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19 Novembre 2019

Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe

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C’è un problema di classe nelle industrie creative e culturali italiane. E questo problema è enorme, ma è un elefante nella stanza dei creativi che tutti fanno finta di non vedere.

La “classe creativa” italiana non rappresenta la diversità della società italiana, è altresì composta al suo interno di una frazione ben precisa della società: la classe media urbana, ad alto tasso di capitale culturale/sociale/economico, riprodotto di padre in figlio, di generazione in generazione.

Perché è un problema? Perché quello che questa classe produce – giornali, libri, film, serie tv, pubblicità, moda – è un universo di simboli che portano inscritto nel loro DNA il retaggio culturale di chi li ha prodotti. C’è una classe che continua a produrre simboli, rappresentazioni del mondo, opinioni, narrazioni e una classe che le consuma, senza avere accesso ai mezzi di produzione. Sembra un discorso vecchissimo, nell’epoca della creatività diffusa, dei media digitali che trasformano i consumatori in produsers, ecc. ecc..

Gli studi sui media in Italia si concentrano ancora moltissimo sull’analisi dei testi dei media, sul mitico “messaggio”, o al massimo sulla sua “ricezione” e solo di recente è tornata l’attenzione verso la “produzione” dei media, il tentativo di capire quali regole, quali routine produttive, quali culture stanno alla base dell’infrastruttura della produzione dei media e quanto questa infrastruttura produttiva, invisibile ai più, ha effetto su COSA si produce e COME lo si fa. Ma mentre in Europa e Stati Uniti gli studiosi di media hanno ripreso (o non hanno mai smesso) a parlare di classe, ad interessarsi della composizione di classe del lavoro culturale, qui in Italia la questione di classe di chi produce i media è un argomento che non esiste.

C’è una classe che continua a produrre simboli, rappresentazioni del mondo, opinioni, narrazioni e una classe che le consuma, senza avere accesso ai mezzi di produzione

Eppure è un dibattito che dobbiamo avere, anche in Italia, e proverò a spiegare perché dobbiamo farlo e perché non è affatto vecchio.

Per farlo però, ho bisogno di raccontare una storia, autobiografica in questo caso. È un po’ come fare coming out, ma la racconterò perché credo che in molti si ritroveranno in questa storia e potranno dare un nome a quel disagio che forse hanno provato nel sentirsi parte di una minoranza all’interno dell’industria culturale.

Partiamo da mia nonna paterna. Era una persona dolcissima. Tutti i venerdì pomeriggio scendevo da lei per aiutarla a stendere la pasta, che poi ci faceva le tagliatelle per il sabato. Mia nonna ha avuto una vita avventurosa: emigrante in Venezuela, gestiva un ristorante per italiani a Caracas negli anni Cinquanta, mentre mio nonno faceva il camionista sulle Ande, poi da lì si è spostata con mio nonno in Tanzania fino agli Settanta. Quando l’ho conosciuta io era tornata a casa e le avventure erano alle spalle.

Ricordo che passava pomeriggi interi a scrivere il suo nome su un quadernetto. Quando finiva il quadernetto, ne iniziava un altro.

Si esercitava con la sua firma, perché era analfabeta. Mia nonna paterna era orfana dei genitori ed era scappata da scuola ai primi anni delle elementari. Prima di emigrare in Venezuela con mio nonno, aveva sempre fatto la contadina. Suo marito, mio nonno, era anche lui un contadino, primo di otto fratelli, e l’unico tra loro ad essersi diplomato, perito tecnico. La storia dei miei nonni materni è molto simile. Anche loro erano contadini e non hanno mai preso il diploma. Mio nonno materno è stato anche un carpentiere nei cantieri edili. I miei genitori si sono diplomati in un istituto tecnico e in un istituto commerciale. A casa mia non c’erano libri di letteratura o saggi, ma solo qualche enciclopedia, un po’ di romanzi rosa e qualche libro di meccanica di mio padre.

È ora di parlare della sostenibilità neurologica del lavoro cognitivo, leggi l’articolo di Ivan Carozzi

Nei primi anni di vita, non credo di essere stato esposto a un vocabolario molto esteso. La televisione degli anni Ottanta è stata l’ospite fisso del sabato sera di mia madre, e anche del mio e di mia sorella, finché non abbiamo raggiunto l’età in cui saluti tutti e dici Ciao io esco. A tredici anni ricordo che passavo le ore su un pc Amstrad usato a giocare ai videogiochi, oppure leggevo i fumetti di Bonelli.

Io e mia sorella siamo stati i primi laureati di una famiglia fatta di figli di contadini, a loro volta figli di figli di figli di figli di contadini senza terra, da secoli. E in questa Italia dove la mobilità sociale è sempre più ferma rappresentiamo un’eccezione.

Per una serie di fortunati incroci della vita, dalla micro-provincia umbra sono poi finito a lavorare per tredici anni nell’industria culturale milanese, soprattutto radiofonica, ma il mondo è piccolo e il venerdì sera, nei bar del quartiere Isola o del naviglio pavese, incrociavo amici che facevano gli autori televisivi, i giornalisti freelance, i pubblicitari, i documentaristi, i teatranti, i video-maker e i video-artisti. Li ho osservati per anni e con molti sono nate amicizie sincere.

Eppure non ho mai capito bene come mai quelli con cui diventavo più amico, nel senso di amico sincero, alla fine scoprivo essere molto simili a me: degli outsider venuti dalla provincia, figli di genitori non laureati, schegge saltate fuori da percorsi poco ortodossi. La stessa identica sensazione ce l’ho ora che lavoro in università, in maniera più stabile rispetto al passato. I colleghi europei con cui divento più facilmente amico sono tutti degli outsider, spesso figli di genitori non laureati. E siamo sempre in minoranza. Minoranza cioè rispetto a un esercito di menti brillanti, divertenti, blasé, figli di laureati a loro volta figli di laureati o imprenditori di città. In tutti questi anni non ho mai smesso di sentirmi un po’ a disagio, fuori posto, con la vaga paura di non essere all’altezza della situazione.

Nonostante le classi popolari che non vivono in grandi centri urbani rappresentino la maggioranza della popolazione, sono una larga minoranza all’interno delle industrie creative e culturali italiane

Ci ho messo anni a capire l’ethos del creativo urbano, quella invisibile rete di micro-saperi che ti fa sapere come “si sta al mondo” in certe scene o micro-comunità governate da regole non scritte che fanno sì che i simili si riconoscano al volo e si assumano a vicenda. L’unica forma di difesa era la morettiana “vengo, ma sto in disparte”, una timidezza sociale dura a morire, anche con la maturità. La sensazione di essere lì per sbaglio, un errore della macchina sociale, che il “tuo” posto nella società fosse da un’altra parte, non è mai andata via del tutto. Da una parte per anni mia madre mi ha ripetuto: “Sì, ma quand’è che inizi a lavorare?” e io: “ma sto lavorando…”, e lei: “ma che lavoro è…”, e dall’altra la sensazione di essere minoranza, minoranza contadina, minoranza di provincia, minoranza di figli di proletari o di recente emancipazione dalle pastoie e la fatica della vita proletaria.

Qualche giorno fa sul The Guardian esce questo articolo: “Impostor syndrome’ is a pseudo-medical name for a class problem”.

L’autrice, Nathalie Olah, riflette sulla recente popolarità della cosiddetta “sindrome dell’impostore” e sostiene che, lungi dall’essere il prodotto di una patologia, la sindrome dell’impostore è una reazione piuttosto naturale di chiunque provenga da un background “working class”, svantaggiato o minoritario, ai vari pregiudizi che affronta quotidianamente. L’autrice prosegue citando il caso delle industrie creative inglesi, dove soltanto una porzione molto marginale degli impiegati in queste industrie proviene dalle classi lavoratrici, o minoranze etniche o varie intersezioni di queste minoranze.

Secondo uno studio pubblicato nel 2018 e realizzato da Create London, in collaborazione con sociologi dell’Università di Edimburgo e dell’Università di Sheffield (“Panic! Social Class, Taste and Inequalities in the Creative Industries”) solo il 18% delle persone che lavorano nel campo della musica, delle arti dello spettacolo e delle arti visive è cresciuto in una famiglia della classe lavoratrice. Nell’editoria la percentuale scende a un pietoso 13%; nell’industria del cinema, della televisione e della radio è solo il 12%. La Olah conclude che “se sei un laureato di una scuola pubblica con un background operaio che lavora nei media, allora è comprensibile che tu ti senta un impostore”.

Chi è il lavoratore passionale, la vittima e carnefice dell’industria creativa — leggi l’articolo di Gabriele Drago

Nonostante le classi popolari che non vivono in grandi centri urbani rappresentino la maggioranza della popolazione, sono una larga minoranza all’interno delle industrie creative e culturali italiane. Il loro punto di vista, il loro modo di guardare il mondo e di rappresentarlo, partecipa solo in minima parte al quotidiano ciclo produttivo di materiale simbolico che innerva il paese attraverso infrastrutture elettroniche, giornali, oggetti di consumo.

E la ragione è a monte: le industrie culturali e creative, tra le industrie contemporanee, sono quelle che richiedono maggiore capitale culturale e sociale. Ma in un paese dove la mobilità sociale è ferma da anni, spaccato sempre più tra centri urbani e periferie/provincie/aree interne, si laureano (soprattutto alle magistrali) sempre più solo i figli dei laureati, o delle famiglie ad alto capitale economico. Il capitale culturale si riproduce, si perpetua di generazione in generazione, diventa ereditario, insieme alla rete di relazioni familiare, il capitale sociale.

La classe media urbana italiana, impoverita dalla crisi, investe tutto il capitale economico che ha, e anche quello che non ha, per riprodurre il proprio capitale culturale e passarlo di mano ai figli, facendoli studiare a Londra, pagandogli master e scuole post-laurea, comprando loro case per studiare fuori-sede, sostenendo i propri figli mentre fanno stage in case editrici che non li pagano, permettendo loro di continuare a nutrire il sogno di diventare giornalisti come papà.

Chi resiste non è il più talentuoso ma semplicemente il più ricco di famiglia

All’università, i figli dei laureati si distinguono spesso da quelli non laureati: un certo uso del linguaggio, un certo sfoggio di sicurezza, un certo stare al mondo che li fa partire un gradino più su, sempre. Rivedo invece nei figli dei non laureati la mia immagine di studente timido e di nuovo, socializzo con loro più facilmente, ne prendo a cuore le tesi con più passione (se dimostrano talento grezzo).

Perché quindi è necessario questo dibattito? Perché finché non ci rendiamo conto che le grandi narrazioni dei media sono un effetto (anche) della composizione di classe di chi le produce e che ne riproducono gli stereotipi, le naturalizzazioni, i pregiudizi e i luoghi comuni, non saremo in grado di capire i media né soprattutto capire come governarli per vivere in un ecosistema mediale che favorisca la democrazia e la biodiversità (qualcuno lo chiamava pluralismo) culturale.

Se iniziamo a guardare ai media come il frutto di uno sguardo non “naturale”, oggettivo, ma al contrario, “sociale”, di uno specifico gruppo sociale, allora possiamo anche iniziare a chiedere un cambiamento nella composizione sociale di questo sguardo.

E possiamo orientare le politiche culturali verso il sostegno alle carriere di studenti meno ricchi, meno bianchi, meno maschi, meno urbani, meno “figli di papà”. Più borse di studio, più grant per artisti, più premi per giornalisti di provincia, più stato sociale per il lavoro culturale, più housing sociale (per dire le prime banalità che mi vengono in mente, ma c’è di sicuro molto altro in letteratura).

Quando un laureato esce dall’università e vorrebbe entrare nell’industria culturale spesso succede che ci riesce solo se ha qualcuno che gli copre le spalle nel periodo di precarietà in cui non ha ancora una reputazione da spendere come lavoratore culturale. Chi resiste quindi non è il più talentuoso ma semplicemente il più ricco di famiglia, o il più ricco in capitale sociale (chi è cresciuto in città) che gli permette di accelerare la ricerca di lavoro tramite contatti personali.

C’è stato un momento nella mia vita in cui stavo per mollare: avevo una borsa post-laurea in università, ma stava per finire e non bastava a coprire le spese (e all’epoca per fortuna l’Isola era all’alba della gentrificazione hipster). Avevo dei debiti con la mia fidanzata dell’epoca. Facevo lavori saltuari in radio e in editoria. Sono andato a portare il curriculum in un bar dell’Isola, a Milano. Non mi hanno preso. Era il 2004. Poi le cose sono migliorate, ho avuto fortuna. Ma tanti altri, potenziali scrittori, film maker, artisti bellissimi e originali, pieni di energie e passioni, ottimi intellettuali, più solidi e preparati di me, hanno mollato. E mollando, hanno reso quest’industria più omogenea e conformista.

Nelle università, nella moda, nell’editoria, nel digitale, nel cinema e nel broadcasting, abbiamo bisogno dello sguardo di chi è cresciuto a sud, o in periferia, o donna, o in un piccolo paese di montagna.

La frattura politica, ideologica, economica, sociale sempre più evidente tra centri e periferie, tra grandi centri urbani e aree interne si cura anche con un sistema dei media che non raccoglie voci solo per le strade di Milano e Roma, che non parla solo delle mode urbane, che non racconta il Sud in maniera stereotipata.

“Sono come me, ma si sentono meglio”, lo scriveva Frankie Nrg nel 1997. Gliel’ho sentito urlare una sera al Norman, una sala concerti della periferia di Perugia. È ancora più vero oggi. La classe non è creativa. La creatività è una questione di classe.


Immagine di copertina: ph. Arron Choi da Unsplash

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