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22 luglio 2016

Il giornalismo diventa slow

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Ogni volta che un modello diventa dominante, si apre un’opportunità per chi segue logiche diametralmente opposte (McDonald’s, per esempio, ha posto le basi del movimento Slow Food e simili). La stessa dinamica sta iniziando a vedersi anche nel mondo dell’informazione online: se il modello imperante è quella dell’informazione pagata dalla pubblicità in base ai click (con tutte le storture che ne seguono: gallery di gattini, snack news e “click-bait” spregiudicato), ecco che si apre un’opportunità per chi cerca di fare un giornalismo contrario, che non punti a conquistare una marea di pageviews a tutti i costi e non corra dietro a breaking news e presunte tali pur di conquistare un click in più, ma che si prenda il tempo necessario per costruire qualcosa di qualità e accurato, e in cui, soprattutto, si torni a chiedere al lettore di pagare per avere un’informazione degna di questo nome.

Il movimento che sta prendendo piede, insomma, è quello dello slow journalism, che quest’anno ha ricevuto parecchia attenzione al Festival del giornalismo di Perugia e che si pone come antidoto all’informazione “da colonna destra” che la necessità di massimizzare gli introiti pubblicitari derivati dai click ha generato.

Uno degli esempi più noti è quello di Delayed Gratification, trimestrale cartaceo che si occupa solo ed esclusivamente di analizzare i temi più importanti dei tre mesi appena trascorsi, per “dare alla polvere il tempo di depositarsi”, come si spiega nel sito. Dal momento che nel mondo del giornalismo di qualità sta diventando sempre più importante costruire una comunità di lettori – secondo l’insegnamento di testate storiche come il Guardian o il nostro Internazionale – gli ideatori di Delayed Gratification organizzano numerosi eventi, studiati per riunire gli abbonati e offrire loro qualcosa in più rispetto alla sola rivista.

Restando invece al mondo online, è interessante notare come il giornalismo lento si affidi spesso e volentieri a uno dei più classici strumenti di internet: la e-mail. Del ritorno della newsletter si è parlato in abbondanza negli ultimi due anni: un format utilizzato dai lettori principalmente per avere una selezione dell’informazione prodotta dalle proprie testate preferite, che non sia influenzata dagli algoritmi dei social network e che si possa consultare senza fretta, senza il pericolo che un articolo si perda nel mare dei nostri newsfeed.

La newsletter, quindi, viene utilizzata dalle principali testata come veicolo di distribuzione dei contenuti, che sono comunque gratuiti e la cui sostenibilità è data dalla pubblicità. In casi più rari (e più piccoli), la newsletter diventa invece la testata vera e propria, e per leggerla bisogna pagare.

Uno dei casi più noti è Stratechery, newsletter a tema tech creata da Ben Thompson: 10 dollari al mese per ricevere quattro e-mail a settimana in cui si analizzano a fondo le questioni più calde del momento. La newsletter, stando ai numeri dati dallo stesso Ben Thompson, aveva oltre duemila sottoscrittori già l’anno scorso. Basta fare un calcolo per capire come si tratti di una importante fonte di guadagno.

Partendo da questi due esempi, Delayed Gratification e Stratechery, un gruppo di giornalisti italiani ha dato vita a Slow News: una newsletter bisettimanale che analizza e approfondisce temi di grande rilevanza (non per forza legati all’attualità) attraverso una serie di link ad articoli o video di approfondimento di testate anglofone o italiane. Per ricevere due newsletter a settimana, basta versare due euro al mese.

Da qualche mese a questa parte, a Slow News si è aggiunto (in partnership con DataMediaHub) Wolf, soluzioni per i professionisti della comunicazione: newsletter che viene spedita tre volte a settimana e che fornisce contenuti originali pensati per una nicchia di lettori particolarmente attenta al mondo del giornalismo, della comunicazione, dei social network o del SEO. In questo caso, si paga di più: dieci euro al mese.

“Ma il modello di business è lo stesso, così come il modello di distribuzione”, spiega Andrea Coccia, giornalista de Linkiesta e co-fondatore di Slow News. “La newsletter riesce a disintermediare il rapporto tra produttore e lettore, sia dagli editori, sia dagli algoritmi. In un certo senso, l’algoritmo siamo noi che selezioniamo i contenuti”.

Con una differenza: se gli algoritmi sono studiati per proporre agli utenti i contenuti che vogliono, la missione di Slow News è opposta: fornire ai lettori contenuti che ancora non sanno di volere. “È l’unico modo per uscire dalla filter bubble e tornare al concetto originale di conoscenza, scoprire cose anche non si conoscono”.

Invece di fidarsi di un algoritmo che seleziona ciò che secondo lui vogliamo leggere, in questo caso ci si fida di professionisti del settore che segnalano gli articoli secondo loro più interessanti. Un progetto piccolo, che non va necessariamente in cerca di grandi numeri, ma che proprio per la sua natura è economicamente sostenibile: “Un giornale normale, per sostenersi chiedendo soldi ai lettori, avrebbe bisogno di decine di migliaia di sottoscrittori. A noi ne bastano molto meno: al momento contiamo su circa 300 abbonati a Slow News e su 180 per il neonato Wolf; numeri in crescita che ci forniscono i soldi necessari per investire nei nostri nuovi progetti e per pagare i collaboratori”.

I fondatori di Slow News sono i cinque che selezionano le notizie, mentre i contenuti originali di Wolf vengono creati anche da collaboratori esterni, regolarmente retribuiti (nota di trasparenza: anche io sono tra i collaboratori di Wolf): “Li paghiamo anche più di quanto paghino altri. Ci teniamo a far sapere questa cosa, perché dimostra che si può creare un modello di business che si basi su un giornalismo slow, attento, di analisi, pagato dal lettore”.

In questo modo, ovviamente, si è indipendenti dalla pubblicità: “Se ti paga la pubblicità, il rischio è che tu stia facendo pubblicità o sia comunque soggetto a quelle forme di autocensura che tutti, nel mondo del giornalismo, conoscono. Se ti pagano i lettori, devi rendere conto solamente a loro”.

E basta un piccolo pubblico affezionato per rendere sostenibile un progetto di questo tipo: “In linea di massima, 500 abbonati che danno, per fare un esempio, cinque euro al mese sono sufficienti per retribuire adeguatamente le persone che lavorano alla newsletter e pagare chi scrive i contenuti. Nel futuro, potrebbe anche diventare un lavoro a tempo pieno, ma per il momento è una delle tante fonti di introiti di quella che Alberto Puliafito (co-fondatore di Slow News e curatore di Wolf) chiama “l’economia delle soluzioni parziali”.

Il modello, ovviamente, è moltiplicabile e replicabile. Alla base di ogni possibile newsletter, però, c’è l’idea di rivolgersi a una nicchia di pubblico: “Non esiste più la massa indifferenziata: noi partiamo dall’assunto che la massa novecentesca si sia divisa in masse settoriali. Il che non significa rivolgersi per forza a un pubblico piccolo o elitario. Anche il mainstream è ormai diventato un mainstream di nicchia, anche gli spettatori di Game of Thrones sono una nicchia”.

La difficoltà estrema del rendere sostenibile il giornalismo sostenuto dalla sola pubblicità pagata a click sta costringendo anche testate classiche a cercare di far pagare il lettore. Uno degli esempi più recenti è il paywall introdotto dal Corriere della Sera: ogni mese si può leggere gratuitamente solo un numero limitato di articoli, dopodiché bisogna iscriversi per 10 euro al mese.

Un modello che per il momento non ha sfondato (sono circa 30mila gli abbonati) e che comunque presenta qualche criticità. La prima è che una testata generalista difficlmente riesce a trovare un pubblico così affezionato da arrivare a comprare ciò che può trovare gratis altrove, la seconda è che iscrivendosi al Corriere, di fatto, si paga anche per i contenuti di livello più basso: “A me andrebbe bene pagare per il singolo reportage di qualità, ma solo quello”, prosegue Coccia. “Se invece pago per accedere al sito del Corriere, significa che sto pagando anche per le gallery dedicate alle soubrette o per le dichiarazioni di Renzi”.

Un tasto dolente, visto che quei contenuti sono ovunque e gratis: “Se è vero, come è vero, che il valore di una merce è la stima  della sua scarsità, allora bisogna accettare il fatto che le news non hanno nessun valore. Come fai a vendere una cosa che hanno tutti?”.

E infatti non viene venduta, si è costretti a regalarla. Il fatto che la nostra chiacchierata si svolga al Birrificio Lambrate ispira una metafora: “Se ti piace la birra, paghi per avere la birra buona. Non è che ti bevi una birra in lattina già aperta, calda, trovata per strada soltanto perché è gratis. I lettori invece sono in questa condizione, ma forse solo perché non abbiamo mai dato loro delle valide alternative”.

Sul tema, recentemente, c’è stato uno scambio anche abbastanza polemico tra Luca Sofri, direttore de Il Post, e Massimo Mantellini (qui il post di Mantellini e qui la risposta di Sofri). Si discute della possibilità di liberarsi della pubblicità grazie alla comunità di lettori de Il Post, che è notoriamente molto coinvolta e affezionata. Uno dei punti portati da Sofri in difesa della scelta della gratuità, è la necessita di poter raggiungere tutti: un tema controverso. “Quando si punta a raggiungere la massa indifferenziata”, conclude Coccia, “il rischio è diventare un contenitore che prende la forma di quello che deve contenere. Io invece vorrei essere scelto proprio perché ho una forma precisa e ben riconoscibile”.

Immagine di copertina: ph. Oliver Thomas Klein da Unsplash

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