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24 Novembre 2015

I segnali di futuro della rigenerazione urbana

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Da qualche tempo, in diverse occasioni, ci capita di intercettare evidenze di innovazione dal basso nelle città. Le cerchiamo e vengono a cercarci; le studiamo e ne costruiamo l’archivio; ci appassionano e le seguiamo nel loro percorso di sviluppo.

Sono la cifra del cambiamento in atto: nella produzione ed erogazione dei servizi, nei modi di abitare, nella creazione di coesione sociale, nelle strategie quotidiane di cura del benessere individuale e collettivo, nelle pratiche culturali.

In collaborazione con Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale

Dipendono da attori non pigri, che fanno corrispondere, creativamente, gli elementi del policy design: problemi, risorse, opportunità, altri attori. Sono dei segnali: a volte sono esito di improvvisazione, a volte hanno alle spalle percorsi di accelerazione; sono scommesse sul futuro, su di esse qualcuno ha scommesso: chi le ha promosse, ma anche chi ha deciso di sostenerle, con fondi, mentorship e tensione progettuale.

Tutto era chiaro prima di mettersi in cammino? Quasi sempre, ben poco: dove ci avrebbero condotto le nostre passioni e i nostri interessi? Sono progetti di sviluppo à la Hirschman: per loro vale il “principio della mano che nasconde”: inutile interrogarli con “il senno di poi”; meglio interpretarli come espressione della “dissennatezza del prima”.

Sono sofisticati esercizi di progettazione. Incorporano dimensioni di design e di making. E si rifiutano di distinguerle: la prima si completa con la seconda e il fare dà la misura della rilevanza del progetto. Sanno che l’incontro con la realizzazione interroga la progettazione, è strategia di indagine che apre – seguendo Schön – ad una conversione riflessiva con l’oggetto del proprio esercizio di design. Ma soprattutto (per questo sono rilevanti) trattano le due dimensioni in modo originale: design non corrisponde a pianificazione e neppure making è solo fare irriflessivo.

Hanno molto a che fare con la rigenerazione urbana, anche se difficilmente incroceranno i programmi pubblici di rigenerazione urbana. Questi ultimi però, dai segnali di futuro, avrebbero da apprendere. Il recente “Piano nazionale per la riqualificazione sociale e culturale delle aree urbane degradate” non l’ha fatto. È il triste epigono della stagione dei cosiddetti “programmi complessi”, con alle spalle pochi esempi di successo e potendo vantare scarse risorse da mobilitare. Associa alla pretesa di individuare, sulla base di astrusi algoritmi, dimensioni e localizzazione del disagio, la già estenuata retorica del “rammendo delle periferie”. Bernardo Secchi trent’anni fa, con profondità di sguardo, scriveva della necessità di “cucire e legare”. Oggi il rammendo è evocato perfino per contrastare il nichilismo terroristico: viene quindi voglia di fare la “mossa del cavallo” e cercare altrove, seguendo altre tracce.

La prima traccia sono le azioni-innesco, i “potenziali” della rigenerazione, quelle pratiche che stanno aprendo nuove prospettiva di intervento. Sono a volte pratiche che lavorano su terreni contigui, che si occupano di sviluppo culturale o di coesione sociale, ma possono generare, se sostenuti e accompagnati, utili agganci per una strategia di rigenerazione urbana. A Milano, nel quartiere Giambellino-Lorenteggio, un progetto di sistema culturale è diventato terreno ineludibile di confronto per la progettazione integrata d’area sostenuta dai fondi POR Fesr sull’Asse urbano e PON Metro.

La seconda traccia sono gli attori ibridi, quelli che per statuto si occupano di altro, ma ad un certo punto del loro percorso si accorgono che sono anche attori delle politiche urbane. Come interpretare diversamente la funzione della cosiddetta “terza missione” delle università?

La terza traccia è data dall’osservazione degli ambiti territoriali entro cui, a partire da iniziative puntuali, si dispiegano effetti di rigenerazione: è il caso delle pratiche di riuso di edifici dismessi o sottoutilizzati. Localizzate in una certa area della città, saranno le funzioni ospitate, il modello gestionale, la loro capacità di intercettare reti più o meno estese di attori a costruire il loro campo di azione, a indicare lo spazio del loro intervento di rigenerazione.

La quarta traccia è basata sull’indizio della prossimità. Laddove operano strutture di presidio locale (case di quartiere, laboratori di quartiere, community hub, transition team); dove troviamo il lavoro non agevole di chi si fa prossimo ai quartieri difficili, svolto con impegno quotidiano; dove si abbassa la soglia di accesso, ci si fa attivisti di politiche non rinunciando alla riflessività del ricercatore; dove si opera come knowledge broker, ebbene lì c’è da scavare e di sicuro qualcosa si trova.

La quinta traccia è data dagli attori che mettono in campo schemi di intervento che provano a reggersi come imprese che producono valore sociale, che approntano modelli di business senza contributo pubblico. Questi indicano un futuro, perché costringono a ripensare, nello stesso tempo, impresa e dominio pubblico, innovando entrambi.

La nostra idea è che sono queste le tracce che una agenda nazionale per la rigenerazione urbana dovrebbe seguire. Sarebbe sufficiente avere un po’ di fiuto e farsi attraversare da uno shining ben addestrato: osservare gli attori innovativi e provare ad apprendere.


Una serie pensata da Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale dell’Università Iuav di Venezia con cheFare dedicata ad approfondire la relazione tra ‘Rigenerazione urbana’ e ‘Innovazione sociale’, in altre parole tra la città e i suoi abitanti. A cura di Adriano Cancellieri, sociologo urbano; Elena Ostanel, planner; Simona Morini, filosofa; Francesca Battistoni e Claudio Calvaresi, imprenditori sociali.

Immagine di copertina: ph. di Candice Seplow da Unsplash

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