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18 Luglio 2017

Oggi il lavoro culturale si confronta più fortemente di un tempo con la diversità perché la superficie avvicina e fa rotolare le cose più velocemente le une addosso alle altre

Gli scemi del lavoro culturale

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Il lavoro culturale ambisce da sempre ad un’associazione rischiosa e decisamente curiosa, un’associazione che prevede un possibile valore aggiunto dato dal legame indissolubile tra lavoro e culturale, termini che non andrebbero mai intesi in maniera separata e nemmeno semplicemente immaginati per giustapposizione. È evidente tuttavia che negli anni questa unione ha subìto a seconda delle mode e delle evoluzioni sociali urti e smottamenti in grado di togliere bilanciamento ad un equilibrio in ogni caso ardito, ma sempre necessario.

La sostanza del lavoro culturale va immaginata come qualcosa di simile ad una produzione di cultura capace di toccare gli ambiti più estremi, intimi e sensibili dell’umano nella sua mutevolezza intellettuale prima ancora che sociale. Il lavoro culturale dialoga dunque direttamente con l’intimità della natura dell’individuo in termini paradigmatici e solo successivamente si pone come variante di una forma sociale collettiva e condivisa.

L’aspetto più rilevante del lavoro culturale dunque non è la costruzione di un afflato sociale, ma un desiderio/pulsione intimo e totalmente privato capace però di farsi liberatorio di senso, capace in sostanza di ragionare – ridefinendone di volta in volta la percezione – attorno alla distanza tra le persone. Ridefinire la distanza si rivela così il tramite attraverso cui l’intimità diviene il luogo di passaggio obbligato per un cambiamento sociale che non sia esclusivamente fatto di elementi estetici e volatili nella loro consistenza.

Qualcosa dunque che c’entra poco con certe birichinate che si avvalgono di locuzioni tutto sommato oscure come la produzione di meraviglia o di certe definizioni che fanno di chi fa un lavoro culturale di volta in volta un lavoratore cognitivo o peggio ancora un creativo tout court.

Risulta così evidente che sotto l’aspetto cosmetico di definire un’azione priva di una diretta logica sociale ed economica come è per necessità di partenza il lavoro culturale, si rivela un’esigenza di controllo che ha come fine la forma più che il senso, l’evidenziazione di un lavoro più che di una libera azione capace di altrettante libere associazioni. In sostanza si realizza una marginalizzazione del culturale e del suo fiato umanistico in nome di un’efficienza formale illogica capace solo di passioni tristi e pensieri ininfluenti.

E in tal senso nel lavoro culturale del XXI secolo non ci sta nulla di divertente e nulla di appassionante. Il lavoro culturale è oggi per certi versi una trincea da difendere anche ottusamente prima che ogni cosa vada persa per strada e abbandonata a sentimenti guidati da estetiche ridicole figlie di banalissimi conformismi.

Trasformando ogni volontà in produzione si esclude quasi automaticamente ogni pensiero umanistico in quanto intralciante e imprevedibile, lento e conflittuale.

Non si tratta solo di una banale burocratia maleficarum, ma di un pensiero sociale sovrastante incapace di rischiare e di forzare le maglie di un controllo che è oggi prima che subìto inconsapevolmente richiesto.

Il lavoro culturale dunque si adegua e prende la forma triste di una superficie incapace anche del suo stesso ombelico. Un luogo in cui ogni elemento deve rispecchiare l’altro, senza alcuna crisi e senza alcuna critica. Questa superficie si nutre di forme inconsapevoli e pertanto prive di forza e di urto. Prediligendo un’analisi puramente estetica da cui è però espulsa ogni forma di critica il lavoro culturale resta senza forma e senso, una scatola impossibile da riempire in quanto immaginata sempre e comunque come vuota.

Questo movimento genera di conseguenza il concetto sempre più ambiguo della professionalità che ormai si impone in ogni ambito della vita facendosi spazio più per la sua etichetta e per quello che lascia desumere che per le sue competenze spesso nascoste da quelle pieghe dell’umano che la superficie non è in grado di accogliere.

Ma dunque perché una trincea? Perché una difesa ottusa?

Diciamo che oggi il lavoro culturale si confronta più fortemente di un tempo con la diversità perché la superficie avvicina e fa rotolare le cose più velocemente le une addosso alle altre. Si tratta però di elementi lisci, privi di spigolosità che obbligano – per poterne comprendere appieno le ragioni e le contraddizioni – un uso inedito dell’ottusità come del pregiudizio, sentimenti ancora capaci di indagare e definire ribaltamenti di senso.

È attraverso il pregiudizio che indaga nell’ambito dell’a priori così come in quello dell’ottusità che è ancora dato cogliere i tratti salienti di una diversità umanistica altrimenti sepolta sotto strati calcificati di cipria. Virare oltre il bello acquisito è uno degli elementi necessari oggi nel lavoro culturale, il divertimento arriva dunque nello sporco come nell’ambiguo, nell’indisponente come nel fuori luogo.

La trincea va scavata internamente cercando di volta in volta di cogliere il discorso che si nasconde tra le parole d’ordine. Il riconoscimento reciproco non passa dal successo pubblico ma si rivela tra gli sguardi privati di chi di giorno in giorno tira dritto senza perdere mai la propria voce e la propria arbitraria e insolente ambizione. Il privato non è più pubblico, ma il pubblico è oggi realmente quasi sempre privato, un pubblico visto nella sua accezione di intimità che permette attivazione, relazione e una condivisione che supera la forma per abbracciare un possibile stupore come un inseguito desiderio.

Le lavoratrici e i lavoratori della cultura come si riconoscono? Principalmente stanno tra un divertimento poco chiaro agli altri e ancor meno a loro, stanno in ambiti imprevedibili e si nascondono sotto nomi alla moda privi di senso, o dietro etichette che se hanno avuto un senso, ora proprio non ce l’hanno più. In sostanza di chi fa un lavoro culturale bisogna diffidare, perché non dice mai ciò che fa veramente; un po’ perché non lo sa e un po’ perché a capirlo fa fatica pure lui.

Una trincea dentro alla quale della guerra restano solo gli scemi. Sceme e scemi di guerra che fanno tardi all’appuntamento, che camminano senza una direzione sotto il sole e che si dimenticano l’ombrello quando serve. Sceme e scemi che si chiudono in casa per scrivere con fuori il sole, che sbattono il naso contro una porta a vetri, che confondono un cartello stradale con un’illuminazione e si perdono dentro ad una riga, ad un margine o peggio ancora in un colore e in infinite altre cose ritenute sceme. Certo questo avviene per confusione e per dimenticanza, ma anche sostanzialmente perché è divertente farlo e perché il giusto e il corretto, il buono e il bene hanno senso solo partendo da quella misura bizzarra che è il divertimento.


Immagine di copertina: ph. di Mike Dorner

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