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8 Maggio 2019

Crescita, felicità e ambiente potrebbero coesistere se per misurare la ricchezza usassimo parametri diversi dal PIL

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L’imperativo della nostra economia è la crescita – continua, inarrestabile, vertiginosa. È il metro con cui giudichiamo il valore delle nostre società e il prodotto interno lordo è il suo indicatore principale, lo specchio magico che ci dice quanto le nostre economie sono belle e sane, senza dirci nulla su quanto stiamo bene noi e quanto staranno bene i nostri figli. Pubblichiamo un estratto dal saggio di David Pilling L’illusione della crescita (Il Saggiatore).


I servizi sono per loro natura soggettivi. Se a un ingegnere viene chiesto come rendere più piacevole il servizio sull’Eurostar Londra‐Parigi, lui consiglierà di spendere sei miliardi di sterline per un nuovo binario che abbrevi di quaranta minuti il tragitto di tre ore e mezza.

Se a un dirigente pubblicitario viene fatta la stessa domanda, proporrà una soluzione diversa, consigliando di assumere modelli e modelle e farli camminare su e giù per i corridoi dispensando gratuitamente bicchieri di Château Pétrus durante il viaggio: la compagnia ferroviaria risparmierà i miliardi di sterline che dovrebbe spendere per un nuovo binario e i passeggeri invocheranno un tragitto più lento.

Anche senza tirare in ballo le complicazioni dei raffronti transnazionali, definire cos’è la produzione nel caso dei servizi è molto più complicato che per i prodotti manifatturieri.

Come si fa a confrontare tra loro cose semplici come un taglio di capelli? C’è il taglio alla marine, corto dietro e ai lati e fatto con il rasoio elettrico, o c’è la sessione di tre ore dal parrucchiere di lusso, in cui ogni ciocca di capelli è amorevolmente scolpita e l’esperienza viene coronata da un delizioso massaggio alla testa.

Ma che dire dell’arredamento del salone e dell’abilità del parrucchiere non solo a tagliare i capelli, ma anche a conversare? E non basta dire che il prezzo del taglio di capelli ti dice tutto ciò che devi sapere sulla qualità, perché il prezzo varia di anno in anno.

Come fa un povero statistico a tener conto delle variazioni di prezzo da un anno all’altro – elemento imprescindibile se vogliamo che la contabilità nazionale abbia senso – se il servizio in questione è difficile da quantificare e in costante evoluzione?

E se pensate che un taglio di capelli sia difficile da valutare, provate con i servizi forniti da giardinieri paesaggisti o ingegneri informatici, ciascuno personalizzato in base alle esigenze del cliente e di fatto impossibili da confrontare.

Il nostro modo di misurare la produzione è nato negli anni trenta, ma da allora la natura di ciò che produciamo è cambiata oltre ogni aspettativa

Gli istituti nazionali di statistica sono quotidianamente alle prese con questi rompicapi. Gli Stati Uniti, per esempio, per classificare i beni lavorati, che rappresentano meno di un quinto dell’economia, hanno 350 categorie, più di tutte quelle usate per classificare il settore dei servizi, che pesa qualcosa come l’80 per cento dell’attività economica.

Il nostro modo di misurare la produzione è nato negli anni Trenta, ma da allora la natura di ciò che produciamo è cambiata oltre ogni aspettativa.

I nostri strumenti abituali per misurare l’economia non ci dicono molto sull’enorme quantità di cose che effettivamente consumiamo. Ed è un difetto non da poco, che suggerisce che dovremmo prendere le statistiche della crescita meno sul serio di quanto facciamo.

Nell’agosto 2016 la Commissione europea ha pronunciato la più grande sentenza della sua storia in materia fiscale, ordinando all’Irlanda di riscuotere 14,5 miliardi di dollari di tasse arretrate dalla Apple (più gli interessi).

Secondo la Commissione, la Apple aveva adottato una discutibile ripartizione degli utili che le consentiva di spostarne la maggior parte in una «sede centrale» situata nella periferia di Cork, la contea più meridionale d’Irlanda.

Di fatto, sosteneva la Commissione, la Apple non era fiscalmente residente in nessun paese d’Europa, e questo le permetteva di ridurre la propria aliquota di imposizione fiscale nel vecchio continente ben al di sotto dell’1 per cento.

Per la cronaca, il direttore finanziario della Apple ha definito il verdetto della Commissione europea «chiacchiericcio legale insensato», dicendo che per calcolare le imposte dovute dall’azienda di Cupertino Bruxelles aveva usato il «denominatore sbagliato e il numeratore sbagliato»; a parte questo, però, tutto il resto presumibilmente era vero.

La controversia nasce da un’accusa di evasione fiscale, ma le argomentazioni si applicano al modo in cui misuriamo l’economia, soprattutto in un’epoca in cui le multinazionali sono sempre più tentacolari e le merci che vendono sempre più intangibili.

Nel caso della Apple, gran parte della questione ruota intorno alla proprietà intellettuale. Sulla carta, la filiale irlandese della Apple – un paese che rappresenta soltanto una piccola percentuale delle sue vendite – è incredibilmente redditizia perché è lì che si trovano i diritti di proprietà intellettuale del colosso informatico.

Nell’era digitale, il valore di un prodotto non risiede principalmente in un bene fisico, ma piuttosto nel marchio o nel contenuto intellettuale o artistico.

Anche per qualcosa di apparentemente tangibile come un motore a reazione, i clienti pagano non solo il dispositivo ma anche sofisticati contratti di servizi in cui il fornitore controlla il motore in tempo reale e ne assicura il corretto funzionamento finché non viene rottamato.

Molte multinazionali sono in grado di trasferire la fonte di valore dei loro prodotti, che si tratti di proprietà intellettuale, contratti di servizio o servizi legali, in giro per le loro reti internazionali, in modo quasi naturale.

Magari comprate il vostro motore a Seattle, ma le persone che provvedono a farlo funzionare per vent’anni stanno a Mumbai.

Attraverso una pratica nota come transfer pricing o determinazione dei prezzi di trasferimento, una sussidiaria addebita a un’altra l’utilizzo di questi servizi immateriali e il profitto viene registrato in un unico luogo, quasi certamente quello con l’aliquota fiscale più bassa.

Il Pil è stato concepito nell’ottica dello Stato‐nazione, ma le imprese operano sempre di più a livello transnazionale

Nel 2014 Facebook suscitò grande sdegno in Gran Bretagna quando si scoprì che pagava appena 4.327 sterline di tasse, una notizia che contribuì a provocare una rivolta fiscale in una cittadina gallese dove le piccole imprese pagavano una cifra ben maggiore.

Il Pil è stato concepito nell’ottica dello Stato‐nazione, ma le imprese operano sempre di più a livello transnazionale. Il prodotto nazionale lordo, com’era chiamato originariamente, misurava ogni cosa prodotta dai cittadini di un paese, ovunque si trovassero a lavorare.

Sotto l’amministrazione di George H.W. Bush diventò il più familiare Pil, che misura ogni cosa prodotta all’interno dei confini di una nazione, anche da chi non è cittadino.

Il motivo di questo cambiamento risiede probabilmente nel fatto che Bush padre aveva bisogno di rafforzare le sue credenziali economiche.

Passare dal Pnl al Pil fece aumentare il tasso di crescita percepito, perché includeva la produzione di società giapponesi che avevano investito massicciamente nell’industria automobilistica ed elettronica americana.

In quest’era di multinazionali, quando molte società occidentali traslocano in Cina, Messico o Vietnam, avrebbe più senso usare il prodotto nazionale lordo.

Fra l’altro, farebbe apparire più floride le economie occidentali e meno floride quelle dei paesi dove avviene la produzione, rispetto al nostro attuale metodo di calcolo dell’economia.

Il concetto di produzione nazionale, comunque sia configurato, diventa quasi privo di significato quando un’azienda viene registrata in un primo paese, fabbrica prodotti in un secondo, li vende in un terzo e paga le tasse (se proprio, ma proprio deve) in un quarto.

Il contenzioso fiscale della Apple con l’Unione Europea è un ottimo esempio. Ma lo è anche la produzione degli iPhone della stessa Apple, che in gran parte vengono assemblati nella città di Shenzhen, nella Cina meridionale, in fabbriche di proprietà, detto per inciso, della Hon Hai, una società dell’isola ribelle di Taiwan.

Il fatto che la Apple e molte altre aziende americane abbiano scelto la Cina come base di produzione è la ragione per cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale così grande con quel paese.

Tuttavia, la dimensione apparente del deficit commerciale – pur essendo politicamente esplosiva – non ha una grande importanza. Questo perché la maggior parte dei componenti assemblati in Cina è realizzata altrove: i microchip in Corea del Sud, i condensatori in Giappone e i processori negli Stati Uniti stessi.

Solo il 2 per cento del costo di un iPhone va alla manodopera cinese, con il 30 per cento che finisce nelle tasche degli azionisti della Apple sotto forma di profitti

Non avete nemmeno bisogno di aprire un iPhone per capire cosa sta succedendo. Basta capovolgerlo e leggerete: «Progettato dalla Apple in California. Assemblato in Cina».

Un rapporto ha scoperto che solo il 2 per cento del costo di un iPhone va alla manodopera cinese, con il 30 per cento che finisce nelle tasche degli azionisti della Apple sotto forma di profitti.

Anche qualcosa di apparentemente semplice come un opale è difficile da inquadrare con precisione. Un libro sulle Chungking Mansions, un complesso di edifici a Hong Kong pieno di pensioni da quattro soldi e negozi dove si commercia di tutto e dove converge gente da tutto il mondo per mercanteggiare, racconta uno sbalorditivo esempio di globalizzazione di fascia bassa.

Tramite le Chungking Mansions opali australiani vengono spediti nel Sud della Cina, dove vengono lucidati, rimandati in Australia e venduti come souvenir ai turisti cinesi in visita in Australia (che presumibilmente li riportano in Cina).

In un mondo del genere il concetto di produzione interna – la nostra definizione stessa di economia – diventa quasi privo di significato.


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Frank Mckenna

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