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9 Maggio 2019

Perché la polemica sul Salone del Libro allontana il pubblico della cultura

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Se un tempo ogni moto spirituale dell’uomo era una tensione a elevarsi, ad arricchirsi, ad accedere a strali di conoscenza più alti, oggi la trascendenza è tutta di senso contrario, votata verso il basso. Il risultato è la caduta nella banalità. Immensamente rappresentato in ogni suo dettaglio, e freneticamente illuminato di secondo in secondo in migliaia di microporzioni, il mondo è divenuto iper-reale, fonte di una soffocante valanga di informazioni che si negano a vicenda, e dunque del tutto inintelligibile. La realtà, così violentata da continue rappresentazioni soggettive, infinite e in opposizione tra loro, anche sul piano più istintivo finisce per mostrare la sua vera essenza, che è quella dell’illusione. Ecco cos’è la realtà, quando l’ampiezza di percezione del mondo supera la portata dei sensi: una grande illusione radicale. E cosa c’è di più insopportabile per l’uomo del sospetto di vivere nell’illusione? Niente. Così attecchiscono i simulacri, che di volta in volta, nel profondo, non servono a imporre una verità parziale, ma hanno lo scopo opposto: negare l’assenza di verità generale.

Ecco perché, traslati nel dibattito pubblico così come si sviluppa oggi, i concetti di fascismo e antifascismo divulgati dai rispettivi cantori dalle retoriche zoppicanti, non sono altro che simulacri, purtroppo utilizzati come rappresentazioni.

Il fascismo esiste e va combattuto fuori dalla rissa verbale, dallo slogan, dalla vendita di fumo e dalle strategie di visibilità individuali. Altrimenti ogni posizione diventa superflua

Questo significa che il fascismo, inteso come recupero di posizioni ideologiche e categorie del reale, parte di una pagina nera del 900’ non esiste?

No, nient’affatto, esiste e alberga in macchie della società che sono assolutamente da combattere, ma con consapevolezza e fuori dalla rissa verbale, dallo slogan, dalla vendita di fumo e dalle strategie di visibilità individuali. Altrimenti ogni posizione è, prima di ogni altra cosa, spettacolo. E come spettacolo diventa superflua. Va ribadito fino alla noia: l’analisi culturale del mondo, giusta o sbagliata che sia, se vuole essere seria non può prescindere da alcuni principi assodati. Come si può parlare di società, oggi, ignorando Debord? Come non accorgersi che quando si entra nel flusso mediatico tutto ciò che in passato era realmente vissuto di colpo si allontana in una rappresentazione? E che quella rappresentazione è giocoforza strategica? Come non inquadrare la rappresentazione stessa in un ulteriore contesto di rapporti di produzione? Sarebbe come fare trasfusioni di sangue ignorando le scoperte sui gruppi sanguigni. Eppure nelle scienze politiche e sociali spettacolarizzate, più si è banali, più si è autorevoli. Il dibattito pubblico obbedisce a una nuova regola, quella delle tre P: polarizzazione, populismo, paraculismo.

In un paese dove lo spettacolo è scambiato per cultura e la cultura trova riflettori nella sua versione spettacolarizzata, proprio lo spettacolo sembra l’unico orizzonte certo, come mostra per altro la commistione tra programma del Salone Internazionale del Libro, almeno nei suoi eventi principali, e lo spettacolo della cultura. Jovanotti, Luciana Littizzetto, Alberto Angela, Vittorio Sgarbi saranno in scena, come ogni anno, a polarizzare l’evento “culturale” come uno spin-off del palinsesto televisivo. Personaggi amati oppure odiati, letti, seguiti e conosciuti, spesso centrali nel fatturato degli editori che li pubblicano, sicuramente validi nel loro mestiere di volti dello spettacolo, ma di certo non proprio i più adatti a raccontare il contemporaneo e le sue complessità, o a generare immaginari liberati dal bisogno di simulacri, simulacri viventi essi stessi.

Che da tempo i grandi marchi editoriali nei paesi occidentali (con le ovvie differenze storiche di ciascun paese e una netta egemonia del made in USA e tranne rare, piccole eccezioni) abbiano dismesso la vocazione a convogliare immaginari, o visioni variegate ma coerenti del mondo, è un fatto. Giusto o sbagliato che sia. Il mercato ha imposto la sua ideologia assoluta, in grado di assorbire tutte le altre come consumo, e ha computato altre logiche, sintetizzabili in una saturazione dell’offerta verso la nebulosa, verso l’indistinto, verso il televisivo, verso la coesistenza in micromondi di ciò che secondo le vecchie categorie sarebbe ideologicamente, culturalmente, moralmente ed esteticamente inconciliabile (un esempio per tutti Primo Levi e Diego Fusaro), verso la narrazione della realtà come un’infinita successione di dozzinali ready-made.

Non vi è spazio, in questo pseudo-ambiente molle e liberato dal senso, per posizioni politiche e ideologiche dure, che richiamano in causa il senso senza accorgersi (o forse accorgendosene benissimo) che il tempo del senso è superato, e che il senso si può richiamare in causa solo come simulazione.

Stupisce allora che, nella grande bolla dello spettacolo culturale, dove per i protagonisti la rappresentazione torna a essere “vita vissuta” sull’unico grande denominatore comune del denaro, il denaro assoluto, unico grande oggetto della passione universale assieme alla vertigine narcisistica della fama, sia il Salone del Libro di Torino l’unico grande hub culturale, l’unica istituzione da cui si pretende all’improvviso il rigore, la celebrazione dell’ideologia come misura preventiva e la vocazione pedagogica per le masse. Il salone è una macchina di produzione e consumo come tutte le altre: e proprio come un varietà del sabato sera in televisione deve obbedire a criteri di audience, e proprio come ogni altra manifestazione fieristica, è tenuto a seguire procedure commerciali che non è più possibile né opportuno politicizzare.

Sotto il vestito della festa il Salone ha mille anime, è cultura vera e propria, poliforme, molteplice, ricca, impagabile

Il Salone del libro, inoltre, è un organismo molto più ricco del suo programma votato allo spettacolo della cultura. Sotto il vestito della festa ha mille anime, è cultura vera e propria, poliforme, molteplice, ricca, impagabile, fatta di operatori che portano enorme bellezza, altri meno. È interpretazione del mondo acustico contemporaneo sotto mille luci dalle diverse tonalità e mille volti dai diversi lineamenti. Far passare questa varietà e questa ricchezza come dualismo fascisti contro antifascisti è il peggior utilizzo possibile dei simulacri. È la dimostrazione esemplare di come funzionano le tre P: si crea una pretestuosa opposizione tra i simulacri di turno (polarizzazione), la si accompagna con retoriche semplificatrici (populismo), poi ritrattandole a seconda dell’utilità o strumentalizzando le circostanze dopo aver assunto posizioni differenti in altre occasioni (paraculismo), in un vortice di accuse reversibili all’infinito. Fino alla schizofrenica soluzione di combattere con prese di posizioni autoritarie la deriva di autoritarismo. In altre parole, l’anti-cultura.

Il risultato finale sono scambi di qualità intellettuale sempre inferiore, che hanno stancato la maggioranza silenziosa con il loro pensiero magico da integralisti della realtà, sulla quale nutrono solo certezze. Memorabile, in tal senso, la sequenza dei predicatori di professione alle porte di Gerusalemme in Brian di Nazareth dei Monty Python, intenti a declinare un’oratoria su qualsiasi tema, a richiesta. Basta vedere i numeri dei giornali e dei libri. L’emorragia mostra che i partecipanti allo spettacolo della cultura sono sempre meno, e ciò dovrebbe porre, per tutti, un interrogativo: se è senza dubbio vero che la visibilità nel dibattito favorisce la riuscita commerciale di un libro o di un organo informativo, non è altrettanto vero che se i numeri sono sempre meno rilevanti, forse proprio questo modus operandi ha completamente disintegrato la maggior parte del pubblico, in barba all’efficienza di mercato? Non è possibile che la maggioranza silenziosa si sia ormai dileguata perché della simulazione culturale ne ha abbastanza?

Forse sì, o forse hanno ragione gli interpreti, i solisti che sembrano lottare per il bene di tutti nel nome di battaglie di progresso e civiltà. Coriacei e rumorosi, senza dubbio, ma senza alcuna strategia efficace per guadagnare anche pochi metri nelle guerre che sostengono di combattere.

Frettolosi, perché non capiscono che ai moralizzatori è sempre imposto, per regola, l’obbligo della morale perfetta, che sempre si ritorce contro. Ingenui, nella migliore delle ipotesi, perché incapaci di prevedere nei propri gesti le più prevedibili reazioni causa effetto. L’esempio definitivo? Proprio l’editore di Altaforte: prima del battage lo conoscevano in due, ora è su tutti i giornali, per fortuna anche lui pronto a polarizzarsi ingenuamente, rilanciando a sua volta con un simulacro grossolano e debolissimo: quello del fascismo del passato, il cui sventolio lo ha già bruciato per autocombustione. Poteva uscirne vincitore, ponendosi come vittima ragionevole e indossando l’abito pulito, ma per fortuna si è messo la camicia nera. Infine gli interpreti del simulacro sono spuntati, perché incapaci di accorgersi delle leve mediatiche: che ogni volta che si dà del fascista a Matteo Salvini, nemmeno si ottiene di delegittimarlo. Lo si dipinge come luce che può arrestare l’oscurità, quando invece è tutt’altro: un creatore di caos che evoca il simulacro dell’autorità. Nessuno nel paese sente un clima maggioritario di totalitarismo, semmai di anarchia. Quando lo si dipinge come duce, come uomo forte in grado di arginare il caos, lo si rafforza come soluzione plausibile al vero problema decennale di questo paese, che è la corruzione, l’assenza di regole, la criminalità diffusa. Una sottotrama già intuita da Pasolini nella sua visione del potere come dialettica soggiogati/soggiogatori, espressa in Intervista rilasciata a Furio Colombo il primo novembre del 1975 su TuttoLibri, proprio il giorno prima di morire.

“Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Un sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio d’amministrazione o una manovra di borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga uso la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito solo il mio diritto virtù. Sono assassino e sono buono”.

Ecco: esprimersi pubblicamente significa dire fatti nuovi, svelare cortocircuiti, accendere luci. Si tratta, in definitiva, di inseguire orizzonti di visione, di cultura e di linguaggio aggiungendo complessità che riempie e non semplicità che svuota. I simulacri infatti tendono a proliferare nel vuoto di coscienza, ed è solo nel vuoto che attecchiscono.


Immagine di copertina: Salone Internazionale del Libro di Torino 2010.
Fotografia di Luca Moglia da Flickr

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