anni ha passato buona parte dell’estate nei college inglesi, che ha acquistato libri a buon mercato nelle librerie radical di Notthing Hill e tra i banchi del mercato di Brick Lane. La stessa generazione che qualche anno dopo ha ammirato le Olimpiadi e la nascita del quartiere di Stratford ed ha apprezzato, dal Tower Bridge, l’incredibile skyline di Canary Wharf, quartiere simbolo della lotta anti-gentrification.

gentrification

Londra, Museum of London Docklands, 2012. Manifesti di protesta contro il rinnovo di West India Quay (foto dell’autore)

Una generazione che sa riflettere su come le storie imprenditoriali delle città libere e creative come Londra possano modificare in maniera radicale interi quartieri.

Si perché con tutto il rispetto per i fenomeni che riguardano città italiane come Milano, è ancora Londra ad essere la metropoli più attraente per i giovani di tutta Europa (Brexit permettendo, come suggerisce sempre l’Economist, 2016).

La stessa città che rappresenta nell’immaginario collettivo la città più “colpita” dal fenomeno, con annessi riscontri di violenze e tensioni sociali (come dimostrato di recente dagli assalti violenti ai negozi “hipster” di Shoreditch; Khomami e Halliday, 2015).

È Londra il modello di città in cui si vive la dicotomia tra attrattività degli investimenti e creative class d’avanguardia, per i “fenomenologi” della gentrification essa è l’esclusiva causa di una serie di (presunti) effetti negativi:
la concentrazione degli interessi economici in alcune aree della città,
la diffusione di pratiche competitive come il city branding,
la sostituzione di alcune botteghe locali con locali trendy,
la nascita di una classe di giovani proletari incapace di immaginare un futuro stabile e che tende all’autosfruttamento sulla base della passione per il lavoro creativo.

Aspetti sicuramente veritieri ma che -per dirla in modo provocatorio- sembrano piuttosto guardare al malcontento di coloro che non possono o non vogliono cogliere le opportunità che le città offrono.

È forse facile parlar male di gentrification come è facile parlar male di qualsiasi cosa possa generare fenomeni dinamici, evolutivi per cui l’adattamento risulta un processo faticoso. Molto più facile della ricerca sulle effettive esternalità causate dal fenomeno, in merito ad esempio alla nascita di nuove competenze umane, prima che economiche, sociali e urbane.

Nessuno (o quasi; Kohn, 2013) parla di questo, ossia di quello che vorrei definire come il lato libertario della gentrification, quello che unisce Londra al destino dei molti millenials che decidono di sbarcarci per far valere le loro idee creative, istruite ed imprenditoriali.

gentrification

Londra, Farringdon. Aprile 2016 (Foto dell’autore)

Ho deciso quindi di smettere di arrabbiarmi con la gentrification, perché sarebbe come arrabbiarmi con me stesso, con i miei coetanei e con la mia generazione. Ho deciso di smettere di arrabbiarmi con la gentrification perché non voglio alimentare le paure sulla libera circolazione di una generazione alla costante ricerca del significato della propria esistenza (senza la paura di fare “mestieri strani”, come questo articolo della rivista linkiesta individua come presunto prodotto della gentrification),

È la generazione delle tante storie di Millennials italiani emigrati a Londra, alla ricerca del pieno compimento delle loro aspirazioni, non per protagonismo individualista né tantomeno per motivi economici, ma come effettiva occasione di esercitare il proprio impegno sociale (Sen, 1990).

È la generazione di Stefano, 25 anni, ricercatore ed economista. Abbandonata Sassari e poi Milano è giunto a Londra per fare un dottorato in behavioural economics, unico modo per coltivare la sua passione fatta di esperimenti e studi sulle preferenze e sulle esperienze delle persone, con applicazioni alle politiche (pubbliche e non) fondate sul nudge (Thaler e Sunstein, 2008) e sul miglioramento della felicità (Dolan, 2015). Dibattito appena iniziato in Italia ma prassi consolidata nell’Inghilterra del Behavioural Insights Team, gruppo di ricercatori e amministratori pubblici che lavorano per migliorare i comportamenti e il welfare individuale in materia di, tra l’altro, sostenibilità ambientale e sanità pubblica (attivo dal 2010).

È la generazione di Martina, 26 anni, architetto e imprenditrice sociale. Abbandonata Rivarolo del Re (Cremona) passando per Mendrisio e Berlino fino a Londra per studiare un Master in Urban Planning alla London School of Economics. Ha sviluppato una tesi sul rapporto tra migranti e politiche urbane in Puglia. Sempre a Londra, ha sviluppato le conoscenze maturate sul campo raccogliendo fondi (con l’aiuto di Young Foundation Network e della banca Santander) per sviluppare un app, HIHERE, di supporto alla logistica dei migranti nelle tratte italiane e mediterranee, mettendo in rete uffici pubblici ed ONG che lavorano sui territori.

Millenials Italiani che scelgono Londra perché il loro Paese fatica ad accettare la faticosa sfida dell’innovazione. Un paese che Luigi Zingales, in un recente articolo per il Sole24Ore sulla regolamentazione di Uber, ha definito il Paese delle piccole caste, dove “per proteggere le rendite di pochi, si blocca l’innovazione e il progresso, non solo a danno dei più, ma anche a danno dei più deboli.” La stessa generazione che torna in Italia (dopo le esperienze maturate in altri contesti) quando ritrova opportunità professionali che valorizzano le competenze sviluppate all’estero (Holman, Crescenzi, Orrù; 2016)

Voglio dunque smettere di arrabbiarmi con la gentrification ma semmai riflettere e continuare lavorare per far sì che avvenga nella maniera migliore.

Voglio farlo perché forse non si parla abbastanza degli effettivi vantaggi derivanti dalla crescita degli investimenti nelle funzioni (sociali, economiche, ambientali) e della competizione tra le città globali. Magari partendo dall’inquadrare cosa effettivamente manca al nostro Paese per liberarne il vero potenziale innovativo.

Si potrebbe partire, ad esempio, dal ritardo italiano nella sperimentazione di nuove pratiche per la mobilità urbana, guardando ad esempio, alle difficoltà dei servizi digitali e nell’accesso ai big data (Tremolada, 2016; Carlini, 2016)
Si potrebbe guardare alle nuove organizzazioni sociali e tecnologiche che promuovono l’utilizzo di fonti rinnovabili ed innovano la politica energetica locale, per superare il paradigma delle produzioni basate sui combustibili fossili (Tricarico, 2015)

Capire cosa blocca gli investimenti nelle nostre città, coinvolgendo direttamente i cittadini in nuove funzioni e servizi urbani (Moroni, 2015).

Alcuni dati? Il rapporto della World Bank Doing Business 2015, volto a stimare la facilità di aprire una nuova attività imprenditoriale in vari paesi, colloca l’Italia al cinquantaseiesimo posto della classifica (World Bank, 2014). L’Italia guadagna qualche posizione rispetto agli anni precedenti grazie ad alcune voci, ma continua ad essere frenata dal pessimo piazzamento in altre (ad esempio, burocrazia, peso della tassazione, tempi di risoluzione di eventuali cause).
Stesso dato leggendo il rapporto sulla competitività economica 2014-2015, redatto dal World Economic Forum (2014), colloca l’Italia nella quarantanovesima posizione.

Tale rapporto riconosce il forte potenziale dell’imprenditorialità e creatività italiana, ma lo ritiene solo parzialmente espresso a causa di una regolamentazione onerosa e di una burocrazia superflua e inefficiente. Il piazzamento finale è determinato dai parziali rispetto a dodici parametri: sistema istituzionale, valutato in termini di trasparenza delle decisioni, efficienza del sistema legale nella risoluzione di dispute, dissipazione di fondi pubblici, favoritismi e corruzione, etc. (piazzamento dell’Italia rispetto agli altri paesi: 106); infrastrutture (26); ambiente macro-economico, in termini di debito pubblico, inflazione, etc. (108); educazione primaria e sanità (22); educazione superiore (47); efficienza del mercato dei beni (73); efficienza del mercato del lavoro, in termini di cooperazione datori-lavoratori, percentuale lavoratrici donne, flessibilità, capacità di trattenere o attrarre talenti, etc. (136); sviluppo del settore finanziario (119); attenzione alle nuove tecnologie (38); dimensione del mercato (12); business sophistication (25); innovazione (35)

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Trafalgar Square, Londra 25 Aprile 2016, Festa di San Giorgio (foto dell’autore)

Ho deciso di smettere di arrabbiarmi. L’ho fatto perché voglio sforzarmi di capire cosa possiamo fare per le città e i quartieri che fanno da sfondo alla nostra frenetica esistenza. Luoghi in cui avere l’opportunità di vivere non vuol dire impiegare le proprie energie per arrabbiarsi (o almeno non solo) ma partecipare attivamente per indirizzarne al meglio le sorti.

Proponendo dunque una nuova definizione di gentrification, capace di innovare il lavoro e i servizi della società post-industriale, promuovere una sana competizione tra territori (senza per forza avere manie “neoliberaliste”), lavorare per superare la decadenza e rilanciare lo sviluppo, aiutare le persone a spostarsi in libertà, contribuendo al dinamico cambiamento nella composizione sociale dei quartieri.


Vorrei ringraziare tutti i Millennials che con le loro riflessioni sul tema mi hanno aiutato nella stesura dell’articolo: Rosamaria, Filippo, Jb, Luca, Federico, Stefano e Giovanni.

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